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La Cassazione cambia tutto: "Illegale vendere derivati della Cannabis"

"Salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante" La sentenza a sezioni riunite, dopo i contrasti giurisprudenziali degli ultimi mesi. La Procura generale aveva chiesto invece il ricorso alla Corte Costituzionale

Cambia di nuovo tutto, in Italia, per la commercializzazione della cosiddetta Cannabis light. Dopo il periodo di incertezza docuto al paradosso di pronunciamenti in contrasto tra loro, questa sera la Suprema Corte a sezioni riunite ha stabilito che la legge non consente la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti derivati dalla coltivazione della stessa Cannabis, quindi olio, foglie, inflorescenze e resina, "salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante". Il pg Maria Giuseppina Fodaroni, nel corso dell’udienza a porte chiuse, aveva invece chiesto alle sezioni penali unite della Suprema Corte di inviare gli atti alla Corte Costituzionale.

I supremi giudici dovevano chiarire in via definitiva se sia punibile chi vende prodotti derivati da infiorescenze o resine della Cannabis con Thc inferiore allo 0,6% (la Cannabis light, appunto). La Procura generale ha evidenziato che non c'è ragionevolezza né chiarezza da parte del legislatore nell’attuale normativa. Per cui sia chi vende, che chi acquista, non hanno certezza di essere o meno esenti da sanzioni. La legge del 2016, sempre secondo quanto sostenuto dalla Procura generale in udienza, sarebbe in contrasto con i diritti costituzionali e con le direttive europee.

A inviare il caso, sollevato dal difensore di un commerciante marchigiano nell’ambito di un caso di sequestro, alla quarta sezione penale della Cassazione, era stato il procuratore capo di Ancona, alla luce dell’annullamento del sequestro stesso da parte del tribunale del riesame. A loro volta, i giudici della sezione quarta avevano trasmesso gli atti alle sezioni unite, perché la recente giurisprudenza presenta contrasti evidenti.

La commercializzazione dei derivati della Cannabis sativa light per la Suprema Corte a sezioni riunite non rientra nell'ambito di applicazione della legge n.242 del 2016 che qualifica come lecita solo l'attività di coltivazione di canapa delle varietà per uso a fini medici, "pertanto integrano reato le condotte di vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione dellaCannabis sativa l. salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante". Perciò sarà compito dei giudici di merito, caso per caso, stabilire e valutare quale sia la soglia che rientra nei parametri consentiti dalla legge in vigore.

Il giro d’affari della Cannabis legale in Italia (Ansa)

Un giro d'affari da circa 40 milioni di euro all'anno in Italia, con oltre 10mila negozi, tabaccai compresi, che vendono legalmente infiorescenze della canapa con una percentuale di Thc entro i limiti dello 0,6%, è riportato in un servizio dell’Ansa di alcune settimane fa. E Roma è la città con più punti vendita. Sono alcuni dei numeri del business della cannabis light, un fenomeno ancora immerso in una serie di vuoti normativi e cavilli tecnici. In tutto il Paese sono 779 i 'grow shop', i negozi che vendono prodotti derivati dalla canapa come alimenti, vestiti e attrezzature per la coltivazione, spiega Matteo Gracis, il quale dal 2003 è responsabile del report annuale che censisce questo tipo di negozi.

Secondo l'Aical, l'associazione nata nel 2018 che riunisce sette tra le principali aziende del settore, il numero dei negozi in Italia è invece molto più alto e in netta crescita: 2.087 i punti vendita di cannabis light. A questi si aggiungono circa 10mila tabaccai, che vendono infiorescenze della canapa con un tasso di Thc entro i limiti: un prodotto che però - come specificato sulle confezioni - è ad uso 'tecnico' e non umano, quindi non dovrebbe essere ingerito, fumato né assunto in qualsiasi altro modo.

Il servizio di BrindisiReport sulla situazione locale

 "Rispettando il limite del tasso di Thc, innalzato nel 2016 allo 0,6%, si possono vendere anche le infiorescenze, purché non siano assunte. E' anche per questo che, nonostante una circolare dell'associazione tabaccai che invita a non venderli, molti negozi di tabacchi lo fanno lo stesso. Non si è fuori norma, ma a seconda del giudice si potrebbe incorrere in multe, con il risultato che spesso i ricorsi dei commercianti vengono vinti e i locali dissequestrati - spiega Matteo Gracis - Ma il prossimo 30 maggio una pronuncia delle sezioni unite della Corte di Cassazione potrebbe porre rimedio al vuoto normativo".

In Italia - secondo Luca Marola, titolare di Easy Joint, dal 2017 prima azienda di distribuzione di cannabis light - sono 90 i marchi di distributori di cannabis light. "Roma è la città dove ci sono più negozi che la vendono - aggiunge Merola - . Per quanto riguarda le regioni, in testa c'è la Lombardia, seguita da Emilia Romagna, Lazio e Campania, con un età media di 32 anni per l'acquirente medio, più spesso uomini.

Sono oltre sei le tonnellate di infiorescenza prodotte ogni anno e sono 2mila le aziende che ne coltivano in media almeno mezzo ettaro, da cui è possibile produrne 300chili". In linea con i trend di vendita dell'e-commerce, "crescono anche gli acquisti online e persino i distributori h24 bar. Ma - dice Heros Maggi, produttore di cannabis light e titolare di Green Lab Italia - "i prodotti di infiorescenze vengono anche venduti nei sexy shop, nei negozi di tatuaggi o abbigliamento".

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