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Vittime dei massacri delle Foibe: "Cordoglio e solidarietà alle famiglie colpite"

Ieri, mercoledì 10 febbraio, nel Salone di Rappresentanza della Prefettura di Brindisi, si è tenuto un convegno commemorativo

BRINDISI - In occasione del “Giorno del ricordo”, ricorrenza istituita con la Legge n. 92 del 30 marzo 2004, si è tenuto ieri, mercoledì 10 febbraio, nel Salone di Rappresentanza della Prefettura di Brindisi, un convegno per ricordare le vittime dei massacri delle Foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

La manifestazione commemorativa si è svolta in videoconferenza ed è stata aperta dal saluto del prefetto di Brindisi, Carolina Bellantoni. Hanno partecipato da remoto, il dirigente dell’ufficio scolastico provinciale, professoressa Giuseppina Lotito, il dirigente scolastico del Liceo “Marzolla-Leo-Simone-Durano”, professoressa Carmen Taurino, e il dirigente scolastico del Liceo “Ettore Palumbo” di Brindisi, professoressa Maria Oliva. Hanno relazionato, in presenza, il segretario e il presidente della sezione di Brindisi della Società di Storia Patria per la Puglia, professori Antonio Mario Caputo e Giacomo Carito. Al convegno sono intervenuti, da remoto, con domande ed interventi importanti, alcuni docenti e studenti dei due istituti superiori partecipanti all’iniziativa.

Il prefetto e i funzionari della prefettura-2

“È il giorno in cui rinnoviamo la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo degli istriani, dei fiumani, dei dalmati italiani, dalle loro terre durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato secondo dopoguerra, e della più complessa vicenda del confine orientale”, afferma il prefetto Carolina Bellantoni nel suo indirizzo di saluto. “Con questa solennità civile esprimiamo il cordoglio e la solidarietà delle istituzioni repubblicane nei confronti delle famiglie colpite da una così grave tragedia, perché è doveroso per ciascun Paese coltivare le proprie memorie, non cancellare le tracce delle sofferenze subite dal proprio popolo ed essere vicini al dolore dei sopravvissuti”. 

L’esodo giuliano-dalmata, come ha ricordato nella sua relazione il professor Antonio Mario Caputo, è iniziato nel 1943 ed è terminato nel 1947: “Un evento storico consistito nell’emigrazione forzata, quand’anche clandestina, dei cittadini di nazionalità e di lingua italiana residenti nella Venezia Giulia, nell’Istria, nel Quarnaro, nella Dalmazia e nella città di Fiume, considerati di nazionalità mista, ovvero italiana, slovena e croata”, afferma il professore. “Tuttavia furono gli italiani abitanti nelle suddette località che quando risultarono fortunati divennero degli esuli, diversamente patirono il crudele martirio delle foibe”.

Lo storico ricorda che gli italiani condannati alle foibe venivano gettati nei pozzi con i polsi legati dietro la schiena con il filo spinato. “Accadde che dopo il crollo del regime fascista molti italiani residenti in Friuli Venezia Giulia e territori adiacenti, che poco o nulla avevano a che fare con la politica militante, furono dichiarati dalle milizie partigiane di Tito come “italiani integrati in un regime totalitario del recente passato”, e come tali considerati nemici del popolo jugoslavo. Quindi pericolosi e sovversivi. Per questo furono prima torturati e poi gettati nelle foibe”. “In realtà”, prosegue il professore, “il massacro delle foibe, dove perirono varie migliaia di italiani, rientrava in una secolare contesa tra popolazione italiana e slava per il possesso dei territori del Nord-Est giuliano e per quelli dell’Adriatico orientale, Trieste compresa.

La contesa si trasformò in odio sanguinario dopo la caduta del fascismo. L’obiettivo era quello di far paura all’Italia, una nazione già molto provata dalla guerra, e procedere all’occupazione dei territori italiani”. “Gli scampati alle foibe, un numero compreso tra le 250.000 e le 350.000 persone, ricordato come esodo giuliano-dalmata, con convogli ferroviari denominati “treni della vergogna” emigrarono forzatamente dalle loro terre di origine, portando con sé pochissime cose, se non addirittura nulla, per raggiungere  varie città italiane. Tra queste città italiane naturalmente ci fu anche la nostra Brindisi”. Caputo conclude ricordando che: “i profughi giuliano-dalmati o dell’esodo istriano qui da noi furono collocati in strutture militari, mentre alcuni giovani vennero sistemati presso il Collegio Navale “Niccolò Tommaseo”. E tra questi ricorda il noto cantautore Sergio Endrigo, il perito chimico Guido Festini e il tenente colonnello dei Carabinieri, Antonio Varisco, ucciso nel luglio del 1979 a Roma, sul lungotevere, in un attentato rivendicato dalle Brigate Rosse. 

