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Il dovere di raccontare e l'odio cieco e telecomandato di chi "vive" solo sui social

"Infami e pennivendoli". Gli epiteti verso chi ha solo fatto il proprio mestiere, raccontando dell'assurdità di un bar che inaugura con tanto di sindaco appresso, in piena zona rossa. Mentre intorno la gente muore davvero. Ma quando si parla di Scu, i "leoni" smettono di ruggire e restano solo i giornalisti

Pennivendoli, infami, e via dicendo, via incarognendo, via offendendo, via non-interagendo, ma solo vomitando fesserie per il gusto di farlo, unito a una sana dose di preoccupante ignoranza. E tutto per la sensazione di sentirsi vivi, di credere di avere un’idea, convincersi di essere geniali. O solo per dimenticare sé stessi, credendosi forti, quando si è soltanto banali, mediocri e pavidi. Sì, pavidi. Una tastiera come arma, ma davanti alla vita… oh, la vita!

Quella vera, in carne e ossa, quella sì, che è complicata. Per fortuna c’è quella virtuale, dove possiamo sentirci per tre minuti forti, dove crediamo di poter dire qualsiasi cosa senza alcuna conseguenza.

Fa un po’ di tristezza, no?

C’erano una volta l’uomo e la donna con spirito arguto e forza a non finire. Oddio, ci sono ancora, ma di solito pubblicano libri, un’entità concreta, fatta di copertina e pagine di carta odoranti di cellulosa, sensazioni che i comuni odiatori – solitamente nemici pure della grammatica, perché anche le scuole erano una merda, tutto è una merda, no?  - non possono nemmeno lontanamente comprendere. Perché devono masticare il proprio disprezzo in formato virtuale, l’unico che dia loro retta. Un comune editore, il più scarso e con quoziente intellettivo più basso, direbbe “no” davanti a qualsiasi scritto di questi pirati da tastiera e vigliacchi per antonomasia.   

Di mezzo c’è il solito vomito sui social che il “ligio” signor Zuckenberg, con i suoi complicati algoritmi, proprio non riesce a fermare. Ma come si fa? Son tanti, troppi, impossibile tracciare tutti i fomentatori di odio.

Falso.

Si potrebbe fare, ma non si vuole. Perché, ormai, il popolo degli odiatori frustrati e dei mistificatori, se non è – per fortuna, ancora – superiore a quello di chi ragiona usando la materia contenuta nella scatola cranica, rappresenta comunque una fetta importante della movimentazione di questo social di cui non faccio parte e continuerò a non farne parte. Il veicolo delle finte notizie, il binario dove corrono le idiozie, la pista da cui decollano le menzogne.

Ho intravisto un accenno di indignazione nei ragazzi di BrindisiReport, insultati a raffica, così come accaduto ad altri giornalisti, da pochi pusillanimi per aver soltanto osato riportare la notizia di una madornale scempiaggine, l’inaugurazione di un bar con tanto di partecipazione del sindaco (ora amareggiato, e già) in piena zona rossa. E ho sentito il dovere di scrivere queste righe. Anche perché tutto è accaduto a ridosso di un fatto coincidente. Leggete quest’articolo, se volete (cliccare qui). Mi piace esprimermi con esempi concreti che, probabilmente, valgono più di mille parole.

Leggete che fine ha fatto per il Covid, leggete cos’è accaduto a tutta la famiglia. Leggete. Conoscevo Elia, peraltro più giovane di me di due anni, da tanto tempo, come molti altri. Ultimamente, abitava pure a un isolato da casa mia. L’ho visto l’ultima volta poche settimane addietro, quand’eravamo in zona gialla. Era al bar con i fratelli. Poi, questa notizia scioccante. Riportare della sua morte è stato molto doloroso.

Non ho molto altro da aggiungere, se non che ho pregato per lui e tutta la famiglia, sperando che ora siano in pace. Ma leggere commenti di elementi che giustificano folli trasgressioni in un momento in cui la gente muore, anche giovane, colpita da questo male oscuro, attaccando e offendendo chi mette in risalto l’inopportunità della situazione, è snervante.

Ma io so una cosa. La so per esperienza. Molte fra le stesse persone che abusano dei social, per sputare odio su chi lavora con coraggio e onestà intellettuale, si defilano quando ci sono da commentare vicende per questioni mafiose. Per questo, vorrei vedere domami se, chi vomita oggi odio sui nostri giornalisti solo per aver riportato la verità, aver sottolineato l’incongruenza di un’inaugurazione di un bar in piena zona rossa, ha la stoffa per usare gli stessi termini.

Sono molto curioso di annotare se, alla prossima retata contro elementi della Scu, in cui troveranno articoli puntualmente firmati dai giornalisti di Brindisireport, questi tastieristi condanneranno con la stessa foga, usando termini come “infami”,  le condotte di chi spaccia, estorce denaro, arriva a uccidere.

Noi, gli articoli, li scriveremo. Come sempre.  

Questo è certo.

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