Domenica, 19 Settembre 2021
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Redazione BrindisiReport

Quando Cesare Augusto fu protagonista a Brindisi

La centralità della città di Brindisi nelle vicende che contrapposero Ottavio ad Antonio nel primo secolo avanti Cristo. Fra gli episodi raccontati dagli storici, anche una violenta ed insolita decimazione

Se è scontato che tutte le strade portano a Roma, è anche certo che in antichità quelle che andavano, o venivano, dall’Oriente passavano immancabilmente per Brindisi. A quei tempi la nostra città aveva poche uguali ed era celebrata da letterati, poeti e storici tanto è vero che, se a qualcuno venisse la briga di censire i testi antichi, scoprirebbe che, a parte Roma, nessuna metropoli dell’Occidente romano vanta un così consistente numero di citazioni. Sono infatti rari gli avvenimenti d’un certo significato storico, in particolare se accaduti sul Mediterraneo, da cui Brindisi fu esclusa, non solo per la sua importanza strategica, ma anche in virtù del suo peso economico. E questo si verificava in maniera puntuale nei momenti di evidente tensione sociale, come accaduto nel I secolo a.C. quando l’Urbe attraversò un periodo assai agitato, lacerata com’era da violenti dispute interne.

La nostra città fece da scenario al primo significativo scontro della guerra civile, che poi permise a Cesare di avere il sopravvento su Pompeo e di dare pure la spallata decisiva alle istituzioni repubblicane che avevano già mostrato palesi crepe nelle lotte cittadine precedenti. Sebbene Cesare non fosse divenuto formalmente un re, lo era nondimeno nella sostanza, essendosi sostituito al Senato ed al popolo nell’esercizio dei principali poteri statali. Era di fatto lui che decideva sulla pace e sulla guerra; aveva facoltà di servirsi degli eserciti; disponeva delle finanze; proponeva gran parte dei magistrati; stabiliva i governatori provinciali ed aveva finanche il potere di creare nuovi patrizi. E tutto ciò lo faceva in forza di quelli che lo storico Svetonio (I secolo d.C. – II secolo d.C.) chiamava gli «onori eccessivi» («nimios honores») che gli erano stati di volta in volta conferiti. Vale a dire, il consolato a vita, la dittatura e la prefettura dei costumi perpetua, senza contare il titolo di “imperatore”, il soprannome di “padre della Patria” («continuum consulatum, perpetuam dictaturam praefecturamque morum, insuper praenomen Imperatoris, cognomen Patris patriae») e la «sacrosanctitas», potere sino ad allora concesso solo ai tribuni del popolo, che lo rendeva inviolabile prevedendo addirittura la pena capitale per chi gli avesse arrecato danno. 

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Per andare dietro a tutto, il dittatore s’era creato un gruppo composto da persone di sua fiducia, scelti dalla nobiltà provinciale ma pure da suoi liberti e servi personali. A sentire Svetonio, Cesare aveva affidato il Tesoro statale e la cura della finanza pubblica a suoi schiavi; il comando delle tre legioni di stanza ad Alessandria al figlio d’un suo liberto («praeterea monetae publicisque uectigalibus peculiares seruos praeposuit. trium legionum, quas Alexandreae relinquebat, curam et imperium Rufioni liberti sui filio exoleto suo demandauit») e la gestione amministrativa delle province a magistrati di sua esclusiva nomina, privando di tale potere il senato («ἡγεμονίας ἐθνῶν ἀπὸ τῆς βουλῆς ἐς ἑαυτὸν περιφέροντα»), come riferisce Appiano (I secolo d.C. – II secolo d.C.). Pure quand’era assente, non mancava di gestire il governo dell’Urbe, sia pure tramite suoi uomini di fiducia che firmavano i decreti a suo nome, dopo aver ricevuto istruzioni con lettere che facevano uso di un codice segreto basato su errori grammaticali inseriti di proposito nello scritto. 

Non c’è quindi da sorprendersi se c’erano velati mugugni dovuti anche al fatto che, da un punto di vista formale, le istituzioni repubblicane sussistevano ancora, per quanto del tutto svuotate delle loro peculiari caratteristiche. Malgrado ciò, sebbene lo spirito repubblicano s’andava spegnendo sempre più, c’era comunque chi rimaneva ancorato agli ideali passati e viveva con sofferenza l’affermarsi d’un potere personale eccessivamente opprimente. Ed è su questi idealisti che l’oligarchia senatoria fece leva per modificare la situazione politica, non tanto perché desiderosa di tornare alle antiche virtù repubblicane, quanto piuttosto per riappropriarsi del potere perduto.

Le idi di marzo

La congiura unì nemici a persone che avevano ottenuto da Cesare onori e cariche e si compì alle idi di marzo (15 marzo) del 44 a.C. all’apertura della riunione del Senato. Mentre Antonio, considerato il braccio destro del dittatore, veniva tenuto lontano dalla scena da Trebonio, un altro cospiratore, Servilio Casca, sferrava la prima delle ventitré pugnalate che uccisero Cesare. Ironia della sorte, entrambi avevano beneficiato dei favori e della clemenza di chi stavano pugnalando. Ma non erano gli unici che avevano un debito di riconoscenza con lui, sicché non destò meraviglia che, nel corso del funerale del dittatore, un cantore, impersonando il morto, gridasse agli astanti: «li ho quindi salvati perché divenissero i miei carnefici? » («men servasse, ut essent qui me perderent?»).

Era questo un verso d’una famosa tragedia (“Il giudizio delle armi”) composta da un nostro illustre concittadino, Marco Pacuvio, che concorse ad alimentare lo sdegno dei presenti. Il 18 marzo, due giorni prima del funerale, il Senato aveva aderito alla richiesta di Pisone Cesonino di dare esecuzione al testamento che Cesare aveva consegnato in custodia alle Vestali. L’apertura del documento riservò più d’una sorpresa: i nove dodicesimi dell’asse ereditario andavano al pronipote Gaio Ottavio, il futuro Augusto, che in aggiunta veniva adottato dal dittatore. L’erede, poco più che diciottenne, si trovava in quel momento ad Apollonia (una città a sud di Durazzo) mandatovi proprio da Cesare per fargli fare esperienza di vita militare al suo seguito nella programmata spedizione contro i Parti. Ed è qui — ci racconta Nicolao di Damasco (I secolo a.C.) — che Ottavio riceve il messaggio, mandatogli in tutta fretta dalla madre Azia, che gli annuncia unicamente che Cesare è stato ucciso in Senato da Cassio, Bruto e dai loro complici e che è meglio tornare da lei quanto prima.

