Giovedì, 21 Ottobre 2021
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Redazione BrindisiReport

Bellum sallentinum: cause e svolgimento

Fra il 267 e il 266 a.C., dopo aver conquistato Taranto, i Romani cinsero d’assedio e conquistarono anche Brindisi, ma non fecero terra bruciata. Nazareno Valente approfondisce questo capitolo di storia locale

Pensiamo così d’aver sfatato un luogo comune evidenziando che il conflitto in cui i Brindisini furono impegnati, il cosiddetto bellum sallentinum, fu del tutto distinto da quello tarentinum. D’altra parte le due guerre seguirono anche linee di svolgimento diverse: Roma, dopo aver esteso con la resa di Taranto e dei suoi alleati (271 a.C.) la propria influenza sul versante ionico, volse le sue attenzioni su quello adriatico, dove, in rapida successione dal 269 al 266 a.C., piegò le resistenze dei Picenti, dei Salentini e degli Umbri. Quello che l’Urbe voleva attuare con questo secondo conflitto era il controllo delle rotte che si svolgevano sulle due sponde dell’Adriatico e, in tale ambito, era chiaro il ruolo di sentinella che si voleva assegnare al porto di Brindisi collocato in posizione strategica per controllare il traffico marittimo proveniente dalla Grecia e dall’Illiria. 

Bellum Sallentinum: prima parte

A differenza delle ipotesi fatte in base al senno di poi, Roma guardava ancora al mare con circospezione e non aveva evidenti mire espansionistiche verso l’Oriente; desiderava più realisticamente proteggersi da incursioni tipo quella di Pirro ed assicurarsi che l’approdo brindisino fosse precluso a chi si avvicinava alla penisola italica con intenzioni ostili. Nelle strategie iniziali, il porto brindisino doveva svolgere solo funzioni di carattere difensivo ed il mondo orientale non faceva ancora parte dei sogni di conquista, tanto il mare lo rendeva lontano.

Come mai i Brindisini s’erano mantenuti neutrali

Come già riferito, Roma aveva ottenuto un sicuro beneficio assicurandosi la neutralità di Brindisi che, quindi, s’era tenuta distante dallo scontro che Taranto, con l’aiuto di Pirro, aveva ingaggiato con l’Urbe per quasi un decennio. Un uguale vantaggio non si può dire sia stato invece conseguito dalla nostra città che riuscì solo a differire per un certo tempo la resa dei conti, fallendo però nell’intento principale di preservare la propria autonomia. 

Probabilmente, sulla scorta del passato, i nostri concittadini ritennero che l’avventura del re epirota si sarebbe risolta in un nulla di fatto e che, esauritasi la buriana iniziale, ogni cosa sarebbe ritornata come prima, senza rilevanti modifiche nei rapporti di forza nella zona. Ed in effetti qualcosa del genere era già avvenuta decenni prima con le spedizioni di Alessandro il Molosso e di Cleonimo, anch’essi giunti in soccorso di Taranto e poi imbarcatisi in personali avventure, e non c’era motivo per credere che la storia non si ripetesse. S’illusero, però, per loro sfortuna, equivocando sulle reali intenzioni dei romani: pensavano che si sarebbero accontentati di sedare il risentimento dei Tarantini e di suscitare più miti consigli in Pirro; non che avessero effettive mire di conquista nel sud dell’Italia. 

Gli avvenimenti si svilupparono al contrario con una diversa dinamica e, soprattutto, produssero un differente epilogo, tuttavia era in quel momento credibile che il futuro avrebbe potuto riproporre sviluppi più o meno simili a quelli del passato. A posteriori s’è dimostrata una valutazione errata, perché di fatto consegnò la città isolata nelle mani dei Romani, ma nella sua formulazione iniziale non era poi tanto campata in area. Comunque sia, una tale convinzione fu portata avanti dalla parte filoromana della cittadinanza che verosimilmente fece leva anche su un altro aspetto cui i Brindisini erano parecchio sensibili: il timore che far parte della coalizione tarantina sarebbe stata di per sé una implicita accettazione dell’egemonia tarantina. 

