“Resistere era una prova che andava oltre l’uomo”: la storia del partigiano Antonio Somma

Da "scalaro" a soldato, da partigiano a sindacalista fino a dirigente di partito: in una lettera il ricordo del nipote William Zullo

Mio nonno, Antonio Somma, avrebbe compiuto 97 anni tra qualche mese. Se n’è andato una mattina d’autunno di 15 anni fa. Per l’esattezza, il 2 ottobre 2005 che per un’assurda coincidenza divenne proprio quell’anno la “festa dei nonni”. Quando ero piccolo, non comprendevo appieno il significato dell’avere un nonno partigiano. La vivevo come una cosa normale, quasi scontata.  Alla domanda dei miei coetanei: "Ma davvero tuo nonno è stato partigiano e deportato in un campo di concentramento?", rispondevo, un po’ sorpreso: “Sì. Ma anche tuo nonno, no?”. Soltanto col tempo, ho capito quanto fosse straordinaria quell’esperienza, specialmente per un meridionale.

Lo iniziai a capire a 10 anni quando la maestra chiese al nonno di partecipare a un’iniziativa per il 2 giugno. Lo avremmo intervistato sulla sua vita da partigiano: la guerra, la Liberazione, la Costituente. Nel gruppo di “piccoli intervistatori” fui scelto anch’io e mi sentivo doppiamente in agitazione: avrei parlato per la prima volta davanti ad un teatro strapieno e soprattutto avrei fatto domande sulla vita di mio nonno. Quando terminai la mia domanda, il nonno fece un sorriso di approvazione per poi partire col suo racconto. Con la sua voce calma, serafica, intrisa di quella dolce cadenza salernitana che contrastava con la durezza dei racconti della guerra.

Ci raccontò dei suoi 20 anni: nato a Spiano, in provincia di Salerno, fu chiamato alle armi nel gennaio 1943 prima a Piacenza e poi a Salsomaggiore presso l’ospedale militare. L’8 settembre, come molti italiani si sentì allo sbando. Infatti, dopo l’armistizio, come altri giovani militari, non aveva più punti di riferimento e avrebbe dovuto decidere cosa fare. Qualche mese più tardi decise di avviarsi verso le “montagne”, una strada che lo portò a lottare per la libertà contro il nazifascismo. Aderì alla 31° Brigata Forni Val Ceno Distaccamento Pablo con il nome di battaglia Scugnizzo, scelto per onorare le sue origini campane e, soprattutto, quegli “scugnizzi” che nel settembre del '43 erano stati protagonisti della rivolta contro i nazisti a Napoli.

Il racconto fu toccante. Il nonno, in certi punti della narrazione, rallentava fino a fermarsi. Erano proverbiali le sue pause, quando parlava della guerra poi quelle pause sembravano ancora più lunghe. Quasi a dover vincere quella ritrosia, caratteristica comune a tanti sopravvissuti ai lager, nel raccontare quelle esperienze drammatiche. Penso che un uomo razionale come lui sentisse quelle pause come indispensabili al fine di trovare le parole giuste per restituire ordine e logica a fatti che di logica ne erano privi, specie per dei ragazzini come noi. Quel giorno una di queste pause si trasformò: il nonno intonò un pezzo di musica napoletana in voga nel periodo della guerra. Per me non fu una sorpresa. Sapevo quanto il nonno amasse cantare. Il resto del pubblico invece restò stupito e apprezzò con un lungo applauso. Poi riprese a raccontare e tra gli altri episodi narrò di quando, ferito e in gravi condizioni, si rifiutò di andare in infermeria per continuare combattere. Era un episodio a cui il nonno teneva molto, anche perché il foglio di informazione “Il Partigiano” gli aveva dedicato uno spazio.

Ancora oggi, se chiudo gli occhi, riesco a ricordare la posizione esatta in cui era appeso quell’articolo de “il Partigiano” nello studio del nonno. Me lo immagino ancora lì, seduto alla scrivania, intento a divorare uno dei tanti libri della sua infinita biblioteca. Da autodidatta e con la sola terza elementare, era riuscito dopo la guerra a formarsi culturalmente, allestendo una libreria da migliaia di volumi. Il nonno fu arrestato nel gennaio del ’45, tradito da un siciliano, suo amico al tempo del militare. Un’amicizia che era cessata quando le loro strade si erano divise dopo l’armistizio, con l’adesione del siciliano alla Brigata nera. Ogni volta che ho sentito il nonno raccontare questo episodio, non ho mai notato in lui alcun rancore verso questa persona. Ho anche immaginato (forse idealizzando un po’ quel periodo) che il nonno ritenesse che anche “dalla parte sbagliata si muore”, come cantava De Gregori ne Il cuoco di Salò. O forse 60 anni erano bastati per seppellire l'ascia di guerra.