Il secondo intervento del convegno commemorativo è stato quello del professor Giacomo Carito, che ha ricordato la questione del confine orientale che, per il professore, ha un’origine antica, si pone con la nascita stessa del Regno d’Italia. “Nel momento in cui nasce il Regno d’Italia, l’Austria-Ungheria comincia un’opera di slavizzazione delle aree dalmate e giuliane perché temeva l’irredentismo di quelle aree, che avrebbe trovato una sponda forte nel neonato Regno d’Italia. E questa opera di slavizzazione fu talmente forte da ridurre la presenza italiana in quelle aree di circa 2/3”. Carito ricorda che una parte consistente del flusso di profughi da Pola, da Fiume, riguardò Brindisi e che a Brindisi si incrociarono le strade di altri profughi: “Ebrei in fuga dall’Europa orientale, dopo i massacri che ben conosciamo, giungono nella nostra città per imbarcarsi verso la Palestina”, afferma il professore. “Qui i loro destini si incrociano con gli italiani espulsi dalla Grecia e dal Dodecaneso”.

Il prefetto Bellantoni e i professori Giacomo Carito e Antonio Caputo-2

Lo storico descrive quindi come fosse Brindisi in quel momento: “Era una città distrutta. Due terzi del patrimonio edilizio erano andati in fumo con i bombardamenti aerei alleati. Buona parte della popolazione era stata sfollata, era un’enorme baraccopoli in quel momento”. “Mentre gli ebrei in fuga ottennero l’uso della stazione sanitaria marittima di Bocche di Puglia, che diventò uno dei più grandi campi profughi dell’Europa occidentale, i profughi istriani furono sparsi in varie aree della città”. “E qui c’è un incontro-scontro fra culture”, evidenzia lo storico. “All’inizio c’è una fase di reciproca conoscenza, poi dopo però i rapporti diventarono eccellenti sotto ogni punto di vista, tanto che direi l’80 per cento dei profughi che giunsero a Brindisi decisero di restare nella nostra città. E decisero di restarci come parte estremamente attiva”. Il professore ricorda quindi la costituzione nel’48, a Venezia, del Comitato Fiume-Brindisi, che aveva come scopo di attuare, senza fine di lucro, la ricostruzione nella zona di Brindisi delle attività industriali già esistenti nella Venezia Giulia, zona B, e la Dalmazia. “Lo scopo è quello di creare lavoro”, spiega, “I profughi chiedono che le somme destinate all’assistenza dei profughi giuliano-dalmati vengano in realtà impiegate nel favorire l’avvio di queste  attività produttive”. “Chiedono l’istituzione di un ente creditizio che anticipasse le somme già stanziate per gli indennizzi dei beni espropriati loro dagli jugoslavi, somme che sarebbero state immediatamente investite sul territorio di Brindisi portando sviluppo e occupazione tramite una creazione di una miriade di piccole e medie imprese con riflessi positivi sull’artigianato locale”. “L’apporto che danno i profughi fiumani a Brindisi è notevolissimo, è un apporto che incide direttamente sullo sviluppo della città”. “È allora che viene deciso che l’area a Sud  venga destinata all’industria perché nell’ottica degli industriali fiumani e degli imprenditori brindisini il porto di Brindisi poteva lavorare solo se avesse avuto un’area forte, industriale, alle spalle in maniera tale che diventasse un grande porto mercantile. Era questa l’idea per cui l’area industriale doveva prospettare direttamente sul porto”. 

Il professor Carito conclude evidenziando gli ultimi aspetti che hanno caratterizzato la presenza dei profughi a Brindisi, come quello relativo al Collegio navale “Tommaseo”. “Dopo la guerra fu richiesto dai profughi giuliani per consentire ai loro giovani di avere una formazione pre-universitaria. Si trattò di un collegio che accolse i giovani giuliano dalmati da tutta Italia”. Infine, l’introduzione del culto per San Vito in Puglia: “Il culto fu introdotto dagli slavi in Puglia già nel 1400, ma si rafforza con l’arrivo dei profughi dalmati a Brindisi, i quali chiedono ed ottengono che la prima chiesa che si fosse costruita a Brindisi fosse dedicata a San Vito. La prima chiesa ad essere costruita allora fu la chiesa della Commenda”. 

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