Gli aristocratici brindisini condizionarono le scelte

Si ha infatti motivo di sospettare che, come a Thurii, anche a Brindisi in quel lontano 280 a.C. doveva forse esserci un regime oligarchico o, in ogni caso, una forte componente aristocratica più disposta a schierarsi dalla parte dei Romani che a fare comunella con i Tarantini, per altro pur sempre invisi e considerati i nemici per eccellenza da gran parte della popolazione brindisina. Ma di là da questo aspetto specifico, pure nelle città che si allearono con Taranto — e nella stessa Taranto — le discussioni tra interventisti e pacifisti risultarono piuttosto accese. Tendenzialmente le fazioni aristocratiche, che intrattenevano da tempo lucrosi commerci con i Romani, avrebbero preferito una soluzione diplomatica, mentre le borghesie mercantili, che si limitavano a commerciare con le comunità limitrofe, sentendosi minacciati nei propri interessi dall’espansionismo dell’Urbe, premevano per lo scontro. Con quest’ultima fazione, si schierarono i ceti meno agiati, fatta eccezione di coloro che facevano parte della clientela dei proprietari terrieri. (In basso, Oria, Monte Papalucio ricostruzione del luogo di culto (ideazione F. D'Andria, realizzazione InkLink-FIrenze). Tratto da G. Mastronuzzi, Lo spazio del sacro nella Messapia, Mélangese de l'école française de Rome - 2017)

Oria, Monte Papalucio ricostruzione del luogo di culto (ideazione F. D'Andria, realizzazione InkLink-FIrenze). Tratto da G. Mastronuzzi, Lo spazio del sacro nella Messapia, Mélangese de l'école française de Rome --2

Come naturale conseguenza, i Romani appoggiavano apertamente le fazioni aristocratiche cercando, ove possibile, di metterle in una posizione di privilegio a tutto danno dei gruppi d’indirizzo democratico. Sebbene non si sfiorasse neppure vagamente l’individualismo eccessivo del nostro tempo, al cui conseguimento tutto può essere subordinato, comprese le fortune del Paese, già faceva parte dei ricordi il periodo in cui c’era stata una quasi perfetta identità tra il bene personale e quello della città, e gli interessi di parte incominciavano pertanto a prendere il sopravvento su quelli generali. In quel frangente prevalsero in definitiva il punto di vista e gli obiettivi dei possidenti che miravano alla conservazione del potere e dei privilegi posseduti, inevitabilmente messi in pericolo da un’eventuale alleanza con gli odiati tarantini.

La scelta si basava quindi in prevalenza sull’esperienza passata, senza tuttavia tener conto d’un importante fattore di novità: Roma, ormai installatasi nelle confinanti terre degli Apuli e dei Tarantini, non poteva più consentire che il porto di Brindisi fosse gestito a prescindere dai suoi interessi e dalle sue priorità politiche. Era in pratica difficile presupporre che avrebbe accettato che si ricreassero vicende come quella di Pirro che, sfruttando l’approdo brindisino, aveva potuto mettere facilmente piede sulla penisola italica creando gravi condizioni di instabilità. Per questo l’ultimatum del capo dei feziali riguardava il porto, che Roma intendeva amministrare direttamente secondo propri specifici criteri.

Forse Roma tentò un accordo

Non è però scontato che Roma, considerata la neutralità cui la nostra città s’era attenuta nel corso del conflitto tarantino, non abbia cercato dapprima una soluzione mediata, magari offrendo in cambio un «foedus» (accordo) vantaggioso che risarcisse Brindisi della perdita preventivata. Qualche anno prima, in frangenti più o meno simili, un qualcosa del genere era stato proposto ed accettato da Eraclea che non se n’era certo pentita se, pur a distanza di secoli, cercò sempre di mantenere questo privilegio, rifiutando qualsiasi possibile rinegoziazione dell’accordo originario. Certo è che alla maggioranza dei Brindisini risultò inconcepibile cedere senza combattere il bene che da secoli rappresentava la ricchezza ed il futuro della città. Un bene preservato dalle mire di tanti temibili nemici e di tanti commercianti greci che avevano fatto di tutto pur di impossessarsene. Ad una simile perdita i più preferirono piuttosto la guerra.

Inizia il bellum sallentinum (primavera del 267 a.C.)