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Il futuro Augusto fa rotta per Brindisi

Dopo essersi consultato con Vipsanio Agrippa,  Salvidieno Rufo e con gli altri suoi amici più fidati, il giovane decide, contrariamente però ai consigli ricevuti, di rientrare in Italia: ignora cos’era avvenuto dopo il cesaricidio e, soprattutto d’essere stato adottato dal dittatore, nonostante ciò preferisce attraversare lo Ionio evitando di fare rotta per Brindisi, nel timore che i congiurati abbiano preso il sopravvento e che possano aver predisposto qualche trappola a suo danno. Approda così, per prudenza, in una località a sud della nostra città per poi di lì dirigersi «a piedi» («πεζὸς») verso «Lupie» (Lecce)  che era «fuori della via battuta» («ἐκτὸς οὖσαν ὁδοῦ, ᾗ ὄνομα Λουπίαι»). Qui fa base, sino a quando non gli arrivano informazioni più precise sugli avvenimenti e non riceve copia del testamento. Solo allora, dopo aver per altro appurato che i cesaricidi non stanno tramando nulla contro di lui, si convince infine di avviarsi verso Brindisi.

Questa la narrazione di Nicolao di Damasco e di Appiano che, però, lascia spazio ad una banale domanda: se non sapeva d’essere stato adottato da Cesare, che motivo aveva Ottavio per temere che i congiurati potessero avercela con lui? Di conseguenza appare del tutto ingiustificata la circospezione che l’aveva indotto a preferire un tragitto più tortuoso e lungo rispetto a quello che l’avrebbe condotto a Brindisi. S’aggiunga inoltre che i mezzi di locomozione d’allora non consentivano di spostarsi in tempi neppure lontanamente comparabili con quelli attuali: un tratto — ad esempio, da Roma a Brindisi — per il quale noi sprechiamo poche ore, veniva fatto in una settimana dai mezzi particolarmente celeri e, nei viaggi comuni, in quasi un paio di settimane, per cui anche la minima deviazione comportava un aggravio ed una grossa perdita di tempo. Quel tempo che in effetti il futuro Augusto non sembra d’aver perso in inutili esitazioni nel suo viaggio di avvicinamento a Roma, se Cicerone, in una lettera ad Attico lo dà già a Napoli il 18 aprile («Octavius Neapolím venit XIIII Kal. [Mai.]». Il che rende improbabile, pure in base ai tempi di percorrenza, il tortuoso cammino prospettato dai due storici. Quella di Nicolao e di Appiano sembra pertanto la classica ricostruzione compiuta con il senno del poi, magari condizionata dalla propaganda augustea intesa ovviamente a valorizzare le doti strategiche possedute già in età giovanile da Ottavio ed a far credere che, sin dal suo esordio politico, incuteva rispetto e timore nei suoi avversari. 

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Per questo, appare di gran lunga più attendibile la versione di Cassio Dione (II secolo d.C. – III secolo d.C.) che, proprio basandosi sul fatto che i contenuti del testamento di Cesare erano ancora ignoti, dava per scontato che Ottavio si fosse diretto subito verso Brindisi senza quindi ritenere necessaria la prudenziale tappa intermedia di Lecce. In tale ipotesi, è quindi nella nostra città che Ottavio riceve copia del testamento, venendo così a conoscenza d’essere stato adottato dal dittatore («Περαιωθεὶς δὲ ἐς τὸ Βρεντέσιον, καὶ τάς τε διαθήκας ἅμα καὶ τὴν γνώμην τοῦ δήμου τὴν δευτέραν μαθώ»).

Quando Brindisi salutò il nuovo Cesare

Comunque sia andata, su un punto, invece, gli storici sono d’accordo: fu a Brindisi che Ottavio abbandonò il suo nome e assunse quello del padre adottivo, facendosi chiamare da allora in poi Cesare. Ce lo indicano in maniera esplicita tutte e tre gli storici citati e ce lo conferma in maniera indiretta pure Cicerone che, in una lettera ad Attico, racconta che Ottavio è lì da lui a Cuma e che i suoi amici gli si rivolgono chiamandolo Cesare («nobiscum hic perhonorifice et peramice Octavius. quem quidem sui Caesarem salutabant». Cosa in ogni modo che indigna Cicerone, che continua a chiamare il giovane Ottavio, perché un cittadino perbene non può accettare un simile comportamento («quem nego posse bonum civem») che va contro le tradizioni.
Formalmente infatti Ottavio non poteva essere ancora chiamato Cesare, considerato che la procedura per l’adozione — la quale prevedeva l’accettazione dinanzi al pretore urbano a Roma e l’approvazione del popolo riunito per curie, a seguito di un discorso solenne («contio») tenuto nei comizi curiati — non era stata neppure avviata. Per questo i suoi avversari politici, al pari di Cicerone, continuarono almeno per il momento a chiamarlo Ottavio, e non solo per un aspetto protocollare, quanto piuttosto per dargli in modo spocchioso del parvenu che, incurante delle antiche consuetudini repubblicane, non era in grado di tenere un atteggiamento dignitoso.

Il futuro Augusto aveva però tutte le ragioni per anticipare i tempi e l’iter giuridico, che successivamente comunque completò: voleva precisare sin da subito che era lui l’erede politico di Cesare, e non Antonio. L’assunzione del nome del padre adottivo aveva quindi chiari intendimenti politici, oltre che motivazioni di carattere sociale.  C’è infatti da precisare che la società romana era sì pragmatica, come i più raccontano, però al tempo stesso sensibile ai pedigree, ed il nome, per l’appunto, raccontava della posizione sociale posseduta da ciascuno. E, proprio in quel secolo denso di sconvolgimenti e di aspre lotte, s’era consolidata la possibilità di derivare il ceto e la classe sociale dal meccanismo di composizione del nome, ormai basato sulla classica formula dei «tria nomina» (tre nomi). Di per sé, già l’avere tre nomi era indicativo dei quarti di nobiltà goduti, perché, di solito, i comuni mortali non ne potevano esibire più di due e le signore dovevano addirittura farne bastare uno.

