"Un pezzo di strada lungo 50 anni, da amici sino all'ultimo"

Carmine Dipietrangelo racconta il suo lungo e inizialmente non sempre facile, ma poi solidissimo, rapporto con Vittorio Bruno Stamerra

Ho atteso che passasse del tempo dall’impatto duro e triste che la notizia della morte di Vittorio Stamerra ha avuto su di me e su coloro che gli hanno voluto bene, per ricordarne figura e rapporti. Ho seguito momento per momento con lui e con i famigliari la evoluzione dei suoi acciacchi e della sua malattia fino ai tremendi giorni del ricovero in ospedale, e a contatto con i nostri amici medici non mi rassegnavo alle informazioni che mi davano sulla irreversibilità della sua patologia. 

Ma Vittorio non ha retto anche se ha combattuto fino all’ultimo. Ci ha lasciati senza poter parlare con  i suoi cari e senza neanche una possibilità di saluto da parte dei suoi amici. Molti in questi giorni ne hanno ricordato professionalità, passioni, capacità. Molti attestati.... malgrado una certa antipatia che la sua parzialità e la penna suscitavano e i cui risvolti molte volte mi coinvolgevano. Considero Vittorio l’ultimo mio fraterno amico e compagno. Eravamo, agli occhi di tanti, come diceva lui, con una certa malizia e ironia, una coppia di fatto. Negli ultimi anni, infatti, si era determinata una reciprocità di vedute e di iniziative che facevano attribuire a me quello che scriveva lui e quello che scrivevo o facevo io, a lui. 

Ci ridevamo sopra, ma molte volte, per non compromettere la nostra reciproca autonomia e per non scaricarci di responsabilità, abbiamo rinunciato a prendere posizioni più forti e più dissacranti di quel potere costituito e dei giochi attorno ad esso che Vittorio, in quanto informato dei fatti, non sopportava. Le nostre discussioni e le nostre informazioni erano per lui preziose per fornire considerazioni e riflessioni che con la sua “penna” riusciva a rendere penetranti, taglienti e chiare. Faceva  discutere e faceva schierare. Litigavamo spesso e mi considerava portatore sano di moderazioni e di eccessivo senso di responsabilità. 

Ero per lui “il comunista di Mesagne” sempre teso a farsi carico di qualcuno. Ci siamo scambiati amicizie e relazioni che ognuno di noi si era costruito sia con gli umili e i militanti e sia con quelle fasce di borghesia e di intellettualità che con noi avevano interloquito negli anni delle nostre esperienze. Per tutti e due la politica non è mai stata solo gestione del potere anche quando abbiamo avuto modo di esercitarlo. Per la sinisttra la politica è innanzitutto questione sociale, culturale, strumento di cambiamento per far stare meglio chi sta peggio.

Vittorio Stamerra e Carmine Dipietrangelo con l'artista Carmelo Conte-2

Un solido rapporto ci ha unito per quasi 50 anni. Ci siamo conosciuti nei primi anni 70, lui socialista ed io comunista, entrambi legati alla Cgil di quegli anni, sindacato i cui gruppi dirigenti erano organizzati in componenti (così venivano chiamate le correnti) di socialisti e comunisti. Ricordando quel periodo posso dire che forse sono stato una delle prime vittime della sua penna. In quegli anni Vittorio era un dipendente del comune di Brindisi, socialista iscritto alla Cgil e giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno. Nel 1973 con il congresso provinciale della Cgil la componente comunista aveva deciso un rinnovamento dei gruppi dirigenti del sindacato e designò me, giovane dirigente del Pci, nella segreteria provinciale. 

La componente socialista aizzata dagli articoli che Vittorio scriveva sulla Gazzetta si oppose bloccando per 15 giorni il congresso provinciale. La questione si risolse a livello nazionale e alla fine la mia designazione fu accettata, ma considerata da Vittorio solo imposta. Dopo quella vicenda non perdemmo io e lui ogni occasione per rinfacciarcelo. Ma mantenemmo comunque un rapporto anche se cercavamo sempre gli argomenti per differenziarci e litigare.

Due modi diversi di intendere il proprio impegno e la propria militanza in quella sinistra che se pur divisa e diversa non ci aveva mai allontanato e umanamente contrapposti. Nessuno di noi due ha mai rinnegato la reciproca storia e appartenenza. Lui socialista lombardiano, libertario e un po’ anarcoide, io segretario dei giovani comunisti con un eccessivo senso della responsabilità e disciplina tipiche di un funzionario del Pci di quei tempi. 

È stata la nostra differenza negli anni in cui c’erano ancora  un Pci e un Psi, i due partiti della sinistra italiana. Differenza che con la scomparsa di quei partiti si venne mano a mano ad annullare facendoci ritrovare assieme in quello che è diventato il campo ampio degli apolidi di sinistra  anche se  sempre impegnati nella ricerca di sedi e strumenti di confronto unitario. Amicizia fraterna e differenza di militanza a sinistra, per me e Vittorio, sono state sempre un ottimo collante che anche nei momenti di maggiore diversità e contrapposizione hanno tenuto e hanno rafforzato il reciproco rispetto e la nostra solidarietà. Molti sarebbero gli episodi di questi 50 anni che ci hanno visto interlocutori e molte volte su posizioni dialettiche se non contrapposti. Uno l’ho ricordato prima. 

