"Vi racconto la paura di essere ammalata, i medici e la liberazione"

Una lettera da una paziente ricoverata con sospetto di coronavirus al Perrino, e dimessa dopo il tampone negativo

Ogni cittadino di Brindisi – in particolare a seguito dell’emergenza Covid 19 - è consapevole e preoccupato per i ridottissimi posti letto, soprattutto in terapia intensiva (una nota televisione italiana pochi giorni fa parlava di soli 16 posti letto per 400.000 abitanti), ma a fronte di tutto ciò dobbiamo essere consapevoli di due cose:  rispetto ad altri Paesi del mondo, nessuno viene lasciato morire per strada; tutti, senza distinzioni, veniamo curati e assisiti; il personale sanitario chiamato ad operare, in emergenza e non, dà cuore e anima per curarci tutti!

Sono una giovane donna che lavora a Brindisi, lontana 800chilometri dalla sua famiglia di origine e con un bimbo di 7 anni. Due giorni fa, a seguito di una brutta influenza che durava ormai da 5 giorni vengo indirizzata a fare il tampone per la diagnosi Covid-19 dal medico curante (come prevede il protocollo nazionale).

Nel giro di pochi minuti vedo arrivare a casa mia, con mio figlio che guardava atterrito, due giovani operatori bardati con tutti i dispositivi di protezione individuale indossati (tuta, mascherina, occhiali eccetera) a bordo di un’ambulanza predisposta per gestire l’emergenza del momento: Covid-19!

Giovanissimi ma assolutamente professionali. Nei loro occhi leggevo il terrore e la preoccupazione nell’affrontare questa nuova situazione anche per loro, ma di fatto hanno trasmesso indiscussa competenza, umanità, passione per il loro lavoro.

Appena misurata la temperatura (38,2°C), coordinandosi con il medico responsabile, mi comunicano che mi avrebbero dovuta invece portare all’ospedale Perrino per una diagnosi Covid-19. Nei miei occhi e in quelli della mia famiglia: il terrore. Come proprio a me, giovane e forte, mi stavano conducendo in ospedale per Covid-19? Ma non colpisce solo gli anziani?

In questi casi - come prevede la normativa nazionale - non si discute: salgo a bordo con il cuore in gola diretta all’ospedale. Non appena arrivo nella zona del pronto soccorso dedicata al Codiv-19, velocemente mi mettono nella barella pressurizzata, quella che fino a qualche giorno fa pensavamo di vedere solo ai nostri cugini cinesi di Wuhan o al massimo a quelli lombardi di Codogno. Prima di farmi salire, mi tolgono scarpe e ogni altro effetto personale. Evitare i possibili ingressi, con materiale potenzialmente infetto, è di vitale importanza.

Anche qui mi rendo conto che anche per molti degli operatori si tratta delle prime esperienze nell’affrontare questa straordinaria emergenza che ci sta coinvolgendo tutti indistintamente. Anche qui non può non percepirsi il loro cuore, la loro professionalità nell’aver letto l’ennesima variante alle procedure nazionali, regionali, locali e la cura certosina nel metterle in pratica.

Mi portano velocemente in isolamento nel Reparto Otorinolaringoiatria! Sì non si erano sbagliati, da pochissimi giorni questo reparto pare ormai destinato a gestire le emergenze Covid-19, con tutto lo staff infermieristico e di assistenza del precedente reparto.

Il personale ha dovuto adattarsi velocissimamente alle nuove procedure: siamo in emergenza! Ha dovuto imparare immediatamente ad approcciarsi a pazienti terrorizzati dal virus, a indossare i dispositivi di protezione correttamente, a gestire le loro famiglie che - una volta finito il turno - li aspettano a casa.

Mi accolgono un’équipe - fatta prevalentemente di donne -  medici, infermieri, Oss - forti, determinati e consapevoli che anche se non è il loro precedente impiego: siamo in emergenza e non lo saremo per poco tempo! Nonostante tutto loro ci sono, oltre la stanchezza, oltre le preoccupazioni verso questo orrendo virus che sta stravolgendo il nostro modo di vivere la vita, oltre il timore di trasmetterlo alle loro famiglie.

Vengo sottoposta a tutti gli accertamenti previsti per la diagnosi Codiv-19 e per fortuna l’esito è negativo. Loro festeggiano con me. Vengo dimessa, ma loro rimangono lì pronti per un nuovo caso. Non posso che ringraziare tutti: dirigenti, medici, infermieri e dire che siamo fortunati ad avere personale medico-sanitario così. In un attimo e soprattutto in uno scenario che è simile a quello di guerra - guerra contro un nemico ormai dichiarato ma invisibile - hanno dovuto imparare le procedure, metterle in pratica e rassicuraci e curarci.

Posso solo dire che sono davvero gli “Eroi del nostro tempo”. Ricordiamocelo sempre! Rispettiamoli e ammiriamoli, non perdiamo la calma, ad esempio quando noi in prima persona, siamo in attesa al pronto soccorso. Ricordiamoci inoltre di non bullizzare chi è contagiato dal virus, i prossimi purtroppo potremmo essere noi! Infine seguiamo le direttive statali, tranne nei casi previsti: #rimaniamo a casa! Con medici e infermieri con un cuore grande così, per forza#Andràtuttobene.

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Marianna Improta

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