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"Nasta, caso Vespucci": un'inchiesta sulla morte del nocchiere brindisino

Appena pubblicato dalla casa editrice “Il Filo di Arianna”, nella collana delle “piccole e grandi inchieste”, un libro a firma di Sondra Coggio

BRINDISI – A distanza di più di 10 anni, si è ancora in attesa della sentenza di primo grado. La vicenda giudiziaria riguardante la morte di Alessandro Nasta e la battaglia intrapresa dai familiari per avere giustizia sono al centro di un nuovo libro appena pubblicato dalla casa editrice “Il Filo di Arianna”, nella collana delle “piccole e grandi inchieste”. “Nasta, caso Vespucci”, questo il titolo dell’opera a firma di Sondra Coggio. Il nocchiere Alessandro Nasta morì il 24 maggio 2012 a seguito di una caduta da un albero di 12 metri di nave Vespucci, nave scuola orgoglio della Marina Militare. 

È una storia di cui si sente parlare molto poco. È una storia che pone interrogativi. È una storia che vede la battaglia solitaria di una donna, la madre di Alessandro.  Il libro nasce con l'intento di far uscire questa storia dalla cappa di silenzio sotto la quale è confinata. Quattro diversi giudici, un processo di primo grado che a marzo segnerà il settimo anno. 

Quanto può arrivare a durare un processo?  Sono già passati dieci anni, dalla morte di Nasta. Come si può continuare a vivere la propria vita, con questa perenne attesa di una risposta? Il libro racconta i fatti, attingendo a quanto è stato detto in aula. Pone il punto di vista di tutti. Partendo dallo sguardo di una madre la cui vita è stata stravolta per sempre da una telefonata. Quella con la quale ha saputo che il figlio era precipitato dal pennone del Vespucci. 

"Quando ho saputo che Alessandro era stato assegnato a Nave Vespucci – racconta Marisa Toraldo, madre di Alessandro Nasta - sono stata contenta. È una nave scuola, ho pensato. Non è una nave da guerra. Mio figlio visiterà tanti porti, lontano da quei luoghi in cui purtroppo si combatte”. 

“Era felice, Alessandro. Ci aveva promesso di mandarci le sue fotografie sotto la statua della libertà, perché la nave doveva andare in America. Ci chiamava tre volte al giorno, per dirci ‘tutto bene’. E noi eravamo sereni. Senza di lui la casa è rimasta vuota. Il giorno che hanno bussato alla porta, i militari e il cappellano, abbiamo capito subito che era morto. Urla, grida. Sono arrivati tutti. Sua sorella è impazzita. Un infermiere cercava di calmarla. Non dimenticheremo mai”.

“Mio figlio non è andato al cimitero da solo. Aveva 29 anni. Si è schiantato sul ponte della Vespucci – afferma ancora Marisa Toraldo - perché non aveva i dispositivi di sicurezza che hanno messo soltanto dopo la sua morte. Nessun altro ragazzo morirà più, ma il mio Alessandro è morto. Ed io chiedo giustizia”. 

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