Per chiarire tali aspetti, è indispensabile dare un minimo d’informazione sulle principali regole strutturali dell’onomastica romana. Esse prevedevano che il nome fosse composto da un «praenomen», un «nomen» ed un eventuale «cognomen». Il «praenomen» (letteralmente, ciò che è prima del nome) aveva la stessa funzione del nostro nome di battesimo e, quindi, caratterizzava un individuo all’interno d’una famiglia, senza implicazioni di altro genere. Il «nomen» era invece il centro del sistema onomastico latino in quanto indicava il «nomen gentilicium» (nome gentilizio) e precisava l’appartenenza di un individuo ad una ben precisa «gens» (la gente ovvero la famiglia d’origine). Comparabile al nostro cognome, esso dava però in aggiunta specifiche indicazioni sul gruppo familiare di provenienza. Dal momento che i nomi di battesimo erano all’incirca una trentina ed i gentilizi in numero comunque contenuto, per evitare i troppi casi di omonimia, si ricorse a identificare gli individui di riguardo con un soprannome, cioè il «cognomen» (letteralmente, ciò che accompagna il nome) che, a lungo andare, diventò ereditario servendo così a distinguere i diversi rami d’una stessa gente d’origine. L’aspetto curioso è che la maggior parte dei «cognomina» metteva in evidenza un difetto e non una virtù, come per altro si usa tuttora con le persone d’un certo peso politico: si pensi a chi è stato soprannominato “mortadella” oppure “il bibitaro” per comprendere il perché di questo vezzo peggiorativo.

Passando, per semplificare, a qualche esempio pratico, Caio Giulio Cesare identificava un appartenente all’illustre gente Giulia, ramo dei Cesari; Cesare che, per la cronaca, voleva dire “peloso”. Oppure, Lucio Valerio Flacco: celeberrima gente Valeria, ramo dei Flacci, caratterizzato quindi dall’avere “le orecchie penzoloni”. Il futuro Augusto, prima dell’adozione, si chiamava Gaio Ottavio, ed a parte che la famiglia Ottavia non era patrizia ma di censo equestre, non aveva un «cognomen» neppure consolidato — tant’è che c’era chi diceva fosse Turino e chi Cepias — chiaro indice che faceva solo da poco parte dell’élite romana. Sicché aveva anche motivazioni sociali ad assumere quanto prima i tre nomi del padre adottivo, e farsi pertanto chiamare Gaio Giulio Cesare. Ad essere precisi, in questi casi, per ricordare la famiglia d’origine, l’adottato aggiungeva un «agnomen» (letteralmente, ciò che si unisce ad un nome) costituito dalla forma aggettivale in “-anus” del gentilizio posseduto. Per cui avrebbe dovuto a rigore chiamarsi Gaio Giulio Cesare Ottaviano. Tuttavia, per accentuare il distacco dalle proprie origini, il nostro Gaio Ottavio non inserì mai tale quarto elemento, per cui non era Cesare, figlio di Ottavio, ma Cesare figlio di Cesare. Malgrado ciò, per gli avversari — che, fino al completamento dell’iter legale, come già ricordato, avevano continuato a chiamarlo Ottavio — divenne, esaurite le formalità di rito, ugualmente Ottaviano, tanto per precisare e rendere note le sue origini equestri. E, ironia della sorte, malgrado fosse lontano dai suoi desideri, fu chiamato Ottaviano anche dagli storici, sebbene solo per consentire al lettore di non confonderlo con il padre adottivo. 

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È quindi a Brindisi che l’erede assunse il nome di Gaio Giulio Cesare, senza attendere che fosse ratificata la legittimità dell’adozione. E lo fece in un contesto militare, acclamato dai Brindisini e dalle truppe lì stanziate. Fu quindi nella nostra città che il futuro Augusto iniziò ad usufruire dell’impatto suggestivo del nome acquisito, sfruttato poi per coagulare su di sé il consenso dei tanti sostenitori cesariani. Tutto ciò non servì a scalfire l’opinione dei suoi avversari, i quali continuarono a ritenerlo politicamente inoffensivo, data la giovane età. Capirono però di lì a poco che stavano commettendo un grosso errore di valutazione, come un episodio, ancora una volta capitato nella nostra città, rese loro evidente. 

Una violenta ed insolita decimazione

Pochi mesi dopo le idi di marzo, il 9 ottobre del 44 a.C., Antonio partì alla volta di Brindisi. Ha l’incarico di prendere il comando delle quattro legioni dell’esercito stanziato in Macedonia che, per l’annullamento della spedizione partica, erano state fatte rientrare nella nostra città, e di condurle in Cisalpina. Ha brigato non poco per ottenerne la guida, fiducioso che il loro apporto possa favorirlo nella contesa per la successione politica a Cesare. Ma le attese vanno subito deluse. C’è un clima di velata contestazione che serpeggia tra le fila dei legionari, mentre il console prende la parola per salutarli. Il motivo è presto detto: sono tutti veterani fedeli a Cesare ed imputano ad Antonio di non averne vendicato l’uccisione («ἐπιμεμφόμενοι δ᾽ αὐτὸν οὐκ ἐπεξελθόντα τῷ φόνῳ Καίσαρος»), scendendo in più a patti con i congiurati. In realtà l’accusa non è del tutto giustificata, perché Antonio non era nelle condizioni ideali per poter intraprendere un’azione di forza contro i cesaricidi, inizialmente sostenuti sia dal Senato, sia da gran parte della popolazione. 

L’insoddisfazione della truppa, pur in parte spontanea, è però per lo più causata dalle trame di Cesare Ottaviano che, qualche giorno prima, aveva inviato a Brindisi suoi emissari proprio allo scopo di sobillare i legionari per convincerli ad abbracciare la sua causa offrendo loro pure del denaro. L’opera di corruzione conta innanzitutto sull’appoggio dei centurioni che, avendo in passato soggiornato ad Apollonia, hanno avuto modo di familiarizzare con Ottaviano e che, in aggiunta, grazie al grado e all’esperienza posseduti, godono d’un buon ascendente sul resto della milizia.

In un primo momento, Antonio cerca di placare la contestazione con le buone, garantendo a ciascuno un soldo di cento denari; ma il donativo, invece di calmare i soldati, ne aumenta ancor più il risentimento, perché si è a conoscenza che, in ambiti simili, Ottaviano concedeva un compenso cinque volte superiore e quindi pari a cinquecento dracme («δραχμὰς πεντακοσίας»). Poi, riconosciute le tracce della corruzione ottavianea, reagisce con sdegno: accusa i legionari di irriconoscenza e, soprattutto, di non aver smascherato gli uomini che, per conto d’un «giovanetto precipitoso» («μειρακίου προπετοῦς»), avevano tentato di corromperli. Il dissenso s’inasprisce e, a detta dello storico Appiano, i soldati «alle sue espressioni irose rispondono intensificando le grida e abbandonandolo» («χαλεπήναντος αὐτοῦ μᾶλλον ἐθορύβουν καὶ διεδίδρασκον»). A questo punto, per ricondurre la truppa all’obbedienza, al console non restano che le maniere forti. 

