Colmata a Costa Morena est: le perplessità di Italia Nostra

L'associazione esprime una serie di riserve sia di carattere paesaggistico-ambientale che di sicurezza

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato dell’associazione Italia Nostra sul progetto che prevede la realizzazione di una colmata presso Costa Morena Est. 

In merito al progetto di “banchinamento e realizzazione della retrostante colmata tra il pontile petrolchimico e Costa Morena Est”, ad opera dell’Autorità di Sistema Portuale, la Sezione di Brindisi di Italia Nostra esprime forti perplessità circa gli effetti di tali interventi sia sul piano paesaggistico-ambientale sia su quello della sicurezza in termini di rischio idrogeologico. Presupposto indispensabile è che ogni valutazione al riguardo vada inquadrata in una prospettiva di lungo respiro che, lungi da prefigurazioni utopiche, guardi agli scenari postindustriali che inevitabilmente caratterizzeranno la futura fisionomia dei nostri territori (si pensi alle bonifiche o all’evoluzione dell’industria energetica post-carbone, solo per fare un paio di esempi).

I processi di sviluppo socio-economico non potranno perciò prescindere da un’azione combinata tra la realizzazione di infrastrutture paesaggisticamente sostenibili, la tutela della biodiversità e il contestuale ripristino delle condizioni ambientali ed ecosistemiche gravemente compromesse da uno sconsiderato sfruttamento delle risorse naturali.

Sul piano delle valutazioni tecniche, va subito detto che la destinazione d’uso (cassa, o vasca, di colmata) attualmente prevista dal progetto contrasta con quella del vigente Piano Regolatore del Porto (deposito costiero), pertanto, come si sostiene nel progetto stesso, “solo successivamente ad una variante al PRP tale area potrebbe essere utilizzata come deposito e movimentazione di container”, con assoggettamento alle “necessarie future procedure autorizzative”: una strada piuttosto impervia, dunque, ancora tutta da percorrere e da valutare in termini di risultati. Un dato, forse puramente formale, tuttavia non trascurabile.

In fatto di impatto paesaggistico e di sostenibilità ambientale, non essendo questa la sede di considerazioni più ampie e approfondite, qui si evidenziano sinteticamente alcuni aspetti che inducono ad esprimere parere contrario al progetto. In primis, il mancato rispetto del Piano Paesaggistico Territoriale Regionale della Puglia (Pptr), strumento sovraordinato riconducibile alla normativa e alla pianificazione statuale.

In tema di tutela (e, conseguentemente, di valorizzazione), esso difatti individua, in stretta adiacenza all’area oggetto di intervento, “beni paesaggistici” e “ulteriori contesti paesaggistici” - nonché presìdi monumentali - di grande rilevanza: il Parco Naturale Regionale Salina Punta della Contessa e il compendio dell’Isola di Sant’Andrea (Castello Alfonsino e Forte a Mare).

Si aggiungano siti di alta valenza naturalistica e archeologica, quali il bacino di Fiume Grande, le isole Pedagne, l’area archeologica (sito protostorico) di Punta Le Terrare con l’ansa di Sant’Apollinare e villa Skirmut, i resti sommersi dell’imbarcazione medievale all’imbocco del canale Pigonati e le altre testimonianze di epoca romana all’interno del porto, che impongono un’accurata indagine preliminare.

Dal punto di vista della pericolosità dell’opera, si riportano anche in questo caso le parole dei progettisti: “Per quanto riguarda il suolo e sottosuolo, in merito alla pericolosità geomorfologica per frana, la zona in cui è prevista la realizzazione della vasca di colmata lambisce, a monte, una fascia classificata a pericolosità elevata. […] Per quanto riguarda l’ambiente idrico – acque superficiali, in merito alla pericolosità idraulica, una parte della falcata, interessata dalle opere di progetto, risulta classificata ad Alta pericolosità Idraulica; in particolare, l’alta pericolosità è legata alla possibile esondazione del canale Fiume Grande e del suo canale di scolo posto alla sua destra idraulica.” Superfluo aggiungere altro al riguardo.

Queste, in sintesi, solo alcune delle criticità che caratterizzano le opere in questione, la cui progettazione si scontra con problematiche difficilmente risolvibili, prefigurando – in termini di costi/benefici – danni incommensurabili all’ambiente e alla salute pubblica, oltre che sul piano economico.

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In funzione di una pianificazione tesa, tra le altre cose, a coniugare la valorizzazione delle risorse naturali (oltre che storico-archeologiche) con le politiche di promozione turistica e culturale, fa bene, dunque, l’amministrazione comunale a fronteggiare con fermezza un progetto la cui portata, in termini di invasività paesaggistica e non solo, determinerebbe gravi ripercussioni negative, compromettendo irreversibilmente ogni idea di sviluppo compatibile con la tutela e il rilancio del nostro patrimonio.

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