Domenica, 19 Settembre 2021
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Redazione BrindisiReport

Brindisi nell’età tardoantica: quando il clero abbandonò la città

I brindisini si ritrovano nel bel mezzo della guerra fra goti e bizantini e la diocesi chiude i battenti. La storia della sepoltura del vescovo Prezioso

La “Vita vel passio b. Pelini episcopi et martyris”, opera agiografica dell’XI secolo costruita sulla vita e sulla passione di san Pelino, antico protettore cittadino, ci regala una delle più belle immagini della nostra città. L’anonimo autore narra, infatti, che a tutti fosse noto quanto Brindisi si distinguesse dalle altre cittadine per i suoi indiscutibili pregi: ben costruita, abitata da un buon numero di abitanti, piena di opportunità e di ricchezze d’ogni genere («civitas enim haec mirae fortitudinis esse dignoscebatur, et magna frequentia civium incolebatur, divitiis plena, terrenis commodis feliciter rutilabat»).

Siamo nel IV secolo e Brindisi vive appunto uno dei suoi momenti migliori, anche se magari meno eroici rispetto al passato.  Le luci della ribalta si appuntano ormai su altre zone dell’impero e gli avvenimenti rilevanti, quelli tanto per intenderci su cui gli storici si soffermano tramandandoli ai posteri, avvengono in effetti altrove. La nostra città non è più una zona di frontiera, come ai tempi in cui Cesare e Pompeo se la disputavano accanitamente, né vede più transitare le legioni romane in procinto di portare la guerra nel lontano Oriente. Eventi questi che facevano guadagnare citazioni letterarie e gloria futura ma anche sostanziose difficoltà per gli abitanti. 

Se però le azioni eroiche ed i transiti militari sono di molto diminuiti, i nostri concittadini ci hanno comunque guadagnato in tranquillità, non dovendo più schivare dardi o frecce vaganti e neppure vivere il disagio che i legionari di passaggio inevitabilmente causavano. In confronto ai tempi andati, Brindisi è divenuta così una calma grande metropoli, situata nella pancia dell’impero, che può godere appieno dei privilegi d’una posizione favorevole senza doverne subire gli inevitabili scompensi. 

Sebbene non ci sia più il traffico d’una volta, le vie marittime restano, per tutta una serie di motivi, le più percorse rispetto a quelle di terra: fanno risparmiare tempo, risultano più agevoli e, al tempo stesso, sono pure meno pericolose. In definitiva, il porto brindisino riesce in ogni caso a richiamare le attività produttive utili a creare le condizioni migliori per  alimentare le occasioni e le potenzialità della città. Il che consente di superare anche congiunture negative come quelle che, a partire dalla fine del III secolo, furono causate dall’equiparazione della posizione giuridica dei «municipia» della penisola italica a quella, molto meno vantaggiosa, delle provincie del resto del mondo romano. Fatti i dovuti distinguo, sarebbe come se una regione ad ordinamento speciale fosse declassata a statuto ordinario e, di conseguenza, i municipi della penisola persero con questa manovra buona parte dell’autonomia finanziaria e gestionale sino ad allora goduta.

La provincializzazione dell’Italia

Brindisi fu inserita nell’Italia Suburbicaria, vale a dire tra le province direttamente dipendenti da Roma, l’Urbs per eccellenza, in particolare nella sesta, chiamata Apulia et Calabria. Come già ricordato in altri interventi, Calabria era la denominazione che i nostri progenitori avevano assegnato in origine allo spazio compreso tra Santa Maria di Leuca ed Ostuni, che combaciava più o meno con l’attuale Salento; Apulia identificava, invece, all’incirca il centro nord dell’odierna Puglia. La provincia romana, coincidente quindi pressappoco con la moderna regione Puglia, iniziò ad essere retta da un «corrector» (governatore) che poteva contare su un «officium» — termine qui inteso per la prima volta nel senso burocratico di “ufficio”, mentre in precedenza era prevalente nel significato di “funzione” o di “obbligo” politico e sociale — composto da vari funzionari (corniculari, tabulari, commentari, e via dicendo, che costituivano il management del tempo). Nasceva così la burocrazia con compiti unicamente civili e la cui principale funzione era quella di fissare l’ammontare delle imposte a carico delle varie città. Tale decisione, che oggi verrebbe detta epocale, ebbe l’effetto di far lievitare ancor più la spesa pubblica, già appesantita dai costi di un esercito mastodontico, avviando insieme un inconsueto processo di ridimensionamento dei poteri degli organi municipali.  