Negli eserciti romani si teneva memoria del comportamento di ciascuno; per questo Antonio chiede ai tribuni, suoi luogotenenti, d’indicare i più turbolenti e, tra questi, secondo la regola militare della decimazione, ne trae a sorte uno su dieci per mandarli a morte. In genere però la decimazione interessava i soldati semplici; nella circostanza, invece, coinvolge in modo rilevante anche i centurioni, molto considerati dall’opinione pubblica. Ottaviano può così sfruttare l’episodio per incentivare la diserzione che infatti interessò due delle quattro legioni macedoniche che, in maniera del tutto illegale, decisero di passare in blocco ai suoi ordini.  
La durezza riservata ai centurioni fu pure utilizzata da Cicerone che, nella sua celebre III Filippica, accusò Antonio d’essere quell’uomo malvagio che a Brindisi aveva fatto massacrare, nella casa che l’ospitava, «il fior dei centurioni, il cui sangue, mentre spiravano ai suoi piedi, era andato a schizzare fin sul volto della moglie» («fortissimos viros optimosque civis iugulari iusserit; quorum ante pedes eius morientium sanguine os uxoris respersum esse constabat»). Si trattò quindi d’un evento che, sebbene sconosciuto ai più, destò grande scalpore: a Brindisi era stata compiuta un’azione eversiva in quanto contraria ai principi sanciti dal «mos maiorum», vale a dire dalle consuetudini e dalla tradizione romana. 

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La sanguinosa decimazione di Brindisi divenne un esempio della durezza e degli atti rivoluzionari compiuti da Marco Antonio, che Ottaviano aleggiò come un’ombra tra i contenuti della sua propaganda orientata a denigrare il rivale. E per quanto sia un episodio in genere trascurato dagli storici moderni, e del tutto ignorato dalla cronachistica locale, fu ritenuto all’epoca un tema di grande rilievo. Lo testimoniano gli epitomatori dell’opera liviana, che utilizzano le poche righe riassuntive degli avvenimenti di quel tragico autunno (44 a.C.) appunto per narrare la crudeltà di Antonio ed il conseguente atteggiamento ostile delle quattro legioni macedoniche, due delle quali defezionarono in blocco: «Le legioni Quarta e Marzia volsero le insegne da Antonio a Cesare [Ottaviano]; poi anche parecchi altri, per la crudeltà di M. Antonio, che riempiva i suoi accampamenti di uccisioni di quanti gli erano diventati sospetti, passarono a Cesare» («Legiones quoque quarta et Martia signa ab Antonio ad Caesarem tulerunt. Deinde et complures saevitia M. Antonii, passim in castris suis trucidantis qui ei suspecti erant, ad Caesarem desciverunt»).

Nonostante questa levata di scudi, è il caso di sottolineare che Antonio era formalmente dalla parte della legalità: da console era tenuto a mantenere ad ogni costo la disciplina dell'esercito. Ottaviano, invece, essendo un «privatus» (privato cittadino), non avrebbe potuto assoldare truppe, né tantomeno indurre alla ribellione le milizie assegnate ad un magistrato. Eppure la situazione era tale che il Senato accettava tali illegalità per esclusivo interesse politico, nella speranza che il giovane Cesare — ritenuto manovrabile — potesse contenere lo strapotere del ben più pericolo Antonio. Era però un calcolo destinato a rivelarsi errato: sotto l’apparente atteggiamento di salvaguardia delle istituzioni repubblicane, Ottaviano mascherava un proposito addirittura opposto e la volontà di sovvertirle per creare un potere personale. A livello più generale, occorre poi aggiungere che la lotta politica non era condotta in difesa di specifici ideali sociali, quanto piuttosto per dare supremazia alle singole fazioni politiche e, in particolare, ai loro leader. 

Il secondo triunvirato

L’episodio di Brindisi ufficializzò inoltre il conflitto, all’interno dei cesariani, tra Ottaviano ed Antonio; scontro che ebbe fasi alterne e che incluse pure periodi di pieno accordo. Fu appunto in un clima di adesione politica che i due vendicarono l’assassinio di Cesare sconfiggendo i congiurati; conclusero, insieme a Lepido, gli accordi del secondo triunvirato; decisero le liste di proscrizione che includevano, non solo chi aveva partecipato alla congiura, ma anche nemici personali che si voleva eliminare. Fu quest’ultima un’operazione, ben più spietata della decimazione di Brindisi, che portò all’esecuzione di Cicerone — che il futuro Augusto non difese, pur avendone goduto il sostegno — e a quella di altri illustri personaggi che con le idi di marzo non avevano avuto nulla da spartire.

La resistenza repubblicana non era stata però del tutto domata e all’inizio dell’estate del 40 a.C. proprio un proscritto, Domizio Enobarbo, compiva scorrerie sull’Adriatico dirigendosi minaccioso verso il nostro porto. In maniera sorprendente, date le alleanze allora in vigore, lungo il tragitto si unì a lui Marco Antonio, proveniente dall’Oriente.  Per spiegare il perché di questo ribaltamento di campo, è necessario riannodare un po’ il filo della narrazione. Dopo la sconfitta dei cesaricidi a Filippi (42 a.C.), i triunviri si erano divise le province del dominio romano: ad Antonio era toccata la Gallia e l’Oriente; a Lepido l’Africa; tutto il resto ad Ottaviano, che aveva anche il predominio sull’Italia, rimasta formalmente fuori dalla spartizione, non essendo una provincia. Le residue speranze repubblicane erano invece tutte riposte in Sesto Pompeo, figlio di Pompeo, che con la sua flotta dominava di fatto il Tirreno, e in parte l’Adriatico, creando quindi grossi problemi ad Ottaviano, il quale aveva già altre gatte da pelare. Uscito alquanto ridimensionato dal conflitto con i congiurati, risolto soprattutto grazie alla sagacia militare di Antonio, aveva perso parte del consenso dell’esercito che si mostrava più disposto a seguire il rivale, ritenendolo a ragione il vero vincitore dello scontro. C’era poi il problema dei premi promessi ai legionari: Antonio s’era fatto carico di raccogliere le somme per i donativi; Augusto quello di acquistare le terre da distribuire. Ma, mentre Antonio non aveva avuto eccessiva difficoltà a raccogliere le somme necessarie, Ottaviano si trovò ben presto in crisi, per le tensioni sociali create dagli espropri compiuti per acquisire le terre.

