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Alberi e piante anche per bonificare i terreni: la scommessa di un brindisino contro i cambiamenti climatici

Andrea Carletti, 38enne di Brindisi, Responsabile dell’Ufficio Gare e Bonifiche Ambientali dell’azienda brindisina Crea Srl presenta i suoi progetti realizzati a Taranto e a La Spezia

BRINDISI - Canapa, pioppo, salice, erba medica ma anche girasoli, eucalipto, senape per salvare i terreni dall’inquinamento, bonificarli, catturare C02 restituendo alle comunità distese di boschi e ossigeno. Basta meno di quanto si possa immaginare, quindi, per affrontare la crisi climatica e salvare il pianeta. O almeno provarci. Ne è convinto Andrea Carletti, 38enne di Brindisi, Responsabile dell’Ufficio Gare e Bonifiche Ambientali dell’azienda brindisina Crea Srl, Società che opera nel settore delle Telecomunicazioni delle Energie Rinnovabili attenta allo “sviluppo di soluzioni a basso impatto ambientale”. Carletti proprio nei giorni scorsi sul suo profilo Facebook ha reso noti i primi risultati di un progetto di riqualificazione ambientale. 

“Aprile 2017 vs qprile 2022. Sono passati 5 anni da quando è stata messa a dimora l'ultima talea. Miliardi di apici radicali hanno invaso giorno dopo giorno il terreno sottostante per distruggere ed annientare i metalli pesanti presenti. Una barriera verde alta 15 metri fitta come una foresta. La mia gioia di fare parte di questo progetto e di vedere tutta questa vegetazione crescere rigogliosa in così poco tempo. Questo progetto lo dedico a tutti noi”.

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Facciamo un passo indietro. Dal 2013 Crea Srl è partner in Ati con l’Università degli Studi di Firenze del progetto di ricerca Vespa (Vegetal Systems for Pollution Avoidance) realizzato presso l’Arsenale Militare di Taranto e dal 2017 del progetto di ricerca Iper (Innovative Plant-based Environmental Remediation) realizzato presso l’Arsenale Militare di La Spezia che utilizza il “fitorimedio” (una tecnologia naturale di bonifica dei suoli che utilizza alcune piante che sono in grado di fitoestrarre metalli pesanti e/o indurre la degradazione di composti organici in terreni contaminati), per la bonifica dei siti contaminati da sostanze inquinanti. Non si parla solo di fotosintesi clorofilliana, quindi.

Andrea Carletti, già pioniere nel Brindisino di tecniche legate alla bonifica dei terreni attraverso l’utilizzo della cannabis, apicoltore e appassionato di tutela ambientale, è pronto a scommettere che la sfida contro i cambiamenti climatici può partire proprio da sottoterra. E i suoi progetti ne sono la dimostrazione. 

Piantare alberi, ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, permette di catturare C02 la principale causa dell’aumento della temperatura terrestre, ma mettere a dimora determinate varietà di piante aiuta anche a bonificare terreni e falde acquifere a preservare il terreno dall’erosione. In salvo non solo l’aria ma anche la terra e l’acqua.  “Il fitorimedio esiste da molti anni - precisa subito Carletti - nacque negli anni ’70 quando ci si rese conto che su terreni altamente inquinati crescevano piante. Studiando questo fenomeno si arrivò a capire che alcuni tipi di vegetazione bonificavano i terreni”. 

Progetto VESPA_Arsenale Militare Taranto_CREA_UniFi_2014_15-2

Sono due i progetti che Carletti e la sua azienda hanno realizzato in Italia. Dal 2013 al 2016 è stato sanato circa un ettaro di terreno inquinato da metalli pesanti facente parte dell’arsenale militare di Taranto. Attualmente è in corso un progetto presso l’arsenale militare di La Spezia avviato nel 2017. 

Ma in che consiste esattamente?  “Si parte dalle analisi sullo stato del terreno, che sono quelle fornite dal committente eseguite attraverso Arpa o altri enti, poi ci sono le nostre. Una volta accertata la natura dei metalli pesanti presenti nel terreno e il livello di inquinamento parte il lavoro di preparazione dello stesso. Vengono eliminati tutti i corpi estranei, come pezzi di ferro, bulloni e materiali inerti. Poi si passa alla lavorazione vera e propria: aratura, fresatura, concimazione. Per quanto riguarda Taranto l’area è stata suddivisa in particelle della stessa grandezza, immaginiamo un reticolato. In ognuna sono state piantate varietà di canapa, pioppo, erba medica e salice. In maniera alternata. Quattro particelle sono state lasciate libere, sono quelle “di confronto”. A fine progetto, in questo caso dopo 3 anni, si procede con le analisi per capire quanto è diminuito il livello di inquinamento”. 

Naturalmente, come per tutte le coltivazioni, nel periodo interessato dal progetto le colture vengono assistite e curate perché crescano rigogliose.  “Le monitoriamo con sensori alimentati da pannelli fotovoltaici che rilevano temperatura, umidità, ecc. e da remoto attiviamo l’irrigazione, se serve. Anche questa pratica è relativa a ogni singola pianta, in base allo stato di salute”. 

Progetto IPER_Arsenale Militare La Spezia_CREA_UniFI_2017_2-2-2

Poi ci sono i campionamenti, i report, le analisi, le visite in campo. A Taranto c’erano idrocarburi e metalli pesanti, i primi si sono degradati gli altri sono diminuiti sensibilmente. “Alcune piante stoccano gli inquinanti nel fusto, altre li attirano attraverso le radici, fungono da vere e proprie calamite. Una parte del lavoro, quindi, consiste anche nel raggiungere almeno due metri di profondità e creare un fitto apparato radicale. Gli idrocarburi, ad esempio, vengono completamente disintegrati”. Il progetto non è uguale per tutti i terreni e varia a seconda delle caratteristiche. 

I costi? “Purtroppo non si può parlare di costi perché tutto dipende dal tipo di terreno, dal livello di inquinamento e dalle condizioni climatiche. Certamente però, costa meno dei metodi industriali e in cambio restituisce veri e propri boschi alle comunità”. Quando il terreno è bonificato, quindi, si continua a depurare l’aria. Uno spunto per amministrazioni e aziende industriali. 

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