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La storia di Erica: la networker che vive in Kenya per aiutare la gente dei villaggi

Erica Zingaropoli, 38 anni, 12 dei quali passati a fare la spola tra l’Europa e l’Africa, originaria di Francavilla Fontana, da qualche mese si è trasferita stabilmente a Diani, centro turistico sulla costa sud

FRANCAVILLA FONTANA - “L’Africa la puoi aiutare ma non la puoi salvare”, risponde Erica alla domanda se la sua personale opera di volontariato le sembra una goccia nell’oceano, se si sente sola e piccola davanti al grande dramma della povertà. Erica Zingaropoli, 38 anni, 12 dei quali passati a fare la spola tra l’Europa e l’Africa, originaria di Francavilla Fontana, da qualche mese si è trasferita stabilmente in Kenya per amore spassionato verso questo continente che lei definisce “Terra dove si ritorna bambini e nessuno ti sgrida” e per aiutare concretamente le popolazioni locali. Le gente che vive per strada, nei villaggi, e che soffre la fame, che non ha acqua potabile, medicinali o materassi. 

“Anche i bambini dormono per terra”, racconta Erica, laureata in Scienze della Comunicazione, madre di Rachele e moglie di Stephen, che oggi fa la networker lavorando (da casa) nel campo del marketing e che vive a Diani, centro turistico sulla costa sud del Kenya sull’Oceano Indiano. 

La sua storia d’amore con l’Africa inizia a 7 anni guardando la tv. Nel 2009 per errore riceve una mail da un’associazione che cerca volontari per il Kenya. Lei faceva la giornalista per un giornale locale, rispose all’annuncio, le chiesero perché voleva partecipare al progetto, spiegò che andare in Africa era un sogno che inseguiva sin da bambina. Dopo un po’ di vicissitudini nell’agosto del 2009, prese il suo primo aereo per la volta del Kenya. Ci restò 20 giorni, frequentando un villaggio dove non c’era né acqua né corrente elettrica, quindi luce. 

Da allora tornò in Kenya una volta l’anno, utilizzando tutti i risparmi per il biglietto aereo, “vitto e alloggio erano a carico dell’associazione”. Aiutava come poteva. Nel 2013 sentì quello che molti chiamano "il mal d’Africa”, lasciò tutto: il fidanzato di allora con cui conviveva, la famiglia, il suo paese, gli amici. Fece le valigie e partì per il Kenya. Voleva imparare l’inglese e aiutare. Aiutare quante più persone possibile. 

Erica e il suo volontariato in Africa

“Trovai lavoro in Uganda, in un Hotel. Lì conobbi delle donne che producevano collane e borse con materiale riciclato, mi affezionai così tanto a loro che iniziai a vendere i loro prodotti in Italia: mettevo tutto in valigia, tornavo a casa, cercavo di smerciare i vari accessori tra amici e parenti e tornavo con il ricavato”.  Poi scrisse un libro “L’Africa di Erica” e incontrò l’amore. Si sposò con Stephen e tornò in Puglia alla ricerca di un nuovo lavoro. “Non avevamo soldi e non potevamo più stare lì”. Dopo tre mesi a cercare invano un’occupazione in Italia entrambi partirono per il Portogallo dove ci restarono tre anni.

“Poi mi proposero un lavoro in Kenya e tornai in Africa. Lavoravo in un hotel e aiutavo tutti come potevo. Accadde che la moglie di un cameriere partorì prematuramente due gemelle, una morì, l’altra rimase tre mesi in incubatrice. Mi chiesero aiuto e feci per loro tutto quello che potevo. La bambina porta il mio nome”. 

Tra i tanti lavori in Kenya ha gestito anche un B&B: “Un giorno bussò alla porta una donna, Christine, aveva una bambina piccola. Cercava lavoro, io non avevo bisogno di nessun aiuto ma la accolsi ugualmente, mi facevo dare una mano nelle pulizie e in cucina, la aiutavo come potevo”. Ha continuato ad aiutarla anche quando è tornata in Europa. É grazie a Christine che è diventata networker, il lavoro che oggi le ha permesso di vivere vicino alle perone in difficoltà e di aiutarle: “Lavoravo in Scozia come manager in un grosso Hotel. Prendevo uno stipendio di tutto rispetto, un giorno mi telefonò Christine e mi chiese un aiuto economico per permettere alla sua piccola Stacy di andare a scuola. Anche se guadagnavo abbastanza non avevo soldi in più da darle. Mi sentii così male che cercai un secondo lavoro, un extra da destinare a Stacy. Contattai un amico e iniziai a lavorare on line”. 

Con il primo stipendio del suo secondo lavoro ristrutturò in Africa la casa dei suoi suoceri. Poi è nata la piccola Rachele. Grazie ad altri volontari e colleghi ultimamente è riuscita ad aiutare un intero villaggio: “Feci fare dei braccialetti con materiali riciclati con i soldi della vendita io e Stephen andammo in un villaggio dove c’erano circa 100 famiglie, tanti bambini. Chiedemmo di cosa avevano bisogno, facemmo una lista e comprammo materassi, fagioli, farine, latte, olio sapone e tanto altro. Lì i materassi costano troppo e i bambini dormono per terra”. 

Erica oggi continua ad aiutare i poveri dei villaggi, nelle ore libere dal lavoro e dagli impegni familiari se ne va in giro a cercare di rendere più dignitosa la vita di chi trascorre le sue giornate per strada, non ha un tetto, non ha soldi per mangiare o comprare medicinali. 

“Avevo anche aperto un’associazione ma i costi erano troppo alti, l’ho chiusa perché a un certo punto ho capito che l’associazione sono io. Io sono lì e aiuto tutti come posso”. Erica non ha mai chiesto soldi a nessuno ma molti amici conoscendo la sua storia e la sua personale “missione” le mandano dei soldi. Con circa 350 euro, ad esempio, riesce a fare la spesa completa per 70-80 persone. Con circa 500 euro può acquistare materassi per una quindicina di alloggi.  "In un materasso dormono 2-3 bambini perché le case sono piccole”. 

“Oggi il mio sogno è quello di poter andare una volta al mese nei villaggi, chiedere alle persone di cosa hanno bisogno e acquistarlo. L’Africa non la puoi salvare, non si può dare lavoro a tutti. Si possono donare dei semi da piantare per creare fonti di guadagno, ma manca l’acqua. Io finché potrò continuerò a fare tutto quello che posso per queste persone, gli occhi dei bambini, la mia prima volta in Africa, mi hanno rapita”. 

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