Peccato che dello svolgimento del bellum sallentinum si sappia ben poco. Le fonti documentarie giunte sino a noi sono infatti scarse, lacunose e per certi versi ambigue. A livello conoscitivo, pesa soprattutto la perdita dei libri della seconda decade dell’opera di Livio, nei quali erano appunto narrate anche le vicende della guerra che la nostra città era stata costretta ad intraprendere. Il consuntivo è così presto fatto: oltre ai brani di Floro e Dione, già esaminati in precedenza, possiamo contare su altri due brevissimi luoghi di Livio e di Eutropio e sulle annotazioni contenute nei «Fasti triumphales Capitolini» relativamente agli anni 267 a.C. e 266 a.C. Nel totale una quindicina di righe scarse che sono per altro il prodotto di stringati appunti e di compendi che, per loro stessa natura, delineano appena gli aspetti essenziali. Eppure, nonostante tutti questi evidenti difetti, abbiamo già potuto constatare che, se inseriti nel loro proprio contesto e se studiati a fondo, i pochi frammenti in nostro possesso sono in grado di dare altre preziose informazioni. 

Da Dione abbiamo già potuto desumere i motivi per cui Roma ci dichiarò guerra; da Floro abbiamo invece appreso che Brindisi fu assediata e, considerato che si dovette evocarne il nume tutelare (Pales Matuta), anche saccheggiata (l'articolo sul culto della Dea Pales). Insieme a questi passi, gli altri brani disponibili ci forniscono indizi utili a formare un quadro quantomeno verosimile dello svolgimento degli eventi. Dai Fasti si ricava che la campagna militare ebbe inizio non prima della primavera del 267 a. C. e che si concluse alla fine dell’estate del 266 a.C. Furono così necessari quasi due anni per vincere i Salentini che, pertanto, si difesero con un qual certo accanimento.

Eutropio precisa invece che i Romani indirizzarono subito i loro sforzi per piegare la resistenza della nostra città che ricopriva un ruolo egemone nel Salento. Attilio Regolo, il console che guidava le truppe romane, era un tipo tutto d’un pezzo, come la prima guerra punica pochi anni dopo avrebbe dimostrato, e, soprattutto, non perdeva tempo in fronzoli. Seguendo appunto l’usuale strategia bellica romana, aggredì dapprima i Brindisini, che formavano il nucleo più consistente delle truppe avversarie, con l’intento di sorprendere e, più di tutto, d’intimorire il più possibile il fronte nemico. Non abbiamo menzione di battaglie campali ma è facile presupporre che non ve ne furono: dopo le prime scaramucce, i Brindisini compresero che non avevano possibilità di farcela in campo aperto e preferirono piuttosto giocarsi le pochissime chance di successo al riparo delle mura cittadine. Era così primavera appena iniziata quando prese avvio l’assedio che avrebbe cambiato il destino della nostra città.

La presa di Brindisi

Sin dalle prime battute del conflitto, la sorte dei nostri concittadini apparve segnata. Le legioni romane, già di per sé imbattibili, si trovarono in quell’occasione in una situazione più che favorevole, potendo pure contare sul consistente supporto logistico di Taranto e delle città peucete confinanti a nord del territorio brindisino. Né l’aiuto si limito a questo e, con tutta probabilità, truppe tarantine e apule furono arruolate tra gli ausiliari dell’esercito romano, ampliando ancor più il divario tra le forze in campo. Di fatto Brindisi, isolata ed accerchiata nell’ultimo lembo libero della penisola italica, si trovò costretta ad affrontare un impegno che avrebbe fatto tremare, i polsi a ben altro contendente. Malgrado ciò, piuttosto che capitolare, preferì combattere sino alla fine rischiando la totale distruzione.

Su questo punto non ci sono dubbi. Lo ribadisce Eutropio il quale, per indicare la conquista della nostra città e dei suoi abitanti, fa uso d’un termine dal chiaro significato: «capti». Era questo un verbo utilizzato dagli autori per indicare le città che, non essendosi volute in nessun modo arrendere, venivano prese con la forza e, di conseguenza, messe a sacco. Proprio per questo, come già sappiamo, Attilio Regolo aveva deciso d’invitare Pales Matuta, la nostra dea tutelare, ad abbandonare la città per privarla della protezione divina e saccheggiarla senza timore di compiere un sacrilegio. Era il modo per creare le condizioni accettabili agli occhi degli dèi per trucidare gli sconfitti oppure per venderli come schiavi, in analogia a quanto avvenuto nelle altre due occasioni di «evocationes» accertate a Veio ed a Cartagine. Contrariamente al solito — e capiremo poi il perché — Roma si mostrò in questo caso inaspettatamente benevola. Brindisi fu quindi presa e devastata nell’estate del 267 a.C. e con questa vittoria i Romani si trovarono la via aperta alla conquista di tutto il Salento. Per il sopraggiungere della cattiva stagione, la campagna militare fu però al momento sospesa e ripresa soltanto nella primavera dell’anno successivo. 

