Legge 194: "Ci provano ancora a controllare il corpo delle donne"

Forze politiche conservatrici e di destra, gruppi ecclesiali fondamentalisti coalizzati nel cosiddetto “fronte per la vita” a ondate lanciano proclami per eliminare la legge 194 sull’aborto

Forze politiche conservatrici e di destra, gruppi ecclesiali fondamentalisti coalizzati nel cosiddetto “fronte per la vita” a ondate lanciano proclami per eliminare la legge 194 sull’aborto, perché non sono ancora soddisfatti della fallimentare applicazione cui hanno contribuito nei 40 anni dalla sua approvazione nel totale disinteresse del Ministero della Salute, delle Regioni e delle Asl.

 La legge 194 ha salvato le donne dalle condanne per il reato di aborto “contro l’integrità e la sanità della stirpe” del codice Rocco; ha posto fine alla piaga dell’aborto clandestino che procurava morte per emorragia e setticemia, e danni permanenti  alla salute delle donne,  come tuttora  accade in Argentina dove la legge sull’aborto non è stata approvata dal Senato.

In Italia l’obiezione di coscienza dei medici nei reparti pubblici di ostetricia e ginecologia ha raggiunto la media del  70%, con punte del 90%  in alcune Regioni e dell’83 % in Puglia. Solo 390 su 654 strutture dotate di reparti di ostetricia e ginecologia effettuano interruzioni di gravidanza; tra queste, solo una minima parte garantiscono entrambi i tipi di aborto, quello prima del 90° giorno (volontario) e quello   dopo il 90° giorno (terapeutico).

Ciononostante il 22 maggio 2018 il Consiglio Regionale pugliese ha bocciato la proposta di legge Borraccino che intendeva rimuovere gli ostacoli all’applicazione della legge 194 attraverso la mobilità del personale non obiettore e la sottoscrizione di convenzioni per permettere alle Asl di dotarsi delle professionalità necessarie a praticare l’aborto.

Il sabotaggio della legge 194 avviene attraverso l’obiezione di coscienza, ma il comma 3 dell’art. 9 della legge la limita alle procedure e alle attività “specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza”, escludendo tutto quello che è assistenza antecedente e conseguente all’intervento.

L’esercizio illegale dell’obiezione di coscienza comporta pericoli  per la vita delle donne come è accaduto a Valentina Milluzzo, morta nel 2016 nell’ospedale pubblico di Catania, al quinto mese di una gravidanza gemellare perché i medici non le hanno praticato l’aborto terapeutico che l’avrebbe salvata.

Il rischio sanitario per la disapplicazione della legge 194 negli ospedali italiani è riconosciuto da una sentenza   della Corte di Cassazione del 2013 che ha confermato la sanzione a un anno di carcere con interdizione dall'esercizio della professione per un medico di guardia in un ospedale di Pordenone, che si era rifiutato di soccorrere una paziente che aveva abortito e rischiava un'emorragia. La sentenza è importante perché mette ordine nella priorità del bene da tutelare, affermando che “il diritto dell'obiettore affievolisce, fino a scomparire, di fronte al diritto della donna in imminente pericolo a ricevere le cure per tutelare la propria vita e la propria salute”.

Al varo del nuovo governo arriva l’attacco del Ministro della Famiglia Fontana che  dichiara di volere restringere il diritto all’aborto, obiettivo condiviso dal senatore Pillon della Lega  che propugna la modifica della 194, non appena ci saranno i numeri in Parlamento. A Brindisi Ciullo, capogruppo della Lega in consiglio comunale, sostiene il sodale di partito Pillon, invocando “una politica seria per la famiglia naturale”.

I fautori di questi progetti vogliono sottrarre alle donne  potere decisionale e libertà di scelta nel campo della riproduzione (maternità, aborto) e gestione della sessualità. Utilizzano la dizione “famiglia naturale”, in realtà si riferiscono alla “famiglia coniugale nucleare monogamica eterosessuale”, dimenticando che esiste già una pluralità di  modelli familiari: famiglie monogenitoriali, famiglie omosessuali, famiglie ricostituite dopo separazione e divorzio, famiglie di conviventi, famiglie di coabitanti. La famiglia è una delle prime costruzioni storico-sociali, ma è comunque un fatto culturale, dalle mille varianti temporali e locali, mutevole per organizzazione, dimensioni e funzioni.

Ancora una volta il tentativo è di escludere dai benefici di quel che resta del welfare le unioni civili, le famiglie arcobaleno e tutte quelle persone  che,  per identità di genere ed orientamento sessuale, non si conformano al binarismo uomo/donna e all’eterosessualità obbligatoria. Perciò si profila un  arretramento inaccettabile dopo decenni di  lotte per conquistare diritti, dignità, rispetto e riconoscimento sociale.

Non Una Di Meno di Brindisi ha denunciato sin dall’8 marzo 2017 lo stato di cose in città: la mancanza del servizio di IVG all’Ospedale Perrino per l’obiezione di coscienza dell’intero reparto di ostetricia e ginecologia, mentre la clinica convenzionata Salus esegue oltre 700 aborti all’anno. Il 28 settembre scorso ha presidiato l’ospedale Perrino chiedendo molto di più dell’applicazione della legge 194. A marzo 2018 sono state consegnate centinaia di firme di cittadine/i al Direttore Generale della ASL di Brindisi Pasqualone, ma al momento nulla è cambiato.

Pretendiamo e reclamiamo: Welfare per l’autodeterminazione, la sanità pubblica, laica e a misura di donna, i consultori aperti alle donne di qualunque età, alle persone gay, lesbiche, trans e alle migranti;  Contraccezione gratuita;  RU486 (aborto farmacologico) a 63 giorni e senza ospedalizzazione, somministrata anche nei consultori pubblici; Gli obiettori fuori dalle strutture sanitarie pubbliche e dalle farmacie; Educazione sessuale nelle scuole. Rompiamo l’isolamento e l’indifferenza a cui siamo costrette quando affrontiamo l’aborto.

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