Mercoledì, 27 Ottobre 2021
Attualità Francavilla Fontana

La storia di Serena, medico in Africa per aiutare le partorienti

L'ostetrica-ginecologa originaria di Francavilla Fontana in Benin per un progetto. Ha formato il personale. E prima della partenza, la solidarietà sull'asse Roma-Puglia

FRANCAVILLA FONTANA – Mentre parla il suo telefonino squilla. E' un messaggio. Un laureando del Benin le scrive e le chiede consigli. Serena risponde. E con la testa ritorna a pochi giorni prima, quando era a Parakou, città di 178mila abitanti, in una delle zone più povere dell'Africa, per dare un aiuto concreto, per formare il personale medico. Lì il tasso di mortalità materno e neonatale è molto alto. Serena Resta è nata a Galatina, nel Leccese, ma è francavillese doc. Ora vive e lavora a Roma, dopo quattro anni trascorsi a Bruxelles per perfezionare le sue competenze nell'ambito Ginecologico. E' laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Ginecologia e Ostetricia. E' da poco rientrata a Roma, il 15 settembre 2021, dopo quasi due settimane passate in Benin. Serena racconta a BrindisiReport la sua esperienza e le sue sensazioni. Lei ha deciso di provare su un campo difficile le proprie conoscenze medico-sanitarie.

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Prima della partenza, la solidarietà

Un giorno Serena riceve una chiamata. E' un docente della Sapienza, Università di Roma, chirurgo e capo del dipartimento di Scienze Chirurgiche , il professor Roberto Caronna. Le propone un progetto per ridurre il tasso di mortalità materno e neonatale in una zona remota dell'Africa, a Parakou, in Benin. L'obiettivo è formare medici, studenti e ostetriche. Capofila del progetto è l'Azimut onlus che grazie all'otto per mille valdese ha finanziato questo progetto. Il progetto si chiama “Salute materno-infantile: riduzione della mortalità materna/neonatale nella zona neonatale di Parakou, Benin”. Lì i tassi di mortalità, come detto, sia materna che neonatale sono alti. Non solo, la sanità lì è a pagamento. E la povertà è estrema. Per questo al compagno di Serena, Riccardo, viene un'idea: perché non sfruttare i social per raccogliere vestiti per i bambini del Benin? Serena accetta di buon grado, parte la solidarietà sull'asse Roma-Francavilla Fontana, vengono raccolti diversi pacchi. Serena è raggiante e può partire.

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Il primo impatto in Benin

La dottoressa porta con sé uno strumento, un cardiotocografo. E' presente in tutti i presidi ospedalieri dei Paesi sviluppati, serve a valutare il benessere fetale in ambito perinatale. L'ospedale di Parakou non l'aveva. E' un primo aiuto concreto. “La mattina era dedicata ai corsi di formazione – racconta Serena – mentre il pomeriggio era dedicato alla pratica: eravamo in sala parto. Il cardiotocografo indica lo stato di salute del feto durante il travaglio. Se è tutto ok, si procede normalmente. Altrimenti, si deve fare un cesareo d'urgenza”. L'impatto per Serena è stato molto intenso. E anche scoraggiante. La popolazione è povera, Serena non si capacità: “La loro vita è pura sopravvivenza dove spesso vi è un'accettazione rassegnata della morte materna e neonatale, molti vivono in capanne e l'accesso in ospedale è spesso tardivo perché a pagamento. Le condizioni igienico-sanitarie sono pessime e vi è un basso livello qualitativo delle cure ricevute. Non hanno una vera terapia intensiva materna”.

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Un aiuto concreto ai medici di Parakou

Ma il rovescio della medaglia in Benin è la dignità. La popolazione è sì rassegnata alla sua condizione sociale. Ma conserva la propria dignità, ha notato Serena. La mattina, teoria. Il pomeriggio era dedicato alle ecografie, invece. A tutte le donne in gravidanza veniva offerta una ecografia gratuita. Serena insegnava agli studenti a eseguire una biometria fetale per suddividere la gravidanza con decorso fisiologico dalla gravidanza che avrebbe potuto sviluppare qualche complicanza e quindi necessitava di monitoraggi più ravvicinati. “Abbiamo avuto una settimana di tempo per questo, con non poche complicazioni. Prima fra tutte: la luce. Spesso veniva a mancare perché insufficiente . Le condizioni erano estreme”. La cosa che più ha colpito Serena è stata la terapia intensiva pediatrica: “Era una situazione scoraggiante, non hanno i mezzi, della terapia intensiva non aveva nulla. I bambini, che avevano problemi importanti, erano ammassati, con insetti di qualsiasi specie, zero sterilità, caldo asfissiante. Erano condizioni estreme”. Adesso che è rientrata a Roma, Serena si sente arricchita da questa esperienza: “Ora ho una visione diversa nel mio lavoro. Ho conosciuto una parte del mondo in cui tutto ciò che facciamo qui non esiste. I valori vengono ridimensionati eliminando tutto quello che è superfluo”, chiosa. E all'ultima domanda Serena Resta risponde “sì” di getto. La domanda era: “Ci tornerai in Benin”?

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