In quel periodo, l’impero era minacciato ai confini dagli sconfinamenti dei barbari e tali pressioni dall’esterno erano vissuti in maniera del tutto antitetica tra loro. C’era chi lo riteneva un fenomeno gonfiato dagli eccessivi allarmismi; chi, considerandolo pericoloso, desiderava una politica decisa che lo contenesse; chi lo reputava utile all’impero ed auspicava politiche di inclusione perché capaci di attenuare alcuni effetti sociali negativi, quali ad esempio quello derivante dai vuoti nei ranghi militari causati da chi preferiva pagare uno specifico tributo pur di essere esentato dalla leva militare. Quanti, però, erano costretti a viverci quotidianamente a contatto si lasciavano andare a racconti dalle fosche tinte, come l’anonimo compilatore d’un trattato sulle macchine da guerra che commentò parecchio preoccupato: “Occorre innanzitutto prendere consapevolezza che la furia dei popoli stringe in una morsa l’impero romano e che la barbarie malfida, aiutata dall’ambiente naturale, incombe da ogni parte sui nostri confini” («In primis sciendum est quod imperium romanum circumlatrantium ubique nationum perstringat insania et omne latus limitum tecta naturalibus locis appetat dolosa barbaries», “De rebus bellicis” VI 1).

IV secolo2PaulusDiaconus_Plut.65.35-2

Allora attraversare l’Italia non era una faccenda di poche ore quanto piuttosto di settimane e, di conseguenza, la nostra Brindisi si trovava ben lontana dalla frontiera germanica dove il fenomeno migratorio dava origine a frequenti aggressioni e saccheggi. Proprio l’esigenza di difendere le frontiere indusse il governo imperiale a ripristinare la vecchia politica delle fortificazioni che, però, interessò soltanto le zone più immediatamente esposte. A Brindisi, anche per questioni diverse da quelle logistiche, si tralasciò del tutto la manutenzione della preesistente cinta muraria — per altro non più in grado di difendere le zone periferiche («i continentia tecta et aedificia») in cui l’abitato s’era nel frattempo di molto espanso — che finì per disfarsi e per essere impiegata come materiale di riuso per la conservazione di altri edifici pubblici e privati. Per il momento, quindi, si godevano i soli aspetti positivi tant’è che la nostra città poté avvantaggiarsi nel campo della produzione agricola, che era la spina dorsale dell’economia del tempo. Rispetto alle città di confine, che si trovavano in uno stato di costante insicurezza e che vedevano le proprie zone agricole depauperarsi perché i coloni tendevano a rifugiarsi nei luoghi fortificati, Brindisi viveva un fenomeno del tutto opposto: erano le campagne a popolarsi a danno delle zone urbane, e ciò consentiva un migliore sfruttamento dei terreni coltivati.

L’ordinamento provinciale a Brindisi

Almeno formalmente, il municipium brindisino continuò a mantenere il precedente assetto istituzionale con il principale organismo di gestione costituito dai quattro magistrati facenti parte del collegio dei «quattuorviri». Nella sostanza, l’adozione dell’ordinamento provinciale aveva privato questo ente delle sue principali prerogative e competenze. Ed anche il potere, che il popolo aveva potuto esprimere partecipando alle decisioni sull’amministrazione cittadina, incominciò a fare ormai parte del passato. Analoga crisi coinvolse il consiglio cittadino («curia») i cui componenti («curiales»), non solo non godevano del vitalizio, né di stipendio, essendo la loro partecipazione a titolo gratuito, ma in aggiunta rispondevano, con il proprio patrimonio, della regolare riscossione dei tributi gravanti sulla città e dell’esecuzione delle opere edilizie.

Era infatti un ricordo il tempo in cui tale carica era ritenuta un privilegio: gli onori s’erano a poco a poco affievoliti mentre gli oneri s’erano fatti sempre più gravosi. Pur non essendo più un compito ambito, era un’attività che i benestanti erano comunque tenuti a svolgere, rientrando tra gli obblighi («munera») che si dovevano allo stato. Solo particolari categorie erano esentati dai munera curiali, tra questi gli alti funzionari di palazzo e degli uffici burocratici ed il clero. Costantino, con editto del 313, aveva infatti esentato anche gli ecclesiastici da tali oneri, oltre che da altri carichi fiscali, perché «dovevano, per il bene dell’impero, servire la propria legge [vale a dire il cristianesimo] in ogni momento» (Eusebio, “Storia Ecclesiastica” X 7). Proprio per questo, i componenti le curie, pur di sfuggire ad un così gravoso incarico, brigavano per prendere gli ordini sacri, sottoponendosi spesso al pagamento di salate tangenti. Le così poco spontanee vocazioni dei curiali entrarono tuttavia in crisi, non appena si condizionò l’esercizio d’un ministero sacro alla perdita del patrimonio, che doveva essere appunto devoluto alla curia. In definitiva, anche per la nostra città il IV secolo comportò profondi mutamenti istituzionali causati dalla provincializzazione e, soprattutto, dalla comparsa e dall’affermazione del cristianesimo.