Ad aggravare la situazione c’erano poi Lucio Antonio e Fulvia, rispettivamente fratello e moglie di Marco Antonio, che in Italia contrastavano il figlio adottivo di Cesare in ogni modo. Soprattutto il primo sfruttava la carica di console per ostacolare le confische e per strumentalizzare il malcontento diffuso tra gli Italici dell’Etruria e del Centro, aiutato in ciò dalla cognata, che forse era la vera mente del complotto. Spinta, a dar credito agli storici, da questioni di cuore, Fulvia utilizzava il suo acume politico per accentuare i contrasti con l’obiettivo d’indurre il marito, che in Oriente subiva il fascino della bella Cleopatra, a rientrare in Italia. Il conflitto che ne seguì — la cosiddetta guerra di Perugia — fu però risolto in maniera sbrigativa, e sanguinosa, da Ottaviano (inizio 40 a.C.). Marco Antonio non aveva preso posizione ma, dopo poco, fu costretto a farlo quando, per circostanze fortuite, si vide sottratta la Gallia, assegnata con le truppe lì stanziate ad Ottaviano. Proprio per ristabilire la situazione, aveva preso accordi con Sesto Pompeo e, unitosi a Enobarbo, faceva pertanto rotta verso Brindisi.

Quando i Brindisini sbarrarono le porte a Marco Antonio

Venuto a conoscenza delle intenzioni bellicose del rivale, Ottaviano non poté fare altro che raccogliere le milizie e incamminarsi per via terra verso la stessa destinazione. Ed era ancora lontano, quando Marco Antonio giunse nelle nostre contrade, trovando però con sorpresa le mura della città sbarrate: negli accordi, l’Italia non faceva parte dei domini di nessuno dei triunviri e non poteva quindi essere soggetta a blocchi del genere. 

Chi decise la serrata, è un mistero tuttora irrisolto. A Brindisi si trovavano cinque coorti di Ottaviano, ed Antonio attribuì al rivale il sopruso subito; Appiano, però, nel suo resoconto, è esplicito nell’indicare che furono i Brindisini a «chiudere le porte» («οἱ Βρεντέσιοι τὰς πύλας ἀπέκλειον»). In effetti in città erano ancora evidenti i segni dei disastri compiuti da Cesare e Pompeo, quando pochi anni prima se l’erano contesa, ed era del tutto comprensibile che i nostri concittadini non volessero replicare un’esperienza così rovinosa. Appare però allo stesso tempo improbabile che la cittadinanza abbia potuto decidere in tutta autonomia, e contro la volontà dei legionari presenti. Con tutta probabilità la verità è nel mezzo: i legionari ed i Brindisini si trovarono d’accordo nel vietare l’accesso ad Antonio con il pretesto che assieme a lui c’era un proscritto, Enobarbo, che non poteva entrare in città. Antonio lo considerò, in ogni caso, un atto ostile e «bloccò con un fossato ed una palizzata l’istmo della città» («διετάφρευε τῆς πόλεως τὸν ἰσθμὸν καὶ ἀπετείχιζεν») dando così l’avvio al bellum brundusinum, quarta guerra civile dall’assassinio di Cesare.

In tale occasione, lo storico Appiano ci ha lasciato in dono una preziosa descrizione, unica nel suo genere, facendoci intravedere la dislocazione dell’agglomerato brindisino. Egli racconta che l’abitato era collocato su una penisola «di fronte ad un porto a forma di luna e che non era possibile per chi provenisse dalla via di terra di avanzare verso la collinetta», se qualcuno avesse chiuso l’istmo che rappresentava l’unico possibile accesso («ἔστι δ᾽ ἡ πόλις χερρόνησος ἐν μηνοειδεῖ λιμένι, καὶ οὐκ ἦν ἔτι τοῖς ἐξ ἠπείρου προσελθεῖν ἀνάντει λόφῳ, διατετμημένῳ τε καὶ διατετειχισμένῳ»). In pratica, a suo dire, l’abitato si concentrava per lo più su una lingua di terra, prospiciente il porto interno, in posizione elevata.  Antonio, che conosce la città, avendola presieduta qualche anno prima (48 a.C.), procede a fortificare l’istmo con un fossato e con un muro difensivo, garantendosi così da eventuali contrattacchi. Blocca poi «tutt’intorno anche il porto esterno e le isole che sono in esso, disponendo molti posti di guardia» («ὁ δὲ Ἀντώνιος καὶ τὸν λιμένα μέγαν ὄντα φρουρίοις πυκνοῖς περιεφράξατο καὶ τὰς νήσους τὰς ἐν αὐτῷ»). In pratica rende difficile qualsiasi operazione di soccorso, tanto è vero che il futuro Augusto, pur disponendo di forze di gran lunga superiori, «trovando Brindisi bloccata, non può fare altro che accamparsi nei pressi ed attendere gli eventi» («εὗρε τὸ Βρεντέσιον ἀποτετειχισμένον καὶ οὐδὲν ἄλλ᾽ ἢ παρεστρατοπέδευε καὶ τοῖς γιγνόμενοις ἐφήδρευεν»).

Gli accorgimenti adottati consentono ad Antonio di tenere agevolmente la posizione e di allestire le macchine belliche necessarie per assalire i nostri concittadini, «con grande imbarazzo di Cesare [Ottaviano] che non era in grado di difenderli» («ἀχθομένου τοῦ Καίσαρος, ὅτι μὴ εἶχεν ἐπαμύνειν»). La sue doti militare sono talmente superiori che, pur in una situazione di evidente inferiorità, si permette addirittura il lusso d’intercettare e di sbaragliare un reggimento di cavalleria mandato da Ottaviano in soccorso della nostra città assediata. Ai Brindisini non restano quindi che le proprie forze per difendersi dalle macchine d’assalto, ormai lì pronte ad entrare in azione.  

Brindisi salvata da Fulvia, l’antimodello romano

Per buona sorte dei nostri concittadini, Marco Antonio si accontentava, per il momento, di utilizzare le macchine d’assalto per qualche schermaglia dimostrativa. Desiderava incutere timore e guadagnare alla sua causa i veterani che militavano nelle fila di Ottaviano, sfruttando il credito acquisito a Filippi quando li aveva guidati contro i cesaricidi. E mancò poco che ci riuscisse. Fu solo il potere suggestivo del nome di Cesare che convinse i legionari a non disertare: per quanto propendessero per Antonio, non se la sentivano di tradire il figlio adottivo del loro antico generale. Qualche defezione ci fu ma non tale da modificare la situazione delle forze in campo, che più passava il tempo e più poneva Antonio in condizioni di svantaggio, stretto com’era tra i Brindisini assediati ed i contrattaccanti. Aleggiava però in entrambi gli schieramenti l’intenzione di conciliare i propri capi. E, una sera, alcuni legionari di Antonio, avvicinatisi al vallo presidiato da Ottaviano, si misero a rimproverare i commilitoni d’un tempo di combattere chi aveva salvato loro la vita a Filippi. In risposta si sentirono accusare d’essere venuti a Brindisi per portare la guerra, dopo essersi conciliati con il nemico comune. Oltre a scambiarsi reciproche critiche, i due schieramenti manifestarono il comune proposito di non voler combattere tentando, se possibile, di trovare un accordo. Analoga avversione al conflitto manifestavano la popolazione brindisina ed i centurioni, i quali pensarono bene di coinvolgere un personaggio di prestigio al di sopra delle parti. 

