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Chi piange per Edipower? Imbarazzi elettorali su una centrale da chiudere

La Edipower vorrebbe dismettere la famigerata centrale di Brindisi Nord, quella che da oltre quarant'anni sputa polvere di carbone sulla nostra città, e non ho ancora sentito, non tanto il rumore festoso dei clacson dei cortei di esultanza, ma neanche un semplice: era ora! Hanno sinora taciuto tutti, anche quel Pd che ripetutamente, almeno sulla carta, si era espresso per la chiusura della vecchia centrale. Anzi, e' accaduto invece che tutti si sono affrettati ad esprimere preoccupazione, a sollecitare tavoli ed interventi per scongiurare tale evenienza che, secondo le cifre circolanti sui giornali (ma chi le ha verificate?) getterebbe in mezzo alla strada, tra dipendenti diretti ed indotto, 270 lavoratori.

Vittorio Bruno Stamerra13 marzo 2012

La Edipower vorrebbe dismettere la famigerata centrale di Brindisi Nord, quella che da oltre quarant'anni sputa polvere di carbone sulla nostra città, e non ho ancora sentito, non tanto il rumore festoso dei clacson dei cortei di esultanza, ma neanche un semplice: era ora! Hanno sinora taciuto tutti, anche quel Pd che ripetutamente, almeno sulla carta, si era espresso per la chiusura della vecchia centrale. Anzi, e' accaduto invece che tutti si sono affrettati ad esprimere preoccupazione, a sollecitare tavoli ed interventi per scongiurare tale evenienza che, secondo le cifre circolanti sui giornali (ma chi le ha verificate?) getterebbe in mezzo alla strada, tra dipendenti diretti ed indotto, 270 lavoratori.

Nessuno, in questa foga solidaristica, ha ritenuto di dovere esprimere un pensiero di rispetto anche per le vittime ignote delle emissioni industriali, ai tanti brindisini e salentini uccisi dai tumori e che nessuno sinora ha avuto il coraggio di contare. Quanto è distante la nostra città dalla Taranto di questi giorni! Nel capoluogo jonico è stato solo grazie ad una inchiesta disposta dalla magistratura che è stato possibile stabilire con rigore scientifico gli effetti sulle persone degli scarichi dell'Ilva. I periti hanno accertato quante sono state sinora le vittime certe e persino quante potrebbero essercene ancora se non si prendono drastici provvedimenti.

La situazione è di tale emergenza che lo stesso Vendola, insieme alle istituzioni tarantine, ha ritenuto urgentissimo coinvolgere il governo Monti chiedendo interventi immediati e sostanziosi. In assenza dei quali, l'Ilva è destinata alla chiusura, le conseguenze sul piano sociale ed economico sarebbero catastrofiche, epocali. A Brindisi invece la magistratura non ha mai messo il naso sugli effetti degli scarichi della Brindisi Nord, così come non ha mai voluto capire per quali misteriosi meandri politici e parlamentari quel catorcio che doveva essere dismesso e di cui l'Enel intendeva disfarsi venne poi rilevato a quattro soldi dall'Edipower.

Eppure sul funzionamento di quel catorcio si consumò la parte più rilevante della cosiddetta tangentopoli brindisina. Misteri del quinto piano di Palazzo di Giustizia. Dal punto di vista delle ricadute sociali ed economiche, per fortuna, la eventuale dismissione della vecchia centrale a Brindisi non avrebbe le stesse conseguenze di Taranto. A partire dal fatto che a volere sbaraccare sembra essere in primo luogo la stessa Edipower, i cui costi di produzione nel vecchio catorcio di Brindisi Nord sono ampiamente, e da tempo, fuori mercato. Se poi la società scegliesse di mantenerla in funzione, dovrebbe riconvertirla a ciclo combinato, oppure ristrutturarla completamente con quegli accorgimenti tecnologici che impediscano davvero ogni rischio di dispersione nell'aria di polveri di carbone e di altri gas inquinanti.

