Apertura straordinaria del Museo archeologico per il ritorno dei Bronzi

Sabato mattina e pomeriggio, per cittadini e turisti, dopo alcune settimane di assenza dovute al trasferimento a Lecce

Il consolo Lucio Emilio Paolo, il più noto e richiesto dei Bronzi di Brindisi

BRINDISI – I reperti noti come “Bronzi di Brindisi” rientreranno, come preannunciato, al Museo archeologico “Ribezzo” nella giornata di venerdì 10 gennaio, e saranno ricollocati nella sala che li ospita sin dalla conclusione degli interventi di restauro, cui furono sottoposti dopo il recupero avvenuto nelle acque antistanti Punta del Serrone, poco a nord della città, nell’estate del 1992 su un fondale di 16-17 metri. Lo fa sapere la direttrice del Polo Bibliomuseale di Brindisi, l’architetto Emilia Mannozzi.

I Bronzi, trasferiti nei primi giorni di dicembre in via cautelare presso la sede della Soprintendenza archeologica a Lecce prima delle operazioni di disinnesco della bomba di aereo, per decisione della stessa soprintendente Maria Piccarreta (tra non poche polemiche proseguite anche oggi), già da sabato 11 gennaio saranno a disposizione del pubblico grazie a una “apertura straordinaria dalle 10 alle ore 13 e dalle 17 alle 20, arricchita dalla proiezione della suggestiva Swipe Story ‘Rottami preziosi. Una ballata dal mare profondo’ e delle ricostruzioni virtuali 3D di alcune statue bronzee nella loro presunta interezza”.

La sala dei Bronzi, Museo provinciale 'Ribezzo' di Brindisi

Le ipotesi sull’ origine delle parti di statue bronzee

Il comunicato ricorda che “le statue costituivano il carico di una nave proveniente dal Mediterraneo orientale e affondata in età tardo antica, probabilmente nel IV o V sec. d.C., a Punta del Serrone, poco a nord di Brindisi. Tra le più pregevoli per valore storico-artistico e scientifico, vanno annoverati sicuramente il busto del console di Roma Lucio Emilio Paolo (comunemente conosciuto come ‘Principe ellenistico’, che nel 168 d.C. a Pidna aveva sconfitto Perseo, l'ultimo re di Macedonia), i ritratti dell’imperatore Tiberio (successore di Augusto, nel 14-37 d.C.), del filosofo Antistene (discepolo di Socrate, nel V-IV sec. a.C.), della bambina riconosciuta come Athenais e del giovane Polydeukion, rispettivamente la figlia e l’allievo prediletto di Erode Attico, ricchissimo sofista e mecenate vissuto nel II secolo d.C. ad Atene”.

Il comunicato ripropone inoltre l’ipotesi più accreditata, al momento, sull’origine dei Bronzi: “Le opere d’arte, di cronologia molto diversa tra loro (dal IV sec. a.C. fino almeno al II sec. d.C.), erano già in rottami quando la nave affondò ed erano state raccolte e imbarcate per essere trasportate come materiale da riciclare per rifonderne il metallo: presumibilmente in origine facevano parte della raccolta di opere d’arte di un ricchissimo collezionista (forse proprio Erode Attico) o del tesoro di un santuario della Grecia o del Mediterraneo orientale, ma la loro destinazione era probabilmente una fonderia del territorio brindisino per la produzione di specchi, che all'epoca erano di bronzo levigato”.

Uno scorcio di parco Punta del Serrone-2-2

La storia del ritrovamento

Era il 16 luglio del 1992, e Brindisi stava ancora smaltendo la grande ondata migratoria albanese dell’anno precedente, ed era nel pieno della guerra di mala scoppiata attorno al controllo dei profitti del contrabbando di sigarette, dopo l’infiltrazione della Scu nel network milionario delle “bionde”. Quel giorno l’allora tenente colonnello Luigi Robusto, comandante del Reparto operativo provinciale dei carabinieri (proprio in questi giorni di gennaio 2020 sta per lasciare il servizio nell’Arma per raggiunti limiti di età, col grado di generale di corpo d’armata), si era immerso con l’autorespiratore ad aria nel mare di Punta del Serrone con i sub brindisini Teddy Sciurti, Giancarlo Scorrano e Giuseppe Tamburrano, che lo accompagnavano in queste esplorazioni.

Alla base di una cigliata di grotto (la roccia tufacea che caratterizza i nostri fondali), emergeva dalla sabbia composta da minuscoli detriti, un piede in bronzo. I sub smossero delicatamente la sabbia intorno, e si resero conto che il sito custodiva ben altro che un solo frammento. Così cominciò il “giallo” dei Bronzi di Punta del Serrone, che per la sua collocazione a ridosso di Punta Penne, storico luogo di naufragi per le navi che facevano cabotaggio a vela, è molto probabilmente custode di altre sorprese. Lo scavo subacqueo cominciò ufficialmente il 6 agosto successivo, sotto la guida di Claudio Moccheggiani Carpano, direttore del Sevizio tecnico di Archeologia subacquea del Ministero dei beni culturali (deceduto il 30 settembre del 2018), e si conclusero nei primi giorni di settembre.

Per desalinizzare i reperti ed effettuare i primi interventi conservativi, sotto le indicazioni dell’Istituto centrale di Restauro fu allestito un apposito laboratorio presso lo stesso Museo “Ribezzo” autorizzato dal Ministero alla custodia dei reperti, mentre altre parti di maggiore valore artistico e storico furono affidate agli stessi laboratori romani dell’istituto, e – come nel caso del ‘Principe ellenistico’ (il console Lucio Emilio Paolo) – al Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologica della Toscana, dove erano già stati restaurati i Bronzi di Riace.

Il Filosofo, uno dei bronzi ellenistici custoditi a Brindisi

I viaggi dei Bronzi di Brindisi

Non è la prima volta che si levano voci critiche quando i Bronzi di Brindisi partono per altre destinazioni (ma bisogna tuttavia distinguere tra le motivazioni). Sono stati a Trieste nel maggio del 2018 per la mostra “Nel Mare dell’Intimità. L’archeologia subacquea racconta l’Adriatico"; sono stati alla Galleria degli Uffizi di Firenze per la mostra “La Tutela del Tricolore – I Custodi dell’Identità Culturale” nel febbraio del 2017; il “Principe ellenistico”, il più richiesto, era uno dei 50 capolavori in bronzo della mostra dal titolo "Potere e pathos", che racconta gli straordinari sviluppi artistici dell'età ellenistica,  esposti dal 14 marzo al 21 giugno 2015 a Palazzo Strozzi a Firenze

Ma quella fu solo la prima sede della grande esposizione concepita e realizzata in collaborazione con il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la National Gallery of Art di Washington e la Soprintendenza Archeologica della Toscana. Dopo la tappa fiorentina l'esposizione si trasferì al J. Paul Getty Museum di Los Angeles dal 28 luglio all’1 novembre per poi concludersi alla National Gallery of Art di Washington dal 6 dicembre al 20 marzo 2016. Insomma, per un console romano con tanta strada alle spalle, un intermezzo leccese – motivato o meno - è stato davvero una bazzecola.

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