La resa delle altre città salentine

Del secondo anno di guerra, l’unica notizia rimasta è contenuta in uno scarno accenno di una riga, tra l’altro in condominio con un altro popolo che in quello stesso periodo era stato sconfitto dall’Urbe. Dal sommario della decade andata perduta di Livio, si viene appunto a sapere che nel 266 a.C. i Romani accettarono la resa degli Umbri e dei Salentini («Umbri et Sallentini victi in deditionem accepti sunt»). Pur nella sua stringatezza, il passo si dimostra di grande utilità, perché regala un paio di indizi in grado di fare luce sull’epilogo del conflitto. Il tutto è racchiuso nella locuzione «in deditionem accepti sunt» (letteralmente, sono accettati in dedizione, cioè a dire che ne fu accettata la capitolazione) che esplicita, in maniera evidente, la formula di resa con cui un popolo vinto si sottometteva alla sovranità del popolo romano. Questo prova che le altre città salentine non furono conquistate con la forza ma a seguito di volontaria capitolazione. Il termine «victi» precisa inoltre che la resa avvenne a conflitto avviato, quando si constatò che era inutile proseguire la lotta e che la rinuncia a combattere risultava l’unico mezzo appropriato per evitare il saccheggio e lo sterminio.

Si viene così a conoscenza d’un fatto mai prima posto in rilievo: le comunità salentine, caduta Brindisi, compresero che non avevano più via di scampo e, per questo, anziché rischiare l’annientamento, preferirono consegnarsi di spontanea volontà nelle mani dei romani con la «deditio». Agli effetti pratici ciò indica che accettarono in maniera incondizionata la perdita della sovranità sui territori sino ad allora posseduti, in cambio della garanzia che Roma avrebbe interrotto ogni atto ostile.

Per il 266 a.C. non possiamo contare su nessun’altra notizia, il che dà credito all’ipotesi che i fatti che vi si svolsero furono di secondaria importanza rispetto a quelli dell’anno precedente che avevano visto per protagonista Brindisi. In definitiva, nell’estate dello stesso anno la conquista del Salento era già cosa fatta e l’Urbe entrò formalmente in possesso del porto brindisino. Parrebbe così concluso il racconto della guerra che ci impegnò contro Roma, se non ci fossero un paio di questioni meritevoli d’essere chiarite per comprendere meglio il successivo svolgersi degli eventi. 

Perché i Romani non fecero terra bruciata

I fatti narrati pongono infatti due precisi quesiti tra loro collegati e, a prima vista, di difficile soluzione. Vale a dire, come mai Brindisi fu saccheggiata senza però subire l’annientamento toccato in circostanze analoghe a Veio e Cartagine? E poi, perché i suoi abitanti preferirono rischiare d’essere sterminati piuttosto che deporre le armi? Fatto cenno che la critica non s’è neppure posta simili domande, confermando l’impressione che la guerra salentina non ha mai beneficiato delle luci della ribalta, cerchiamo di venirne a capo inserendo i fatti in un contesto più ampio. Nei suoi racconti, Tucidide, autore attento ai particolari come pochi, evidenzia un aspetto che, seppure posto in maniera specifica per le comunità greche, aveva grande attualità anche per quelle italiche. Lo storico ateniese riscontrava infatti che, in concomitanza d’un attacco esterno, soprattutto se compiuto da una potenza egemone, gli attriti interni alla città sotto assedio, invece di sopirsi, si accentuavano, tanto è vero che le lotte intestine («stasis») ed i tradimenti («prodosia») erano più frequenti proprio in tali frangenti. (In basso, Brindisi (Mapri) - tomba di via Lauro, cratere attico a colonnette, foto di Danny Vitale e Antonio Mingolla, tratta da BrindisiWeb)

Brindisi (Mapri) - tomba di via Lauro, cratere attico a colonnette, foto di Danny Vitale e Antonio Mingolla, tratta da BrindisiWeb-2

