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Addio 2020 con le tue strade silenziose, ma quando andrà tutto bene?

L'anno del virus e la necessità di imparare a leggere freddi numeri per spiegarli ai lettori. Con la crisi che morde e la natura umana che non cambia nemmeno in pandemia. La speranza, ora, in una fiala di vaccino

Un messaggio sul telefono, è di Antonio. “Attendo con ansia il tuo scritto di inizio d’anno”. E allora, eccomi qua. Una pagina bianca da riempire con pensieri in libertà su un 2020 impossibile. Impossibile da dimenticare, impossibile da sopportare ancora un giorno di più, impossibile per quello che è successo. Impossibile, in tutti i sensi. “Ti ho cercato sul giornale e non ci sei”, fa eco Maria Rosaria. 

Sì, sono in ritardo. Un turbine di idee, ma le parole non vengono fuori come dovrebbero. Immagini confuse che s’incrociano. Non mi era mai successo. Ma, in fin dei conti, chi avrebbe mai pensato a un virus assassino che sembra uscito dai peggiori incubi di Stephen King e a tutto il corollario di coprifuochi, divieti, volti nascosti dietro a mascherine appese alle orecchie? L’ansia, adesso, assale le mie dita che litigano con la tastiera. Scrivo e cancello, riscrivo e cancello di nuovo. 

Esco sul balcone, accendo una sigaretta. Un silenzio irreale avvolge come una coperta invisibile la città deserta. Passa un ciclista solitario, le ruote scivolano discrete sull’asfalto freddo del mattino. Lo seguo con la coda dell’occhio fin quando non sfugge dietro un angolo. Silenzio, ancora. 

***

Ecco. Il silenzio. Se si potesse descrivere un anno come quello che ci siamo lasciati alle spalle, forse si potrebbe riassumerne almeno una parte usando questa parola, mai così densa di significati. Non c’è mai stato così tanto silenzio nelle strade, come nell’era della pandemia. Un silenzio indotto, però, che ha celato a malapena l’urlo strozzato in gola della disperazione di tanti: serrande abbassate, i conti a casa che non tornano più, la paura del futuro mescolata al dolore dei lutti. Tanti, troppi lutti. 

A urlare, spesso a sproposito, in televisione, rompendo questo silenzio, ci hanno pensato, fino allo sfinimento, una fetta di classe politica che ha continuato a giocare con gli slogan, facendo leva sulla psiche fiaccata della società, e poi loro, i nuovi divi, virologi ed epidemiologici. Animati in prima battuta delle migliori intenzioni, sono stati capaci, strada facendo, di accapigliarsi, contraddirsi, quasi venire alle mani come avvinazzati senza freni nelle peggiori risse da bar. Alimentando la tensione, invece di scioglierla. E nutrendo, in modo involontario, anche i complottisti o negazionisti o come volete chiamarli, un cancro perenne di tutte le società di ogni epoca, ma che oggi hanno l’arma di social dove non esistono veri argini. 

Intanto, noi, giornalisti di provincia abituati a trattare beghe di paese, costretti a confrontarci dalla sera alla mattina con un tema così complesso, enorme, globale, abbiamo dovuto imparare in fretta e in furia un mestiere nuovo, quello di regalare un’anima ai glaciali e impietosi numeri di bollettini quotidiani non proprio di facile lettura, troppo spesso carenti, soprattutto all’inizio, di informazioni vitali per comprendere l’estensione pandemica nelle singole comunità. Così, ci siamo imposti di spiegarli innanzitutto a noi stessi, prima di darli in pasto nudi e crudi, e abbiamo fatto pressioni crescenti sulle autorità perché fossero più chiare e lineari: nel marasma della prima ora, i lettori erano colti da un naturale, comprensibile, sacrosanto panico. 

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E poi? Beh, e poi. A un certo punto, poi, i numeri dei contagi sono scesi, è arrivata l’estate, in mezzo c’erano pure le regionali e non si poteva tenere l’Italia ancora a lungo sotto chiave. Questo è ovvio. Ma l’“andrà tutto bene” della prima ora di domiciliari duri, quando erano baci e abbracci (virtuali, s’intende) e canzoni dalle terrazze per sentirsi tutti più vicini, complice una riapertura ben poco graduale e totalmente scellerata nei modi, ha lasciato il posto alla solita vita di schiamazzi, strafottenza, auto in doppia fila, convinti che si potesse dimenticare tutto saltando ammucchiati in discoteca. A ricordarci la persistenza del microscopico e letale nemico Covid, solo quelle mascherine indossate all’ingresso dei luoghi chiusi. Così, ci siamo ritrovati al punto di partenza, anzi, peggio. La natura umana non cambia. Ecco a cosa servono i Dpcm. 

“Vieni a trovarmi a pranzo prima che mi chiudano il ristorante”, mi ha scritto Marco, qualche giorno addietro, durante la breve parentesi di semi-riaperture. Non sono andato e il senso di colpa ancora mi assale. Ma mi sto sforzando, sì, mi sto sforzando di evitare ogni possibile situazione di contagio, anche quando è il governo a dirmi, vai, puoi farlo. 

Ho scelto di continuare ad abbracciare il silenzio della casa e dell’ufficio, in attesa di un segno di speranza. E per averne uno concreto, dietro a mille parole sempre più stanche, sempre più fumose, abbiamo tutti dovuto attendere il fotofinish del 2020. Quel segno di speranza si chiama vaccino. Ma la strada è lunga, molto lunga, tutto resta ancora una promessa stillata con il contagocce. Non sono un pessimista per natura, sono davvero convinto che, alla fine, dai, davvero andrà tutto bene. Ma meglio procedere con cautela. “Buon 2022”, ho così scritto con un pizzico di amara ironia in alcuni messaggi, “salterei per scaramanzia il 2021”.

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