In entrambe le ipotesi comunque con investimenti talmente importanti che, allo stato, non sembrano rientrare nelle strategie del nuovo asset societario costituitosi dopo il divorzio tra Edison e la francese Edf. Sarebbe come pretendere la luna, se a questo punto la città chiedesse, anche a mo' di molto parziale risarcimento per i quarant'anni di veleni ingoiati, che la Brindisi Nord venga definitivamente chiusa? E il problema dei lavoratori, in un momento di così grave crisi? Questo oggi potrebbe essere il meno importante. Non conosciamo il turn over annuale della centrale di Cerano, ma, in un colosso come quello, riteniamo che sia consistente, e comunque in grado di assorbire in poco tempo tutti i lavoratori attualmente impegnati nella Brindisi Nord.

E l'Enel non si azzardi a piangere miseria: con le centinaia di milioni di euro che guadagna annualmente sull'energia prodotta a Cerano potrebbe coprire qualche lustro di bilanci del Comune di Brindisi ed anche oltre! Resta il problema delle ditte appaltatrici. Ma si è mai pensato a quanto lavoro ci sarebbe per la bonifica, lo smantellamento e la rottamazione della vecchia centrale e la realizzazione degli eventuali possibili nuovi insediamenti nell'area liberata? Ci sarebbero milioni di ore di lavoro a disposizione, ed in più in quella zona, tra le più strategiche del porto esterno e della zona industriale, potrebbero sorgere chissà quali nuove iniziative.

Sappiamo già quale sarà la reazione dei "soliti noti" (questa volta la celebre definizione tocca a sindacati e appaltatori) a questa "provocazione": bisogna difendere il lavoro, il resto sono utopie. Ma se nella gerarchia dei valori e dei principi, come si legge da sempre nei documenti ufficiali e si sente nei discorsi del sindacato e della politica, lavoro ed ambiente marciano paralleli, sullo stesso piano, perché poi il lavoro diventa un ricatto infame che fa soccombere l'ambiente? Qual è la molla perversa e diabolica che spinge verso questa strada senza uscita? Chi vuole spiegarcelo?

In questi giorni la città sta vivendo il tipico periodo elettorale. Per favore signori candidati: risparmiatici l'inverecondo spettacolo dei programmi. Sembrano fatti in fotocopia, sono tutti uguali. Tutti propongono una città migliore, lo sviluppo economico, un futuro per i giovani. Nessuno ci dice come, con quali mezzi e soprattutto con quali uomini realizzarli. Una volta almeno sapevamo che idee aveva la destra, il centro o la sinistra perché ad elaborarle erano gli esperti dei partiti, ed il cittadino sceglieva cogliendone le differenze.

Ora invece i programmi sono diventati come le pizze da asporto: si telefona al call center, o ci si collega alle diavolerie elettroniche che si usano oggi, e si fanno le ordinazioni sulla base delle personali preferenze. Il candidato che dispone di più "pizza boys", che risponde positivamente a più richieste, quello è destinato a vincere. Sono le scorie di vent'anni di qualunquista populismo berlusconiano e chissà quanti anni ancora ci vorranno per smaltirle.

Una sfida però mi sento di lanciarla (ne lancerò qualcun'altra nei prossimi giorni) ed è quella di chiedere a tutti i candidati sindaci che in questi giorni si stanno affannando dietro i loro "pizza boys", che ne pensano in merito alla possibile chiusura di Brindisi Nord e, nel caso in cui siano d'accordo, come pensano di realizzare questo obiettivo se saranno eletti a nuovo sindaco della città.

Pensate che un "pizza boys" possa giungere anche all'indirizzo di BrindisiReport e soddisfare il nostro ordinativo? Se vado a rileggere certe imbarazzate reazioni locali, anche da parte di candidati sindaco, seguite alla strumentale provocazione dell'amministratore delegato della Lng per la vicenda del rigassificatore, il rischio di rimanere digiuni è molto grande.

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