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E il processo "ignorato" diventò l'ultima spiaggia di British Gas

BRINDISI - Non è ancora il momento di tirare una riga sulla vicenda del rigassificatore di Capo Bianco, anche se probabilmente la sentenza letta la sera di venerdì 13 aprile (in British Gas credono alla iella?) dal presidente del collegio giudicante, Giuseppe Licci, non si limiterà a rimbalzare sul tavolo del consiglio di amministrazione del potente gruppo energetico inglese senza scalfirne la superficie, ma determinerà decisioni importanti. E' però il momento per tirare le somme su come è stata giocata questa lunghissima partita.

Marcello Orlandini14 aprile 2012

BRINDISI - Non è ancora il momento di tirare una riga sulla vicenda del rigassificatore di Capo Bianco, anche se probabilmente la sentenza letta la sera di venerdì 13 aprile (in British Gas credono alla iella?) dal presidente del collegio giudicante, Giuseppe Licci, non si limiterà a rimbalzare sul tavolo del consiglio di amministrazione del potente gruppo energetico inglese senza scalfirne la superficie, ma determinerà decisioni importanti. E' però il momento per tirare le somme su come è stata giocata questa lunghissima partita.

E' innegabile che sia stata la magistratura a tagliare il nodo di Gordio. L'operazione intera è caduta proprio sul punto cassato dalla grandi polemiche nazionali e locali innescate periodicamente da Bg e da Brindisi Lng, le ultime due volte nell'immediatezza di eventi importanti: la riunione del Comitato tecnico regionale per il Nof, e addirittura la vigilia della sentenza di primo grado. E' come se la vicenda giudiziaria fosse ininfluente, marginale, persino inesistente, e tutto si giocasse invece nelle conferenze dei servizi, nelle commissioni, nelle relazioni bilaterali azienda-sindacati, azienda-imprese locali, azienda-università, azienda-politica.

Molti dimenticavano che il 12 febbraio del 2007 era venuta a galla una certa storia dalle forti tinte vetero - colonialiste in cui British Gas cercava di insediarsi in un territorio non dalla porta principale, ma da quella secondaria e ben oliata degli accomodamenti con i poteri locali, insediati nel municipio e nell'Autorità portuale. Chissà chi ha suggerito la strada delle finte consulenze, dei finti viaggi di lavoro e di altre utility usate come grimaldelli, secondo quando traspare dalle carte processuali. Apparati del governo Berlusconi allora in carica? Ma era stato Gianni Letta a scrivere una lettera di protesta ad un diplomatico britannico criticando quelle strategie applicate in loco da Bg.

Eppure non si può pensare che sia stato orchestrato tutto a Brindisi. Significherebbe dimenticare le azioni di lobbing insistente a livello parlamentare e ministeriale attuate dalla società britannica, oltre che quelle sul territorio interessato; gli intrecci politici evidenti dalle intercettazioni telefoniche allegate all'ordinanza di custodia cautelare del febbraio 2007, i ricorsi al Tar come mezzo costante di opposizione a provvedimenti considerati ostili. Si è capito anche che le strutture tecniche dello Stato in tutte le loro articolazioni (Ministeri, Regioni, Province, Comuni) possono anche assumere posizioni molto diverse di fronte allo stesso problema. E si è capito che nelle stesse strutture tecniche non sempre prevale il giudizio obiettivo, ma conta ancora il pressing politico ed economico. Ma non su tutto e tutti, per fortuna: ed anche questo è apparso chiaro dalle indagini.

E' altrettanto innegabile che, dovendo ricorrere all'iconografia biblica anche troppo sfruttata (Davide contro Golia), che quella sul piano giudiziario sia stata l'azione che ha dato maggiore speranza agli oppositori del progetto di Capo Bianco. Certo, c'era anche l'anomalo ma solido filo rosso tra Nichi Vendola, Michele Errico e Domenico Mennitti a costituire un caposaldo. C'è stata l'azione di un movimento ambientalista libero da infantilismi ma al contrario corazzato di conoscenze giuridiche e tecniche che lo hanno sempre tenuto in gioco. C'è stato il pesante successo di quel ricorso dell'amministrazione Errico alla Commissione europea che innescò la procedura di messa in mora del governo italiano, e la coincidenza che quando ciò avvenne al ministero dello Sviluppo ci fosse uno come Pierluigi Bersani, industrialista certo, però rispettoso delle regole del gioco. Ma probabilmente tutto ciò non sarebbe bastato.

Non sarebbe bastato se non ci fossero stati a difesa non del territorio, ma del diritto, una procura della Repubblica e un piccolo, piccolissimo, gruppo di investigatori di alta preparazione, che hanno prima scovato tutto il materiale documentale e testimoniale necessario, nelle sedi dell'azienda, nei ministeri, negli uffici pubblici e nelle abitazioni privati, nelle banche, e poi hanno applicato a tutto ciò conoscenze giuridiche tali da ottenere una vittoria processuale, venerdì 13 aprile, e anche il riaggancio con quattro imputati che l'intelligente strategia difensiva era riuscita a fare uscire dal processo con una oblazione per l'occupazione abusiva di area demaniale marittima, ma con loro soprattutto prove, intercettazioni, atti, che avrebbero dovuto indebolire la tesi accusatoria circa l'azione concertata di British Gas per ottenere a tutti i costi dall'Autorità portuale l'atto concessorio per l'area di Capo Bianco.

Tentativo riuscito solo nella prima e nella seconda fase (tribunale di Brindisi e Corte d'Appello di Bari), ma fallito in Cassazione, dove le ragioni dei due pubblici ministeri Giuseppe De Nozza e Silvia Nastasia si sono mostrate prevalenti: quell'oblazione non basta, ha detto la Suprema Corte, e i quattro manager - all'epoca dei fatti - di British Gas torneranno in un'aula del tribunale di Brindisi l'11 maggio prossimo per essere nuovamente processati. E' solo una delle battaglie combattute dietro le quinte, fuori dal raggio dei riflettori, di una storia in cui tutto è stato messo in campo per piegare l'informazione ed isolare la campagna brindisina di British Gas dalle vicende giudiziarie, tentando di condensare la vicenda nella parabola del gigante buono che arriva per portare prosperità e sviluppo, ma viene ostacolato ingiustamente in mille modi dalla burocrazia, da governi locali assurdamente ostili, da ambientalisti in mala fede, pronti a respingere mille posti di lavoro.

Ora, di tutto questo, resta proprio la parte esorcizzata e nascosta: quella delle indagini, della corruzione (prescritta ma riconosciuta almeno sussistente sino a buona parte del 2002). Non è un gioco del destino, se per realizzare il suo progetto, British Gas dovrà assolutamente vincere in appello e in Cassazione, mentre senza di ciò tutto il resto diventa inutile, quasi carta straccia. Era il convitato di pietra nascosto nelle interviste ai grandi giornali nazionali, ora è il padrone di casa, questo processo e sulla colmata di Capo Bianco ancora per un bel pezzo si fermeranno solo i gabbiani e i cormorani, che non sanno leggere i cartelli di sequestro, tanto meno quelli con la nuova sentenza di confisca che dovrebbero apparire a breve. E tutto per colpa delle penne e dei codici di due sostituti procuratori, e di un pugno di uomini della Digos e del Nucleo di polizia tributaria della piccola, scompaginata, assurda, ma ricca di sorprese città di Brindisi.

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