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Amico al tempo stesso di Ottaviano e di Antonio, Lucio Cocceio Nerva, come già avvento in passato, si mostrò disponibile anche questa volta a fare da paciere. Incontrò separatamente i due rivali; riportò le loro lamentele e le loro reciproche scuse, cercando in tutti i modi di attenuare i motivi del dissidio. Per quanto riguardava la questione spinosa della chiusura delle porte della nostra città, ad Antonio che si lagnava per essere stato escluso «come un nemico» («καθάπερ πολέμιος»), Ottaviano fece rispondere che lui non c’entrava nulla: erano stati i Brindisini a prendere la decisione insieme al tribuno che era presso di loro («Βρεντεσίους δὲ αὐτοὺς καὶ τὸν ὑπολελειμμένον αὐτοῖς διὰ τὰς Ἀηνοβάρβου καταδρομὰς ταξίαρχον αὐτοκελεύστους ἀποκλεῖσαι τὸν Ἀντώνιον». 
Non è però facile crederci, se si considera che Ottaviano pianificava ogni cosa e non amava improvvisare, neppure nelle occasioni più banali. «Persino con la moglie Livia» — ci informa il biografo Sveronio — «non s’intratteneva mai su argomenti importanti senza aver preso prima degli appunti che scorreva, mentre parlava, per non dire né più, né meno, del necessario» («Sermones quoque cum singulis atque etiam cum Livia sua graviores non nisi scriptos et e libello habebat, ne plus minusve loqueretur ex tempore»). Per cui sembra difficile che in una circostanza così delicata, che poteva scatenare una guerra civile, si sia invece rimesso alla volontà dei Brindisini e di un suo tribuno, senza nemmeno interferire. Per cui, di là dalle sue parole di circostanza, il mistero su come e perché si decise di tenere Antonio fuori da Brindisi resta del tutto insoluto. 

Anche se le attività belliche erano state sospese, le consultazioni di Cocceio andavano per le lunghe ed i Brindisini rimanevano sui carboni ardenti con tutte quelle macchine d’assedio pronte ad entrare in azione. Il problema era che i due triunviri, timorosi di perdere la faccia di fronte all’opinione pubblica, continuavano a scaricare sull’altro ogni responsabilità dichiarandosi del tutto esenti da colpe. La condizione di stallo si sarebbe protratta per chissà quanto tempo se la fortuna, il caso oppure una mano misteriosa non avesse dato una spinta al destino offrendo un’imprevista soluzione al problema. A Sicione era infatti nel frattempo morta Fulvia, la moglie di Marco Antonio, che, come abbiamo già visto, sfruttando i malumori dei proprietari terrieri espropriati e dei senatori di parte repubblicana, aveva battagliato con Ottaviano uscendone però sconfitta  a Perugia. Per spiegarci come mai la morte d’una donna abbia potuto compiere un miracolo del genere, è necessario soffermarsi su alcuni aspetti specifici della società romana.

Era la primavera del 40 a.C. quando Fulvia, scortata da tremila cavalieri, giungeva fuggiasca a Brindisi, dove nella rada l’attendevano cinque navi da guerra per condurla ad Atene. Fu forse questa l’unica occasione in cui i nostri concittadini la poterono ammirare: era una donna molto chiacchierata per i suoi comportamenti «extra mores», ovvero contrari ai costumi tradizionali, che l’avevano resa tristemente famosa. Velleio Patercolo (I secolo a.C. – I secolo d.C), un contemporaneo di Ottaviano, scrisse di lei che «di donna non aveva altro che il corpo» («nihil muliebre praeter corpus gerens»), rimarcando nella maniera più brutale i lati riprovevoli che rendevano Fulvia una figura inquietante, un esempio in negativo. La società romana assegnava infatti ad una donna un ruolo ben preciso, che già l’onomastica per certi aspetti chiariva. A differenza degli uomini di riguardo, il cui nome si articolava su tre elementi, alle matrone romane ne veniva attribuito uno solo: la forma al femminile del gentilizio paterno, e quindi del «nomen» (il nostro cognome) del padre. Come conseguenza il nome di una nobildonna rimandava in maniera indubbia alla famiglia di appartenenza; sicché una qualsiasi Fulvia non poteva che essere figlia di un Fulvio, così come chi si chiamava Ottavia aveva un padre il cui «nomen» era per forza Ottavio. 

Certo erano previste delle varianti che però non alteravano lo schema. A volte si usavano dei vezzeggiativi — la figlia di Cicerone, che di cognome faceva Tullio, era stata ad esempio chiamata Tulliola, invece che Tullia — oppure, in presenza di più figlie femmine, si ricorreva a degli aggettivi per distinguerle: «maior e minor» (maggiore e minore) e, nelle rare famiglie numerose, addirittura ai numeri ordinali. Quindi le matrone erano di fatto individuate con la «gens» di appartenenza e non avevano un prenome che le identificasse all’interno del gruppo familiare, quasi non dovessero avere una propria identità personale.
Tanto per capire che area tirava, basterà menzionare che era opinione ricorrente che una nobildonna non dovesse mai far parlare di sé. Il «pudor» (la riservatezza) doveva infatti conformare la sua condotta, soprattutto riguardo a questioni di esclusiva competenza del sesso forte, quali ad esempio le attività militari e politiche. Il canovaccio prevedeva poi che una matrona, degna di tal nome, dovesse essere «pulchra» (dotata di alte virtù interiori); «pia» (rispettosa dei familiari); «univira» (coniugata, possibilmente, una volta sola); «casta» (parca nei rapporti sessuali, limitati al solo ambito matrimoniale); «fecunda» (in grado di concepire); «pudica» (moderata); «tacita» (silenziosa) e «domiseda» (casalinga). In pratica più di una santa. Per fortuna tutto ciò valeva solo sulla carta; nella realtà, già nella tarda repubblica, le matrone s’erano ritagliate legittimamente un proprio spazio che andava ben oltre i teorici canoni indicati. Si poteva pertanto scantonare, però bisognava farlo con garbo, salvando le apparenze, se non si voleva incorrere nella generale riprovazione. C’erano così non poche aristocratiche che, senza ricoprire cariche pubbliche, si rendevano protagoniste d’un ruolo politico importante, ma lo facevano dietro le quinte, in sordina e senza darlo troppo a vedere. 