Abbiamo già descritto l’ampio dibattito che ciascuna comunità svolse per decidere se stare o no con la coalizione tarantina, e di come esistesse, pur nella stessa città ionica intenzionata a dare battaglia, una fazione favorevole alla negoziazione con Roma. In quell’ambito, nella nostra Brindisi furono proprio le colombe, nelle sembianze degli aristocratici del tempo, a prevalere sui falchi, rappresentati per lo più dai commercianti, riuscendo a convincere la cittadinanza a mantenersi estranea al conflitto. Questo fatto pesò però sulla credibilità degli oligarchi nel momento in cui Roma, esaurita la pratica tarantina, avanzò pretese sul nostro porto richiedendone la gestione, a causa del presunto danno subito per l’approdo concesso a Pirro. Perciò, quando gli aristocratici proposero di nuovo una soluzione negoziata, i Brindisini rifiutarono in maniera netta. La non belligeranza s’era dimostrata in effetti illusoria ed aveva solo spostato il problema nel tempo, senza far pervenire ad una soluzione concreta. La decisione fu tuttavia condizionata, oltre che da questo incontrovertibile dato di fatto, anche da altre non banali considerazioni, tra le quali la più importante riguardava le conseguenze d’un eventuale accoglimento delle condizioni poste da Roma. Accettare la supremazia romana comportava difatti prospettive diametralmente opposte per le diverse componenti cittadine: l’èlite avrebbe avuto la possibilità di governare una città che, pur sottoposta all’influenza romana, avrebbe comunque fruito di un’ampia autonomia interna; la borghesia e le classi meno abbienti sarebbero state invece relegate per il futuro ad un ruolo politico subalterno, vivendo in più in una comunità assoggettata. Per queste ragioni i ceti mercantili e meno agiati brindisini scelsero di rifiutare l’ultimatum e di tentare la sorte con la guerra, mentre i benestanti fecero una diversa scelta. 

Occorre a questo punto precisare che le fazioni (non esistevano ancora i partiti) badavano certo ai propri interessi ma non con l’esasperazione dei nostri tempi. Di conseguenza, nel sostenere le proprie posizioni, ciascuno era convinto di agire anche nell’interesse della collettività di cui si sentiva in un qualche modo responsabile. L’élite, che da tempo intratteneva rapporti fruttuosi con i Romani e ne sapeva quindi meglio interpretare i comportamenti, percepì l’inutilità della lotta e la necessità di giungere ad un compromesso per scongiurare un inutile spargimento di sangue. Per questo, non saprei dire se sin dall’inizio o se ad assedio in corso, quando s’accorse che il resto della cittadinanza non intendeva ragioni, decise autonomamente di accordarsi con i Romani, preoccupata senza dubbio per la propria sorte ma non del tutto incurante di quella della città. 

Che una simile condotta sia stata l’espressione d’un vero e proprio tradimento oppure di pragmatismo politico, è difficile stabilirlo, oltre a far parte di tutta un’altra discussione. Quel che appare scontato — pur nel silenzio delle fonti e degli storici — è che un qualche accordo ci sia comunque stato e, soprattutto, che fu grazie a questo patteggiamento se Brindisi non fece la stessa tragica fine di Veio e Cartagine. La spaccatura all’interno del corpo civico, tra chi considerava freddamente la situazione e chi restava fedele ad una ormai impossibile autonomia, dà inoltre spiegazione del perché questi ultimi proseguirono imperterriti nella lotta sino alle estreme conseguenze. Erano di fatto giunti ad un punto di non ritorno, e l’unica prospettiva d’un degno futuro era affidata al miracolo di battere i Romani.

Fu quindi per calcolo politico se Roma, dovendo salvaguardare il patto con gli aristocratici, non usò la mano pesante nella presa di Brindisi. D’altra parte l’Urbe non aveva nessun interesse a fare terra bruciata: il porto brindisino era un luogo strategico che, in quel periodo, sarebbe risultato incontrollabile senza il supporto della gente del luogo. L’accordo e le conseguenti valutazioni politiche propiziarono anche i successivi sviluppi delle vicende cittadine che, altrimenti, non troverebbero una logica spiegazione. Solo con tali premesse può comprendersi come mai le autorità romane concessero sin dalle prime fasi larga autonomia a Brindisi, deducendovi una colonia latina e coinvolgendo i suoi abitanti più eminenti nelle assegnazione dei lotti di terreno e nelle magistrature locali. Nel concreto, furono tutte scelte volte a valorizzare l’aristocrazia cittadina, il cui allineamento alle strategie gradite a Roma era talmente incondizionato da fornire ampie garanzie sulla sua futura tenuta. Di là da considerazioni ideologiche, meritevoli a loro volta d’una specifica riflessione, resta uno scontato dato di sintesi: la guerra salentina chiuse un capitolo importante della nostra storia e ne aprì un altro, denso di più rintracciabili gratificazioni.  Sia pure all’ombra dell’Urbe. 

(2 – fine)

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