I Magi di Emiliano, Consales e il presepe vivente alla brindisina

Era la vigilia di Natale e da Bari-Betlemme la stella cometa giunse nella stalla di Brindisi il messaggio di Papa Emiliano I: «Azzerate la giunta». Mimmo II, esponente di una dinastia che si sperava fosse al termine, rispose da par suo, con un sms di pace: «Fottiti!»

Era la vigilia di Natale e da Bari-Betlemme la stella cometa giunse nella stalla di Brindisi il messaggio di Papa Emiliano I: «Azzerate la giunta». Mimmo II, esponente di una dinastia che si sperava fosse al termine, rispose da par suo, con un sms di pace: «Fottiti!». Poi, comprendendo che in caso di crisi sarebbe tornato a lavorare (si fa per dire) come giornalista, sedette al suo scranno, prese carta e calamaio, e invio un tweet al suo presunto leader: «Ma mi spieghi perché dovrei azzerare la giunta? Ti faccio presente che in tre anni e mezzo ho già cambiato 165 assessori. Mi sono rimasti solo le pecore e i gatti».

Michele Emiliano, che proprio in quel momento si stava strafocando una guantiera di cartellate, rispose da par suo, mettendo da parte tutta l’irruenza che lo contraddistingueva, specie quando stava ingurgitando i dolci di Natale: «Non è colpa mia se a Brindisi avete già imbarcato cani e porci». Mimmo II fu tentato di riscrivere “fottiti again”, ma per un attimo mise da parto gli istinti primordiali che a volte lo contraddistinguono, e scrisse un messaggio dai profondi contenuti politici: «Ma mi spieghi perché dovrei privarmi di Luperti, che è l’unico a cui la città riconosce di aver fatto qualcosa?».

Il telefono restò muto. Emiliano non aveva voglia di dare spiegazioni, o più probabilmente era impegnato nell’analisi di un pandoro farcito con mascarpone, agnello, nutella e colatura di alici di Bari. Una bomba che il suo dietologo gli aveva sconsigliato, ma alla quale Michele non riusciva a rinunciare, almeno a Natale. Mimmo restò in attesa di una risposta che il giorno di Natale non arrivò. Giunse qualche giorno dopo, portata a mano da tre commissari incaricati di dare spiegazioni e ordini al sindaco ribelle. Le decisioni era state prese da una commissione speciale che nel Pd si occupava di far cadere tutte le giunte a guida Pd, in puro stile Pd.

Ne facevano parte Enzo La Fiamma, un fascistone folgorato sulla via di Renzi; Pino Scudocrociato, un ex Dc che un anno si buttava a destra e uno a sinistra, peraltro continuando a sparare sempre le stesse minchiate, che evidentemente andavano bene sia a destra che a sinistra; e infine c’era Maria Maddalena, una che non aveva mai fatto politica ma aveva due tette fenomenali e (si dice) fosse dotata di altre peculiarità per fortuna ancora apprezzate da una parte delle sinistra che di sinistra non aveva più nulla.

A dire il vero Emiliano non si fidava tanto di Maria Maddalena. La riteneva troppo arrendevole e propensa a scendere a compromessi, ma il presidente non trovava il modo di sbarazzarsene senza essere attaccato da quanti accusavano di voler trasformare la sinistra in un club di checche. E in fondo Maria Maddalena era una delle poche facce interessanti (e soprattutto delle poche tette) rimaste in un partito che di un partito non aveva più nulla.

I tre garanti-magi consegnarono la lieta novella a un tipo che stazionava sotto Palazzo Granafei Nervegna e si spacciava come futuro braccio-destro del sindaco, o addirittura suo vice. Si chiamava Pino Scansafatiche, sembrava l’immagine perfetta del brindisino medio (medio-basso, in realtà) e spiegò che l’incarico gli toccava ad honorem perché almeno tre suoi parenti avevano votato il sindaco anche se si vergognavano a dirlo, essendo stati da sempre sostenitori del Movimento sociale. «Se ti vergogni tu, pensa un po’ noi», dissero i tre garanti-magi, che immediatamente svoltarono i cammelli e scomparvero da Brindisi.

Il messaggio fu consegnato a Mimmo II, insieme ad un piatto con le rimanenze delle cartellate e del pandoro farcito lasciate da Michele di Bari. Il sindaco guardò il piatto ma non toccò nulla: «Datelo ai soliti tre-quattro consiglieri comunali che stazionano dietro la mia porta, tanto quelli mangiano tutto e si accontentano di poco».

Poi il primo cittadino iniziò a leggere finalmente le motivazioni alla base della richiesta di azzeramento della giunta: «Dobbiamo liberarci di Luperti perché si chiama Luperti. Se abbiamo fatto dimettere Lupi dobbiamo far dimettere anche Luperti, perché in nomen omen. Dovrebbe essere così anche per la Boschi, ma per ora iniziamo dai piani bassi. Quanto a Monetti, dobbiamo liberarci di lui perché altrimenti non possiamo giustificare la cacciata di Luperti. Sappiamo che Lino è un bravo ragazzo, ma se si ostina a volersi chiamare Luperti e ad occuparsi di urbanistica, non è colpa nostra. Se non vuole cambiare settore, almeno cambiasse cognome. E poi, caro Mimmo, è chiaro che il primo a starci sulle palle sei proprio tu, ma ovviamente non possiamo dirlo, anche se stiamo facendo di tutto per fartelo capire. Quindi, o azzeri la giunta, o azzeri te stesso. O entrambi. Tutto chiaro?».

Mimmo II prese lo smartphone e scrisse: «Fottetevi!». Ma non inviò subito il messaggio. Per una volta volle attendere un paio di giorni. Anche per verificare se stesse sognando, se si trattava di un Satyricon, o se davvero nel Pd fossero impazziti fino a tal punto.

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