Brindisi sede episcopale voluta dall’apostolo Pietro

Insieme alle altre metropoli della tarda antichità, Brindisi fu infatti coinvolta nel processo di cristianizzazione sin dalle sue prime fasi perché ritenuta uno dei canali più appropriati per la diffusione del credo. E questa strategia di dare avvio alla divulgazione della fede nelle sedi di più certa emanazione è illustrata da Paolo Diacono nel proemio ai suoi “Gesta episcoporum Mettensium” (Storie dei vescovi di Metz) dove è fornito il quadro completo delle primitive fondazioni apostoliche attuate in Occidente dai rappresentanti di san Pietro. A detta del monaco e storico longobardo dell’VIII secolo, il beato Pietro, appena giunto a Roma, mandò i migliori e più esperti uomini del suo seguito nelle principali città occidentali dell’impero affinché fossero sottomesse a Cristo. “Allora dunque inviò Apollinare a Ravenna, Leucio a Brindisi, Anatolio a Milano. Marco... ad Aquileia” («Tunc denique Apollinarem Ravennam, Leucium Brundisium, Anatolium Mediolanum misit. Marcum... Aquilegiam destinavit»).

Di là dal reale fondamento storico attribuibile a questo racconto, il messaggio che traspare è inequivocabile: richiamarsi a Pietro, «princeps apostolorum», sottolineava il prestigio allora posseduto dalla nostra città e, al tempo stesso, conferiva un indiscutibile credito alla diocesi brindisina. Brindisi risultava in definitiva tra le poche sedi episcopali che potevano vantare una fondazione apostolica. Difatti, come avvenuto per poche città rinomate, san Pietro aveva deciso di inviarvi un evangelizzatore e la scelta era caduta su Leucio che, anche per questo, è considerato il primo vescovo di Brindisi. 

Non si sa a quale fonte Paolo Diacono abbia attinto per narrare che Brindisi era nel novero delle poche sedi di origine apostolica, perché espressamente voluta da san Pietro. Con ogni probabilità egli si basò su una tradizione preesistente che però, da monaco, e quindi da esperto conoscitore dei meccanismi religiosi, ritenne verosimile. Ed in effetti, Brindisi, insieme a Ravenna, Aquileia e Milano, rappresentava un punto chiave dell’impero e, di conseguenza, era più che plausibile che facesse parte delle città prescelte per la diffusione del nuovo credo. In merito non vi sono tuttavia evidenze documentarie che, per altro, scarseggiano per tutta la prima fase del processo di evangelizzazione della nostra terra. Bisogna così arrivare al concilio di Nicea del 325 per avere una prima traccia della diocesi brindisina, dovuta alla presenza di tale Marcus, «Calabriae», proveniente pertanto dalla Calabria che, come sappiamo, allora identificava il Salento. In particolare, i «Calabri» erano, in antichità, gli abitanti delle zone prospicienti le coste adriatiche del Salento, che, nell’entroterra, arrivavano a comprendere anche le attuali città di Lecce e Manduria. 

Essendo Brindisi il centro più importante della regione, i nostri concittadini finivano per essere, per certi versi, i Calabri per antonomasia, e, per tale motivo, si ritiene che Marco rappresentasse l’episcopato della nostra città. Questa è tuttavia l’interpretazione più probabile, non quella che si può dare per certa. 

Una breve digressione sugli etnici è a questo punto utile, per evitare banali confusioni. Noi Brindisini eravamo, come detto, Calabri; non Calabresi, essendo quest’ultimo l’etnico attribuito agli abitanti dell’attuale Calabria. Non eravamo neppure, come a volte affermato, «Calabrienses», in quanto all’epoca questo termine indicava gli abitanti di una città della Dacia e, successivamente, di Caliabria e, ancor dopo, della moderna Calabria. Per questo, l’altro metropolita «Marcus Calabriensis» non era nostro conterraneo neanche alla lontana, ma con ogni probabilità un Daco. 

