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Il giudice Rosario Livatino sarà beato, Emiliano: "Fu un magistrato coraggioso e determinato"

Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano ha anche testimoniato nel processo di beatificazione

Il giudice Rosario Livatino sarà beato. Papa Francesco ha autorizzato la congregazione delle cause dei santi a promulgare il decreto sul martirio del giudice canicattinese ucciso dalla Stidda nel settembre del 1990.  La cerimonia di beatificazione si terrà il prossimo anno ad Agrigento.  La postulazione della causa di canonizzazione venne condotta da don Giuseppe Livatino, cugino del magistrato. A proporre la beatificazione di Livatino fu monsignor Carmelo Ferraro ma fu poi il cardinale Francesco Montenegro ad avviare nel 2011 il processo di beatificazione che concluse la propria fase di raccolta di atti diocesana nel 2017. Di seguito il ricordo del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano che anche testimoniato nel processo di beatificazione.

Ho accolto con grande gioia e commozione la notizia della beatificazione del Giudice Rosario Livatino nella prossima primavera. Fu Rosario Livatino a ricevermi quando arrivai ad Agrigento nel luglio del 1988 alla Procura della Repubblica di quella città. Fu lui ad insegnarmi i primi rudimenti del mestiere e fu lui a salutarmi nella cena d'addio nel luglio del 1990 quando fui trasferito a Brindisi. Gli sono debitore di insegnamenti straordinari. 

Fu un magistrato coraggioso e determinato che intuì la diffusione crescente e pervasiva della mafia nella vita sociale, economica e politica del Paese. Amava ripetere che “l'indipendenza del giudice è nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività.

In ossequio a queste convinzioni conduceva la sua vita, riservatissima, nella casa che condivideva con i genitori. Non faceva mistero di una profonda fede cristiana, che conciliava rigorosamente con la laicità della propria funzione. 

Comprese, soprattutto, che la mafia è forte quando la politica è debole, quando la democrazia è debole. Quando i cittadini sono meno cittadini e sono più clienti o sudditi, è allora che la sovranità mafiosa fa sentire la sua violenza. Per chi rappresenta le istituzioni libere e sovrane del nostro Paese, guardare alla sua vita ed ispirarsi all'esempio di questo magistrato è un esercizio doveroso e utile.

Oggi le idee di Rosario Livatino vivono nella coscienza civile e nel lavoro di tante donne e uomini che, grazie anche alla sua testimonianza, scelgono quotidianamente di opporsi alla prepotenza, alla sopraffazione, alla violenza della criminalità. 

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