Qualche mese fa ho scoperto di averci visto giusto. Grazie all’Anpi di Salsomaggiore, abbiamo appreso che il nonno, pur sollecitato al termine della guerra a denunciare quella persona, non volle infierire e non si prestò a quelle sollecitazioni. Eppure, proprio a causa di quel tradimento, i mesi che seguirono furono tremendi per lui. In carcere subì interrogatori, torture, finte fucilazioni, scosse elettriche. Ma non tradì mai i suoi compagni. “Resistere era una prova che andava oltre l’uomo”, ci raccontava. Solo oggi comprendo quanto sia sovrumano lo sforzo di memoria e di rievocazione che si impone a un sopravvissuto. Gli si chiede di rivivere momenti terribili e di restituirli a chi li ascolta seguendo uno schema preciso, come se tutto fosse limpido e lineare. Qualche anno dopo quell’iniziativa, il mio liceo organizzò una serata per commemorare le vittime dell’Olocausto. Il teatro era lo stesso ma il nonno non c’era più ormai da cinque anni.

Il professore che curava l’evento mi chiese di selezionare qualche scritto del nonno per raccontare la sua storia. Avrei usato le sue parole, portando al braccio la stoffa originale con il numero che gli fu assegnato nel campo di concentramento di Bolzano prima di essere deportato a Mauthausen: 9437. In quanto prigioniero politico, gli fu assegnata la stoffa con il triangolo rosso. A distanza di tanti anni, diceva il nonno nel libro-intervista “La storia di un protagonista del sud”,  “è inimmaginabile la tragedia di migliaia di esseri umani consumata dentro quelle mura. […] A Mauthausen la vita dei prigionieri durava tre mesi entro i quali dovevano essere annientati. […] Io benché non avessi la tessera del Pci né sapessi ancora nulla del Pci, venivo schedato tra i comunisti poiché avevo combattuto contro i tedeschi. Bastava questo per essere catalogato comunista”.

La sera della rappresentazione teatrale ero particolarmente emozionato. Ricordo quanto fu difficile racchiudere in poche battute l’intera vita del nonno. Salii sul palco senza aver imparato a memoria il brano, su consiglio di una professoressa (“è la storia della tua famiglia, non puoi sbagliare”). Non sbagliai perché non ero da solo su quel palco e quella storia era diventata mia solo per un brevissimo tratto. Al termine del brano, ognuno di noi aveva il compito di accendere una candela e lasciarla sul palco in ricordo della persona che aveva commemorato. Finito il racconto, andai a raccogliere la fiaccola e, mentre la accendevo, guardai tra il pubblico per carpire le sensazioni di qualche volto familiare. Per via delle luci sul palco, ci misi un po’ a riconoscere qualcuno e non mi resi conto che intanto il fuoco mi stava bruciando il dito. Quella cicatrice mi è rimasta da allora e ogni volta che la guardo penso alla sera in cui fui mio nonno, col numero 9437 stampato su un braccio.

In questi 15 anni di assenza, lo Scugnizzo si è perso un bel po’ di cose. Ultima, non per importanza, è stata l’intitolazione di una piazza a suo nome a Francavilla, la città che lo ha adottato e che lui stesso ha adottato per amore di Nina per più di 50 anni. Dopo la guerra, infatti, il nonno intraprese a Francavilla una brillante carriera politica e sindacale, arrivando anche a ricoprire la carica di vice presidente del consiglio regionale della Puglia. Largo Antonio Somma si trova adesso a 200 metri sia da casa mia sia da casa dei miei nonni, nel quartiere in cui tutta la nostra famiglia ha vissuto da sempre. Il viale che lo attraversa è uno dei miei preferiti della città e, in questi giorni di quarantena, mi manca non poterci passeggiare. Al mio rientro a casa, era diventato un rito quello di allungarmi fino alla rotonda dove campeggia l’incisione “Antonio Somma: Partigiano - Politico”. Immagino il nonno che se la rideva da lassù, sentendo le nostre conversazioni in famiglia su quali fossero le parole più adatte a rappresentare la sua vita.

L’intitolazione è avvenuta qualche settimana prima della quarantena. Mi chiedo cosa avrebbe detto lui di questi giorni complicati. Sento che avremmo avuto ancora bisogno della sua lucidità, della sua saggezza e della sua visione politica. Probabilmente avrebbe sdrammatizzato sul fatto che chi ha fatto una guerra a 20 anni non può avere paura di una “battaglia” a 90 anni. O più probabilmente avrebbe ritenuto stucchevole l’uso della retorica militare per un virus. Da buon campano, di certo avrebbe posto l’accento su virùs o covìd, come faceva con il mio nome storpiandolo in Williàmm. Forse ancora, molto più semplicemente, avrebbe avuto fiducia nella ricostruzione. Del resto, un uomo che nella vita è stato “costruttore di scale”, lavoro che gli ha permesso di scoprire Francavilla già prima della guerra, e che ha contribuito a ricostruire un Paese nel dopoguerra, avrebbe avuto fiducia nella capacità di farlo ancora.

Oggi, quando guardo le foto dei nostri compleanni che lo ritraggono mentre infilza un dito nella torta tra gli applausi di noi nipoti, penso che il messaggio del nonno fosse quello di insegnarci ad assaporare la dolcezza della panna montata per dissacrare i dolori e le cicatrici della vita. Quanto a me, a volte vorrei tornare alla sera in cui mi bruciai il dito con una candela per ritornare a raccontare, se pur per pochi minuti, la vita di mio nonno. Mi capita di pensarci quando osservo il mio dito e vedo la cicatrice che è rimasta impressa.

Buon 25 Aprile, Scugnizzo!

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