Fulvia invece non voleva restare nell’ombra: faceva politica alla luce del sole e desiderava essere coinvolta anche nelle questioni militari. E tutto ciò destava scandalo e indignazione anche negli autori meno prevenuti. «Donna che con la spada al fianco si mostrava virile nella guerra» («cincta virilis militiae uxor agitabat»), sentenzia sconvolto Floro (I secolo d.C. – II secolo d.C.) che pure non era un bacchettone. Morale della favola, le medesime doti, magnificate in un uomo, diventavano esecrabili se possedute da una donna. Comprensibile pertanto la sorpresa dei Brindisini quando Fulvia sopraggiunse alla testa della cavalleria: in un porto se ne vedevano di tutti i colori ma mai, a loro memoria, una donna che comandava a bacchetta anche gli ufficiali di più alto grado. La osservarono partire e nessuno si sarebbe immaginato che la sua tragica fine avrebbe voluto dire la fortuna per Brindisi.

Cocceio, che abbiamo lasciato occupato in consultazioni separate con Ottaviano ed Antonio, aveva infatti sfruttato la fortuita ed improvvisa morte di Fulvia per addebitare a lei tutte le cause del conflitto. E questo faceva buon gioco ad entrambi i triunviri: Antonio veniva prosciolto da ogni accusa a spese della moglie; Ottaviano era giustificato a fare con lui una nuova alleanza. Con questo escamotage, Cocceio riuscì così a convincere i due rivali a interrompere le ostilità ed a comporre la faccenda per via diplomatica. Mentre i nostri concittadini vedevano con gioia smontati gli apparati bellici posti di fronte alle mura, Cocceio apriva le consultazioni con Asinio Pollione e Mecenate, rispettivamente rappresentanti di Antonio ed Ottaviano,  per stabilire gli accordi di pace. A Brindisi si doveva pertanto decidere il futuro assetto del mondo. 

La pace brindisina: l’illusione di un’epoca d’oro

Era dai tempi di Tiberio e Gaio Gracco che Roma si trovava coinvolta in sanguinosi conflitti interni che avevano alla lunga stremato le istituzioni repubblicane riducendole simili a simulacri, spogliati ormai delle caratteristiche e delle funzioni originarie. Il Senato, un tempo sua massima espressione, era svilito ad un ruolo secondario, di fatto di supporto a chi, con l’aiuto delle milizie, imponeva di volta in volta la legge del più forte. Le trattative che si svolsero a Brindisi nell’autunno del 40 a.C. ne certificarono l’avvenuta emarginazione. Al tavolo dei negoziati sedevano Mecenate, uomo di spicco dell’entourage di Ottaviano, Asinio Pollione, scelto da Antonio più per la caratura che per essere un suo uomo di fiducia, e Cocceio Nerva, che manteneva buoni rapporti con entrambi i triunviri e che fungeva da mediatore. Nessun esponente del senato era presente alle consultazioni, sintomo appunto evidente di come tale consesso fosse fuori dai giochi. E neppure l’altro triunviro, Lepido, fu rappresentato: s’accontentava di stare a galla, preoccupato solo di mantenere l’Africa, allora importante per l’approvvigionamento alimentare dell’Urbe. In definitiva la «res» da pubblica era divenuta una faccenda privata a due. Con ogni probabilità di questa situazione politica non si aveva una perfetta percezione e, di conseguenza, tutto il mondo romano guardava con speranza a Brindisi: le trattative s’erano aperte sotto i migliori auspici e sussistevano tutti i presupposti perché, ricomposto il dissidio, ci si avviasse ad un periodo di pace.

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E tutto questo avveniva grazie all’improvvisa morte di una donna; avvenimento questo su cui serve soffermarsi, non solo per questioni narrative. Fulvia, dopo aver lasciato Brindisi, si era incontrata ad Atene con il marito Antonio che, irritato con lei per i problemi che gli creava con Ottaviano, l’aveva redarguita in malo modo abbandonandola poi a Sicione per iniziare l’avventura che l’avrebbe portato di fronte alle mura sbarrate della nostra città. Amareggiata dalle parole di Antonio, Fulvia s’era ammalata, sino a spegnersi addirittura per il dispiacere. Questa almeno la versione di Appiano e Dione, concordi nel far morire, come un’eroina d’un romanzo d’appendice, l’aristocratica che in altre parti dei loro scritti dipingono con un cuore duro come la pietra. Per quanto un così repentino cambio di attitudini desti stupore, nessuno espresse il sospetto che le cose fossero state aggiustate da una qualche previdente manina. Eppure Fulvia non avrebbe potuto scegliere un momento più opportuno per togliere il disturbo: invisa ad Ottaviano e, al tempo stesso, un peso per Antonio, sia per ragioni sentimentali (Cleopatra ormai occupava ogni possibile spazio), sia per questioni politiche per tutte le tensioni che gli procurava con il rivale di triunvirato. Tant’è che Dione riassume la situazione, sottolineando come il tragico evento avesse di fatto appianato ogni cosa: «Appena giunse la notizia, i due deposero le armi e vennero ad un accordo, sia perché era stata Fulvia ad alimentare in passato la loro inimicizia, sia perché, essendo pari nelle forze e nelle speranze, e quindi temendosi a vicenda, videro nella morte della donna un buon pretesto per porre fine alle ostilità» («ὡς δ´ οὖν τοῦτ´ ἠγγέλθη, τά τε ὅπλα ἀμφότεροι κατέθεντο καὶ συνηλλάγησαν, εἴτ´ οὖν ὄντως ἐκπολεμούμενοι πρότερον ὑπὸ τῆς Φουλουίας, εἴτε καὶ πρόφασιν τὸν θάνατον αὐτῆς πρὸς τὸ παρ´ ἀλλήλων δέος, ὥστε καὶ ἀντιπάλους καὶ τὰς δυνάμεις καὶ τὰς ἐλπίδας ἔχοντες, ποιησάμενοι»). Cocceio aveva infatti preso la palla al balzo per far rappacificare i due: «ora che Fulvia era stata tolta di mezzo» («ἐκποδὼν δὲ κἀκείνης γενομένης»), non c’erano altri apprezzabili motivi di contrasto. Pensiero quest’ultimo riportato da Appiano, che non avrebbe potuto essere più esplicito. In definitiva i due uomini che dominavano il popolo padrone del mondo conosciuto, trovarono nella morte della donna un facile pretesto per porre fine alle ostilità, di là del fatto che effettivamente Fulvia fosse la fonte della loro inimicizia.

