Lunedì, 25 Ottobre 2021
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Matteo Salvini, Luca Morisi e il "familismo amorale"

Intervento dello psicologo Vito Brugnola sulla vicenda giudiziaria che ha coinvolto il guru della comunicazione della Lega

Con la giusta pazienza e attesa utile a sedare impressioni a caldo, si può analizzare la notizia di cronaca di “rottura” della settimana, ovvero le indagini che indagano la figura del fresco dimissionario responsabile della “Bestia” leghista, Luca Morisi.

Sebbene il personaggio citato facesse parte del movimento politico orientato decisamente a destra, sarebbe utile analizzare i processi comunicativi e le dinamiche sociali e psicologiche di quanto accaduto, scindendole momentaneamente dal colore politico, a favore di un’accurata e neutrale disamina. Sia i lettori più attenti, che i meno interessati alle cronache politiche, avranno notato negli anni e mesi precedenti, i toni, post e tweet pronunciati dalla “bestia” verso l’avversario di turno.

L’onestà intellettuale richiede una giusta attenzione e senso d’allarme verso i metodi impietosi e spietati con cui ragazzi normali, politici e personaggi di ogni genere venivano messi alla gogna sui social, pur di scatenare la rabbia e il consenso politico di potenziali esagitati followers, analfabeti di civiltà e comprensione. Sono virali i video della conviviale e improvvisata citofonata “scusi ma lei spaccia?” oppure l’agguato sotto l’abitazione della ex ministra Elsa Fornero, dove la folla applaudiva il proprio leader politico che, con fare da bullo, le augurava una vita di pianti e sofferenze, tutto in diretta streaming.

Il risultato, seppur numericamente soddisfacente i termini d’incremento di consensi, è stato umanamente avvilente innescando una spirale di scontro, rabbia e aggressività tra le maglie sin troppo larghe di una democrazia che, in alcuni casi, offre eccessive libertà. Allo stesso modo, i reati denunciati dalla “bestia” scalciavano la dimensione giuridica ammiccando al razzismo e alle correnti xenofobe, discriminando il colore della pelle dell’individuo, prima del reato stesso.

Ed eccoci arrivati al paradosso: il moralizzatore boia, esecutore giustizialista dei presunti errori altrui, che adesso chiede umana pietà nel momento di difficoltà personale, messo al muro dalle accuse da lui condannate negli altri. Affinché questa triste parentesi della vita civile e politica del nostro paese possa offrire qualche insegnamento, guardando con diffidenza a chi ora si scopre amico evangelico, è necessario citare l’antropologo Banfield, ricercatore americano, affascinato dalle dinamiche italiane, che nel 1961 coniò il termine di “familismo amorale” per spiegare la persistente arretratezza del Mezzogiorno.

In parole semplici si tende ad utilizzare due pesi e due misure, smentendo se stessi, pur di portare nel breve termine acqua al proprio mulino. Lo studioso americano intravide in un paese anonimo della Basilicata i comportamenti a cui oggi assistiamo: una cronica morale individualistico-familistica ambigua, intesa come matrice del qualunquismo nazionale dalle disastrose conseguenze sociali. I propri gruppi di potere diventano clan simbolici da difendere, come una guerra tra caverne nella storia primitiva dell’uomo. L’imperfezione al di fuori dei propri interessi viene vista come cancro da punire, rafforzando così il proprio egocentrico potere a costo di smentirsi continuamente.

A lungo andare, il perpetuo stato di guerra e di personale tornaconto sulle ceneri di chi la pensa diversamente, porta ad una lotta alla sopravvivenza in cui il più forte comanderà sempre sul più debole, strumentalizzato nella sua ricerca dell’uomo mito a scapito della forza della comunità. I miti però appartengono alle leggende, così come le debolezze sono letalmente reali. Ecco perché il migliore insegnamento dalla “bestia” leghista e dalla caduta polverosa del suo ex leader risiede nel fuggire dalla legge della ghigliottina e dalla convinzione di essere sempre i migliori calpestando idee e diritti altrui.

Temi sociali quali l’immigrazione, la condanna verso le droghe, la sicurezza personale e i vaccini, sono troppo complessi per essere risolti con dirette Instagram pubblicizzate con centinaia di migliaia di euro.
Davanti agli impulsi punitivi, agli insulti social e alla dicotomica nonché superficiale divisione del mondo tra buoni (noi) e cattivi (chissà perché sempre gli altri) le parole di Socrate sono particolarmente illuminanti:
“Un’ingiustizia non vorrei né subirla né commetterla, ma se fossi costretto a scegliere fra le due, preferirei subirla piuttosto che commetterla”.


 

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