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I numeri della crisi e la sofferenza sociale ignorata dalla politica

Voglio ritornare ancora sui dati della crisi economica. Penso che la loro freddezza e staticità, malgrado la loro drammaticità, non aiuti a sfondare il muro della rassegnazione e dell'impotenza. Ma io insisto perché convinto come sono che i numeri servono per capire, per socializzare preoccupazioni, per organizzare risposte e reazioni evitando improvvisazioni e approssimazioni. Nel precedente mio intervento ho richiamato i dati forniti dall'Istat sulla disoccupazione, su quella dei giovani e delle donne nel Sud, sul numero delle imprese che stanno chiudendo o che falliscono riportando ad esempio quelli relativi alla provincia di Brindisi. Dove da gennaio 2011 a marzo 2012 le imprese che hanno cessato di esistere sono ben 3800 e di queste più di un terzo nel settore delle costruzioni del commercio e servizi.

Carmine Dipietrangelo11 giugno 2012

Voglio ritornare ancora sui dati della crisi economica. Penso che la loro freddezza e staticità, malgrado la loro drammaticità, non aiuti a sfondare il muro della rassegnazione e dell'impotenza. Ma io insisto perché convinto come sono che i numeri servono per capire, per socializzare preoccupazioni, per organizzare risposte e reazioni evitando improvvisazioni e approssimazioni. Nel precedente mio intervento ho richiamato i dati forniti dall'Istat sulla disoccupazione, su quella dei giovani e delle donne nel Sud, sul numero delle imprese che stanno chiudendo o che falliscono riportando ad esempio quelli relativi alla provincia di Brindisi. Dove da gennaio 2011 a marzo 2012 le imprese che hanno cessato di esistere sono ben 3800 e di queste più di un terzo nel settore delle costruzioni del commercio e servizi.

Ho fatto riferimento alle 300.000 ore di cassa integrazione nel solo mese di aprile con un aumento consistente rispetto ai mesi precedenti. A questi dati oggi se ne possono aggiungere altri e più significativi che riguardano l'economia italiana e meridionale. Il prodotto interno dell'Italia nel 2012 calerà di un altro 1,8% ma quello del Sud precipita del 3%. Sono i dati della Svimez. E se nel 2013 nelle regioni del Nord e' previsto un aumento del Pil dello 0,4%, nel Sud invece il segno continuerà ad essere negativo. La spirale recessiva in cui ci troviamo sta mettendo in ginocchio il Mezzogiorno.

Un altro dato Istat di questi giorni e' quello relativo alla produzione industriale che continua ad essere in sofferenza per mancanza di mercato interno e ed estero. Ad aprile ha fatto segnare un calo dell'1,9% rispetto al mese precedente e del 9% rispetto all'anno scorso. E' fin troppo evidente che se i consumi delle famiglie crollano a seguito di tagli indiscriminati, di ulteriori ed eccessive pressioni fiscali sul lavoro e sull'impresa, anche la produzione industriale non può che precipitare. La riduzione del consumo di beni di prima necessità e di servizi sarà al Sud del 2,6% nel 2012 e del 2% nel 2013. Sono dati che fotografano una crisi sociale enorme e inedita delle cui conseguenze non c'e' una adeguata e diffusa consapevolezza.

Questa crisi sociale colpisce le famiglie, le nuove generazioni, e in particolare il Mezzogiorno, dove la perdita maggiore di reddito conseguente alla dinamica del mercato del lavoro non e' compensata dal sistema di ammortizzatori sociali e dove la povertà assoluta e relativa, che già incidono a livello allarmante, aumentano di quasi il doppio rispetto al resto del paese. E tutto questo prima del prossimo pagamento dell'Imu che soprattutto nel Sud sarà un altro colpo ai redditi delle famiglie per il peso che hanno le abitazioni di proprietà nelle nostre realtà meridionali. Alle disuguaglianze crescenti si aggiunge anche una iniquità territoriale.

Le statistiche sul mercato del lavoro, quelle sui dati economici, sulle imprese che chiudono, sulla produzione industriale, sulla recessione, sul Mezzogiorno, hanno nomi, volti di milioni di persone che subiscono, soccombono, soffrono. Questi numeri dicono che il risanamento così impostato e' insostenibile se non si attivano contestualmente leve, misure, politiche di sviluppo e di crescita. Infatti taglio dopo taglio non si e' fatto altro che deprimere l'economia, la società,il lavoro e allontanare il Mezzogiorno dal resto del Paese. Le tecniche liberistiche con cui l'Europa ha fronteggiato la crisi, e che tuttora persistono anche in Italia, hanno prodotto questi risultati.

