Raccontare un paese: le "storielle pistolari" di Stefano Menga

Fatti e personaggi realmente esistiti ed accaduti, raccontati in maniera simpatica dal blogger di "Cronache e Cronachette"

CEGLIE MESSAPICA - Contadini, nobili, politici, che entrano ed escono di scena grazie alla penna e ai ricordi di Stefano Menga, blogger  e scrittore di Ceglie Messapica, che attraverso le “Storielle Pistolari di Stefn di Martazit” ( soprannome della sua famiglia), racconta, ogni domenica, le strade, i luoghi, i personaggi della Ceglie storica, rappresentando vizi e virtù di un’epoca, con finali esilaranti e a tratti, anche, commoventi. Interpreti che sorridono e piangono e che grazie a Stefano Menga, tornano in maniera realistica, incuriosendo quanti si soffermano a leggerle.

“Le storie sono scritte con l’aggiunta di passi in dialetto cegliese – spiega il blogger di “Cronache e Cronachette” – e nascono in maniera simpatica per raccontare il nostro passato, situazioni vissute realmente ed altre tramandate e avvenute negli anni ’50 e ’60. Al pari delle ‘lettere pistolari’ che sono nate nel 2015 rivolte al primo cittadino di allora e al commissario oggi, per diciamo così denunciare problematiche del vivere quotidiano nella città, le storielle hanno come protagonisti personaggi scherzosi ma reali che, comunque, hanno rappresentato l’anima del nostro paese”.

Per i curiosi, alleghiamo l’ultima storiella pistolare pubblicata

Vocch a vu e lu muert

Una mattina una signora del centro storico di Ceglie Messapica, che tutti chiamavano pumbej a giustavrazz (nomignolo dato da alcune sue amiche per la sua bravura nell'eliminare alcuni dolori alle braccia), si alzò alle prime luci dell'alba, per preparare nu termos di latt e cafè e nu bell vassoj di biscott cigghies. La signora in questione doveva far visita in una casa sobb aggninzant dove, la sera prima, era morto il marito di una sua amica di infanzia, tale giuann di trinch tranch (nomignolo dato da alcuni suoi amici per la sua passione nel degustare il vino).

Questa usanza di portare qualcosa in casa del defunto, ai tempi nostri è quasi scomparsa però, negli anni '60, '70 era quasi un rito che caratterizzava tutte le famiglie cegliesi. Pumbej a giustavrazz, dopo aver preparato il tutto, per comodità di trasporto, legò le cose inda na tuagghia di colore scuro, data la circostanza luttosa e, dopo aver indossato il tradizionale faccittone nero, si diresse verso la casa del morto. giunta dinanzi all'abitazione, la porta di ingresso era aperta e addobbata all'inverosimile da tessuti di vellut di colore viola che, facevano rabbrividire, soltanto a guardarli. Guadagnato l'ingresso, Pumbeja giustavrazz, cercò di raggiungere i parenti del morto, per consegnare ciò che lei, sapientemente aveva avuto cura di preparare. nell'avanzare non si era resa conto che, al grosso e tetro tappeto dove era appoggiato u bavugl, si era creata una piega. e nel continuare a camminare vi inciampò sopra, tanto da farla barcollare e quasi cadere a terra.

Vocch a vu e lu muert, strillò la signora, come sfogo liberatorio della mancata caduta. In un primo momento nessuno aprì bocca ma, fu talmente forte la scena e la frase pronunciata da Pumbeja giustavrazza, che tutti i presenti si lasciarono andare in una fragorosa risata. La cosa durò pochi secondi e poi, nessuno escluso, degustò il buon caffè caldo preparato da Pumbeja giustavrazza, accompagnandolo con i classici biscotti cegliesi. Questa storiella ci fa capire che, anche nelle situazioni negative dobbiamo saper cogliere le cose positive, e soprattutto mantenere alti i valori dell'amicizia.

Stefn di martazit

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