La scomparsa della matrona rese quindi più facile la riconciliazione tra Ottaviano ed Antonio. e, oltre ad aver sottratto i nostri concittadini ad un assedio cruento, tolse da una situazione spinosa i due condottieri, liberando il campo ad un’intesa che, nelle aspettative, avrebbe dovuto garantire la pace per lungo tempo.  Sicché già nel mese di ottobre le trattative si chiusero nel migliore dei modi e la riconciliazione fu bell’e conclusa. Agli effetti pratici, il triunvirato venne riconfermato, e fatta eccezione per l’Africa lasciata a Lepido, i due si spartirono il resto del mondo romano: ad Ottaviano andarono tutte le province occidentali e ad Antonio quelle orientali. Stabilirono inoltre, tanto per suonare il de profundis per le istituzioni  repubblicane, che «quando non desideravano essere consoli loro stessi, lo fossero a turno i loro amici» («ὑπατεύειν δὲ τάξαντες, ὅτε μὴ δόξειεν αὐτοῖς, φίλους ἑκατέρων παρὰ μέρος»). Per suggellare il patto, si decise infine che Ottavia, sorella di Ottaviano, appena rimasta vedova, sposasse Antonio, anch’egli — come visto — fresco vedovo, realizzando in tal modo pure un saldo rapporto di parentela. Così, quando di fronte alle truppe ed ai nostri concittadini Ottaviano ed Antonio, riconciliati, si abbracciarono, «le acclamazioni furono incessanti per tutto il giorno e per l’intera notte» («εὐφημίαι πρὸς ἑκάτερον αὐτῶν ἦσαν ἄπαυστοι δι᾽ ὅλης τε τῆς ἡμέρας καὶ ἀνὰ τὴν νύκτα πᾶσαν»). All’accordo seguì, com’era allora consuetudine, un momento conviviale e «negli accampamenti di Brindisi si svolse un banchetto» («ἐν τοῖς στρατοπέδοις τοῖς περὶ τὸ Βρεντέσιον εἱστίασαν ἀλλήλους») dove, mentre Ottaviano si comportò come da tradizione romana, Antonio mostrò la sua propensione per il mondo orientale assumendo l’atteggiamento tipico degli egiziani. 

In definitiva i due rappresentavano ormai mondi diversi, e pure questo pareva un motivo valido per rendere solido il patto.
Brindisi fu pertanto partecipe d’un evento che i contemporanei vissero come epocale perché unanimemente ritenuto l’inizio di un’epoca d’oro che avrebbe assicurato prosperità e sicurezza. Ed era un pensiero accarezzato non solo dalla gente comune ma anche nei circoli aristocratici ed in quelli letterari. Lo stesso Virgilio dedicò all’avvenimento l’ecloga IV, incentrata sulla nascita di un «puer»: un bambino il cui avvento avrebbe dovuto portare il mondo, dopo quella mitica, nella seconda età dell’oro e che, invece, d’allora in avanti, ha solo turbato il sonno di generazioni di studiosi incapaci d’individuare in maniera incontrovertibile chi fosse questo nascituro. Il clima festoso che accompagnò le nozze di Ottavia ed Antonio, svoltesi di lì a poco a Roma, incoraggiò sempre più le attese. 

La luna di miele ebbe però breve durata. Sia per gli sposi, sia per i successivi avvenimenti che misero a nudo le crepe d’un accordo di fatto di facciata e in fondo propagandistico. Sesto Pompeo, tenuto fuori dalle trattative, bloccò con la sua flotta i rifornimenti, creando panico e carestia nell’Urbe; in aggiunta Ottaviano ed Antonio trovarono altri motivi per scoprirsi in disaccordo. Ne andò di mezzo pure Virgilio che aveva osato dedicare l’ecloga citata ad Asinio Pollione, allora suo probabile patrono avendolo aiutato a mantenere le proprietà paterne che avrebbero dovuto essere espropriate. La cosa non era piaciuta per niente al futuro Augusto che detestava Asinio quasi quanto disprezzava Antonio e che, da quel momento in poi, volle leggere in anticipo i lavori del mantovano, per censurarlo, se occorreva. Come avvenne, almeno a detta di Servio (IV secolo d.C. - ...), nel IV libro delle Georgiche dove il poeta fu costretto a togliere l’elogio di Cornelio Gallo, caduto in disgrazia per presunta attività sovversiva, sostituendolo con quelli che attualmente leggiamo.

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L’ecloga IV, dedicata alla pace di Brindisi, delude anche noi Brindisini per il fatto che Virgilio non volle, nemmeno in quella circostanza, riservare alla nostra città il sia pur minimo accenno. Ancora una volta il sommo poeta latino dimostrava di non amare le metropoli troppo caotiche e piene di vita, com’erano allora Roma e Brindisi, e di preferire di gran lunga i sobborghi ben più tranquilli di Napoli da cui di fatto si staccò in rare circostanze.  Andò invece molto meglio ai nostri concittadini che — occorre sottolinearlo — nei conflitti sapevano scegliere bene da che parte stare e perfino in questa occasione puntarono sul cavallo vincente. Ottaviano, parecchio riconoscente per l’aiuto ricevuto, fece infatti avviare piani di risistemazioni urbanistica che resero ancor più ricca Brindisi, in più gratificata dal privilegio di ospitare — unica città insieme all’Urbe — un arco in onore di Ottaviano per la vittoria conseguita ad Azio. 

Sebbene non sia possibile entrare nei dettagli, né risalire alle dislocazioni delle varie iniziative edilizie, le fonti epigrafiche certificano la ristrutturazione del foro e della nostra acropoli, vale a dire la collinetta dove ora è collocata la Colonna romana, confermando la rilevanza delle opere d’architettura urbana compiute in epoca augustea. Anche se la realtà non appagò le aspettative, il «foedus brundusinum» fu un avvenimento che più di tanti altri fece sperare in un periodo di pace duratura. Agli effetti pratici fu solo un punto di svolta negli equilibri politici: esautorato il senato, Ottaviano prese il sopravvento mentre Marco Antonio iniziò la sua parabola discendente. Gli autori attribuiscono il declino di Antonio alla vicinanza di Cleopatra, dando così un’interpretazione basata su un troppo sfruttato stereotipo di genere. Sarei piuttosto propenso a credere che la sua stella si offuscò proprio perché gli vennero meno i consigli di Fulvia. Privato delle doti politiche e strategiche dell’aristocratica romana, dimostratasi in grado di tener testa ai più prestigiosi uomini del tempo in settori allora ritenuti di esclusivo appannaggio della natura maschile, non seppe più reggere il confronto con Ottaviano che poté così avviarsi a realizzare i sogni del padre adottivo di ripristino delle insegne del potere regale.

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