Considerare il debito pubblico variabile determinante ha portato a questa lunga crisi, fatta di recessione e di depressione economica che, come diceva Keynes, può far cadere in un abisso senza fine. C'è una via d'uscita al calo della produzione, alla disoccupazione, al peggioramento delle condizioni di vita dei ceti più deboli? Se c'e' solo austerità no. La via d'uscita e' possibile se l'Europa imbocca la strada della crescita, della unità politica e della solidarietà per il controllo e il governo comune dei debiti pubblici nazionali. La via d'uscita e' possibile se l'Italia porta avanti una politica di riforme e di misure indirizzate alla occupazione,al lavoro, al Mezzogiorno.

Ma in Italia e' necessario ricostruire una nuova cultura del lavoro (quello operaio e quello degli imprenditori). E' il lavoro che produce e che crea ricchezza. Nei confronti del lavoro e in quello operaio soprattutto così come nei confronti delle imprese produttive e manifatturiere si e' diffuso un senso comune negativo. L'operaio non e' un parassita, ne' un soggetto alla ricerca di diritti e di pretestuosi conflitti come l'imprenditore non e' uno che non vuole pagare le tasse e a cui piace licenziare. Anche una certa sinistra si e' fatta suggestionare da questa cultura.

Ma tornando al Sud, alle sua economia che continua a perdere terreno e a procedere per segni negativi, va trovato il coraggio per leggere i dati della crisi liberandosi da qualsiasi idea di rassegnazione o di rivendicazione rivolta allo Stato centrale. Spetta alla sinistra dotarsi di questo coraggio recuperando l'unica vera questione nazionale dalla cui soluzione dipende ancora lo sviluppo dell'intero Paese. Bisogna però dotarsi di nuove lenti con cui leggere la società meridionale e ci vuole una strategia che da tempo manca alla sinistra e al centrosinistra. Una strategia per il Mezzogiorno ma anche una strategia del Mezzogiorno. Il Mezzogiorno ha bisogno di politiche nazionali ma il Mezzogiorno deve fare anche da se. Non può esserci una crescita solida e una Italia più civile se nel Mezzogiorno non si avvierà uno sviluppo capace anche di autosostenersi e di autogovernarsi.

Il persistente mancato sviluppo del Sud non dipende solo dalla carenza di aiuti, dalla mancanza di interventi per le infrastrutture, ma anche dalla incapacità delle classi dirigenti locali di creare beni e servizi collettivi, incapacità per anni tollerate e utilizzate da chi ha pensato solo al consenso politico ed elettorale. C'e' bisogno di porre vincoli severi all'uso clientelare della spesa pubblica, ma anche di politiche attive locali. Le classi dirigenti locali devono misurarsi innanzitutto con la valorizzazione del patrimonio delle risorse territoriali: dai beni culturali e ambientali ai saperi radicati nel lavoro e nelle imprese, nei centri formativi, nei livelli alti della conoscenza, dall'agricoltura alle vocazioni turistiche e a quelle manifatturiere.

Cogliere l'occasione di questa crisi anche per ripensare l'agire politico e amministrativo nel Mezzogiorno. Bisogna cambiare l'agenda delle priorità per costruire una progettualità, una nuova cultura del lavoro e dell'impresa, in grado di avere un nuovo vocabolario e nuovi attori della politica locale capaci di imporsi su scenari nazionali senza riserve ma come protagonisti di un Mezzogiorno che si sviluppa valorizzando le proprie risorse e che vuole dimostrare di saper fare da se e che come tale chiede nuove politiche nazionali di sviluppo. Lavoro, impresa, Mezzogiorno devono essere l'architrave di una proposta per l'Italia. Vanno bene le primarie, è utile una nuova legge elettorale, vanno bene le alleanze tra progressisti e democratici, ma la sinistra se vuole avere ruolo, peso, futuro deve saper fare i conti con la grande questione sociale apertasi soprattutto nel Mezzogiorno, lavorando, nel processo di ricostruzione dell'Italia, per la ricomposizione sociale e nazionale attorno al lavoro e alla questione meridionale. Il popolo del Sud, le sue nuove generazioni non aspettano altro.

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