Di là dal fantasioso uso degli etnici per tirare acqua al mulino delle proprie argomentazioni e cronotassi vescovili, nessuno dubita che le gerarchie ecclesiastiche cercarono d’impiantarsi il prima possibile in una località strategica come Brindisi, crocevia privilegiato dalle più importanti vie di comunicazione (Appia, Egnazia e Minucia) e principale transito per l’Oriente. L’importanza della città conferiva pregio alla diocesi ma, con il passar del tempo, fu vero anche il contrario. La presenza della diocesi finì per conferire rilievo alla città e, soprattutto, a condizionarne la vita. E non solo dal punto di vista spirituale.

Alla scarsità delle fonti, si aggiunge spesso una loro distorta lettura. In pratica, s’interpreta la Chiesa della tarda antichità alla luce delle attuali concezioni, e si finisce per darle una visualizzazione austera identificandola, spesso, con i monaci che facevano del misticismo la loro ragione di vita. Basterebbe leggere sant’Ambrogio per accorgersi che l’élite sacerdotale era ben diversa e forse molto più animata da motivazioni terrene di quanto non si possa immaginare. Non a caso, Ambrogio proveniva dai ruoli dei funzionari civili, nei quali ricopriva incarichi statali. Egli si trovava a Milano, appunto come amministratore della Liguria e della Romagna, quando, a seguito della morte di Aussenzio, vescovo ariano, scoppiò un pericoloso tumulto tra cattolici ed ariani per la successione. La scelta dell’ambiente clericale cadde su Ambrogio che, pur non essendo neanche battezzato, scalò le gerarchie divenendo d’incanto vescovo, non tanto per le sue pur notevoli doti morali, quanto piuttosto per le sue  eccellenti qualità manageriali. E, serve ricordarlo, sant’Ambrogio non fu certo un caso isolato. Al contrario.

Tra le scarse tracce salvatesi dal passato, c’è una lettera con cui Celestino I nel 429 avvisa tutti i vescovi dell’Apulia et Calabria del divieto di proporre laici per l’episcopato («ad laicos non esse episcopatus deferendos»). Il che indurrebbe a credere che, anche dalle nostre parti, la nomina a vescovo di personalità esterne alle gerarchie ecclesiastiche s’avvicinava più alla regola che all’eccezione. E pare che ciò avvenisse soprattutto per contrastare l’elemento ariano. 

Comunque sia, nel Salento, la gran parte dei vescovi era di fede cattolica, come si evince dalla “Historia Arianorum” di sant’Atanasio, e quel che più conta che la funzione del vescovo non era solo garante dell’unità dei fedeli ma anche del buon andamento pubblico e, alle volte, persino politico. E tale tendenza divenne sempre più marcata, man mano che le autorità ecclesiastiche acquisirono sempre più potere e influenza, modificando di conseguenza gli assetti sociali cittadini.

Il clero, potendo godere di tutta una serie di terrene prerogative, divenne l’unica componente capace di condizionare ogni aspetto della vita quotidiana, fosse questo di carattere religioso o politico. E le fortune della città divennero indissolubilmente legate alle fortune dell’episcopato. Sino a quando Brindisi poté garantire all’apparato clericale di condurre una vita agiata in cui esercitare un potere di reale consistenza, il vescovado se ne garantì la gestione. Quando le fortune della città incominciarono a tramontare e l’establishment clericale non la ritenne più congeniale ai suoi fini, Brindisi fu abbandonata senza alcun tentennamento a sé stessa. 

IVsecolo3 PreziosoEugenio-2

Interruzione dell’esperienza diocesana

Per quanto i cronisti cittadini tentino di fare carte false per allungare in maniera fantasiosa l’esperienza diocesana sino al VII secolo — in modo da porla in contemporanea con l’arrivo dei Longobardi e di scaricare su questi “invasori” il degrado che Brindisi dovette poi subire per secoli — questa, invece, s’interruppe in maniera evidente durante o subito dopo la fine della guerra gotica (535-553), quindi un secolo prima.

La cronotassi dei vescovi lascia desumere che l’ultimo episcopato databile con sicurezza è quello ascrivibile a Giuliano, che resse la cattedra brindisina al tempo di papa Gelasio I e, quindi, alla fine del V secolo. Dopo Giuliano, l’unico vescovo di cui si ha menzione è Prezioso il cui episcopato, a differenza di quanto i cronisti brindisini ipotizzano concordi, si situa verso la metà del VI secolo. 