È la storia politica, sociale, economica, antropologica della città e del Salento che Vittorio ha sempre saputo e voluto approfondire con curiosità e autonomia, stimolando sempre qualcuno a fare altrettanto e offrendo sempre idee e suggestioni.Era, però, come dovremmo essere sempre noi di sinistra, orgogliosamente di parte. Vittorio forse era diventato troppo di parte fino al punto da apparire, con i suoi interventi, un bastian contrario. E non risparmiava nessuno anche quando chiamava in causa amiche e amici. Era fatto così. Non sopportava le ingiustizie, i falsi moralismi, gli intrighi dei palazzi e i cerchi magici. 

Nei confronti del potere costituito aveva un atteggiamento diffidente e critico. Era un giornalista dalla penna perspicace e tagliente. E nel suo campo un eccezionale organizzatore, promotore e formatore di giornalisti. Lo ha fatto da indiscusso, indimenticabile e riconosciuto direttore del Quotidiano e da padre putativo e decano per tanti giovani che hanno scelto la sua professione. Vittorio rimane un giornalista che difendeva l’autonomia e la libertà della professione senza mai mettere in discussione la sua appartenenza politica.Per questa idea della professione e per la sua appartenenza ha pagato e ha ricevuto amare delusioni soprattutto da alcuni che lui considerava allievi, figliocci, e io aggiungo, beneficiati dal quello che era il suo potere al Quotidiano. 

Nel 1996 accettò la candidatura al Senato nel collegio di Brindisi, proposta da me e da Massimo D’Alema. Una performance eccezionale la sua, che ci lasciò però l’amaro in bocca. Portò il collegio senatoriale di Brindisi da ultimo della Puglia al primo dei non eletti. Con dignità accettò il risultato così come il cambio di direzione del suo giornale deciso dalla nuova proprietà. Quell’esperienza consolidò ulteriormente la nostra amicizia e il nostro rapporto politico. Iniziò in quegli anni la ricerca comune di strumenti e sedi per una nuova cultura politica unitaria a sinistra che ci ha portato a dar vita prima alla associazione politica culturale Futura e poi a Left Brindisi di cui Vittorio è stato con me non solo promotore ma sollecitatore di tante e belle iniziative. 

La sua passione per il giornalismo e la mia curiosità verso tale mondo ci portò nel 2009 a fondare assieme BrindisiReport, intuendo con Marcello Orlandini le grandi potenzialità della informazione online. Cedemmo poi la testata al network nazionale Citynews, scelta che si è rivelata vincente, consapevoli delle continue innovazioni tecnologiche che il settore richiede  ma anche per dare stabilità e dignità lavorativa a quei giovani che Orlandini sotto la sua direzione aveva messo insieme. 

La nostra voglia di fare e di dare a Brindisi ha sempre tenuto conto del crogiolo di idee che nascevano nei nostri quotidiani confronti. Ed  era una bella gara di propositi e fantasie. Lui che voleva recuperare e ricordare il passato di Brindisi e del suo territorio ed io più ancorato al presente e al futuro. Un bel connubio di tradizione e di innovazione. È stato questo il motivo e la spinta per la nostra comune e ultima avventura, quella di dar vita, nel 2015, assieme ad altri soci, ad una attività vitivinicola. Era il più convinto e il più entusiasta di questa esperienza che per lui come per me era, oltreché una nuova e inedita attività, un recupero di radici contadine e un amore per la campagna e che Vittorio univa a quello per il mare. 

Oggi Tenute Lu Spada è una  realtà produttiva con risultati che nessuno di noi immaginava possibile in così poco tempo. E se è tale lo si deve anche ai suoi stimoli e ai suoi suggerimenti. I nostri vini lo inorgoglivano così come i nostri vigneti e i prodotti della nostra campagna. Era fiero di mostrarli ai suoi amici leccesi e di raccontarli in giro. Le sue condizioni fisiche non gli hanno permesso di seguire, con quella presenza e assiduità che lui avrebbe voluto, la evoluzione della nostra azienda. Mi chiedeva di andare sempre oltre anche se questo avrebbe richiesto impegni finanziari pesanti e un mio totale e assoluto coinvolgimento. Lui in Tenute Lu spada ci credeva e voleva dedicare al suo amato nipote Gabriele uno spazio per una pineta. 

Lo diceva con la solita ironia e gioco, ma rimango convinto che quella sua richiesta la faceva perché voleva lasciare a Gabriele una parte di sé e della sua terra. Lo andai a trovare appena fu ricoverato in Utic ma non riuscimmo a parlarci. Ci siamo scambiati messaggi appena è stato nelle condizioni di farlo. Al mio annuncio che lo informava che  ero in partenza per il Vinitaly e che al  mio ritorno ci saremmo visti lui rispondeva così: “Vai tranquillo, io sono sereno, so che sono in buone mani...invidio il tuo impegno ma so pure che non accetteresti di dividerlo se non con te stesso.... è giusto che sia così..... Tranquillo, Ignone (primario cardiologo che lo ha avuto in carico all’Utic, ndc) dice che tu tieni tanto a me perchè dobbiamo realizzare la cantina. Buon viaggio”. 

Non ci siamo visti più e non ci siamo più scambiati messaggi. Adesso caro Vittorio non ci sei più ma rimangono i nostri progetti e le nostre realizzazioni, così come intatti i nostri sentimenti e le nostre passioni. I latini dicevano che non è principale ufficio dell’amico il piangere inutilmente l’amico estinto, ma il ricordare e l’effettuare le sue volontà. Allora non ti piangerò inutilmente, ma ricordandoti come penso tanti altri come me. (Carmine Dipietrangelo)

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