Di Prezioso si sa ben poco: un titolo sepolcrale scoperto nel 1876 in contrada Paradiso, che però lascia trasparire importanti indicazioni.  Intanto il luogo di sepoltura, lontano dall’abituale necropoli cittadina, fa pensare ad una situazione inusuale che obbligò i Brindisini a svolgere una frettolosa cerimonia funebre, magari perché in fuga per salvarsi da un pericolo imminente. La lettura dell’epigrafe precisa poi che il vescovo Prezioso, della santa Chiesa cattolica di Brindisi, s’era  addormentato nel sonno della pace e che era stato sepolto un 18 agosto di venerdì («Pretiosus aepescopus | aecletiae catolicae sanc | te bryndisine depositus  | sexta feria quod est | XV kal septembris requiebit | in somno pacis |»).

La formula «aecletiae catolicae» ci fa capire che Prezioso era un cattolico, vale a dire un rappresentante della chiesa ortodossa. Una simile sottolineatura era usuale in quel periodo come contrapposizione ad un vescovo giudicato eretico, in genere di dottrina ariana. Nel periodo in cui i Goti governarono la nostra penisola, Teodorico, per rispettare le disposizioni imperiali, aveva lasciato in vita gli organismi romani affiancandoli con quelli dei Goti. Sullo stesso territorio venivano così a coesistere due istituzioni distinte nel diritto (ius romano per gli Italici e consuetudinario per i Goti) e nella confessione (vescovi ariani per questi; cattolici per quelli, sia pure prevalentemente nelle regioni settentrionali). Sicché era usuale che venisse specificato se il vescovo era o no cattolico. In aggiunta, pure i termini utilizzati, chiariscono che è un’epigrafe funeraria collocabile tra il V e VI secolo. Se non bastasse, anche l’evento sembra più comprensibile, se inserito in un contesto conflittuale — quale quello derivante dalla guerra gotica — che possa meglio giustificare una sepoltura frettolosa, tra l’altro effettuata in un luogo irrituale. 

Narra infatti Procopio che la nostra città, dopo essere stata per i primi dieci anni risparmiata dal conflitto che impegnava i Bizantini ed i Goti, ne venne investita pesantemente. Il problema è che Brindisi, non avendo come sappiamo cinta muraria che la proteggesse, era indifendibile e di fatto soggetta alle frequenti scorrerie dei contendenti. C’è un passo poco conosciuto della “Guerra gotica” (III 27) che sintetizza in maniera eclatante tale stato di cose. All’incirca nel 545 i Bizantini, da tempo impossessatisi senza colpo ferire della penisola salentina, subiscono il contrattacco dei Goti. Trinceratisi ad Otranto, i Bizantini non osano accettare lo scambio in campo aperto, tranne tal Vero, che Procopio dipinge «temerario, perché dedito all’ubriachezza». Questi lascia infatti Otranto ed arriva nella nostra città; i Goti, accortisi della manovra, pensano che sia un pazzo oppure che abbia con sé un esercito talmente numeroso da poter garantire le difese di una postazione, come Brindisi, priva di fortificazioni. Venuti a sapere che era in effetti una decisione avventata, attaccano decisi; i Bizantini, appena li vedono comparire, non avendo modo di difendersi, se la danno a gambe, nascondendosi in una selva.

Il racconto è una chiara testimonianza di come i nostri concittadini si trovassero, indifesi, alla mercé di entrambe le parti in lotta. In una simile situazione, non c’è da stupirsi se la fuga rappresentasse l’unica possibile àncora di salvezza. Può quindi essere avvenuto che, mentre cercavano di mettersi al riparo da uno dei tanti assalti, siano stati costretti a seppellire il loro vescovo in fretta e furia. Se s’aggiunge poi che il 18 agosto 545 capitò giustappunto di venerdì, si ha una possibile data coerente con l’epigrafe.

A tal proposito, c’è da ricordare che i cronisti brindisini, per avvalorare la tesi che il vescovado fosse ancora operante a Brindisi all’arrivo dei Longobardi, fanno morire Prezioso un secolo e più dopo, precisamente nel 680. Cosa di per sé impossibile in quanto il 18 agosto 680 non era un venerdì, e non risulta esserlo stato in nessuno degli anni in cui i Longobardi si può ipotizzare conquistarono Brindisi. Che sia stato l’episodio di Vero o altra l’occasione che convinse il clero ad abbandonare la nostra città, poco conta. La diocesi brindisina chiuse i battenti più o meno in quel periodo di tempo e li riaprì, non senza forti titubanze dei vertici religiosi, secoli dopo. In effetti, nel VI secolo, la Brindisi piena di opportunità e di ricchezze non esisteva ormai più, e non esercitava più nessuna attrattiva. 

Neppure per chi avrebbe dovuto rifiutare le lusinghe terrene.

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