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"Alla mancata attività di tracciamento fa seguito un aumento dei contagi"

Il virus andrebbe attaccato e stanato e, a costo di fare qualche errore di valutazione, non bisognerebbe mai, per quanto possibile, lasciargli l’iniziativa

Dagli spunti che l’evoluzione dell’epidemia consente di trarre, uno sarebbe da cogliere e da custodire come fosse un tesoro: lasciare campo al virus è una strategia perdente. Giocare di rimessa, vedendo come vanno le cose per poi reagire, è il criterio meno adatto per affrontare la partita, e la maniera migliore per perderla sin prima di giocarla. Il virus andrebbe invece attaccato e stanato e, a costo di fare qualche errore di valutazione, non bisognerebbe mai, per quanto possibile, lasciargli l’iniziativa.

Non è questa una considerazione di carattere ideologico, ma di semplice analisi statistica: lo dicono i numeri. Basta fare una banale analisi dei dati del passato per accorgersi che, non appena, per un motivo o per un altro, abbiamo allentato la morsa dei tamponi molecolari diagnostici, di lì a poco la situazione è peggiorata. Tipico in tal senso quanto è avvenuto questa estate: alla mancata attività di tracciamento ha fatto seguito, dopo poche settimane, un aumento dei contagi. 

Certo fare meno tamponi molecolari diagnostici, o surrogarli con quelli antigenici, fa trovare quotidianamente un numero inferiore di positivi ma è un modo come un altro per non cercarli e rischiare di lasciarli liberi di propagare il contagio nel futuro.

E questa strategia può risultare ancor meno idonea, quando l’Rt ha valori superiori ad 1. Tanto per dare un esempio, utilizzando il più basso valore dell’indice Rt attualmente stimabile (1,15), si può calcolare che un solo positivo non individuato è in grado di contagiare in quattro passaggi quasi 22 persone. Come dire che ogni lunedì, quando a livello nazionale si usano poco più della metà dei tamponi diagnostici del giorno successivo, si rischia di non rilevare circa 5.000 positivi, i quali, in breve tempo, sono potenzialmente capaci di creare – con quel valore di Rt – più di 105.000 nuovi positivi.

Sarebbe pertanto preferibile snidare i positivi il prima possibile in modo da escluderli dalla catena che concorre alla diffusione del contagio.

In questa ottica, è esplicativo il grafico n. 1 che si propone. Si potrà notare come, sino a metà del mese di gennaio, ad ogni massimo della percentuale di tamponi diagnostici corrisponda un minimo nella percentuale dei positivi rilevati. Cerchiamo di chiarire il perché.

grafico 1-4

Intanto questa circostanza sfata l’opinione ricorrente che aumentando i tamponi aumentino nella stessa proporzione i positivi rilevati. Niente di più falso, dopo un certo livello, all’aumentare dei tamponi, i positivi crescono sì ma in una percentuale molto più bassa. Nell’esempio prima fatto, che si riferisce a quanto effettivamente avvenuto tra l’8 ed il 9 marzo, ad un aumento del 79 per cento dei tamponi diagnostici ha corrisposto un aumento di “appena” il 42 per cento dei positivi riscontrati.

E il fatto ha una spiegazione del tutto logica: meno tamponi si fanno è più ci si rivolge ad una platea di soli sintomatici, i quali avendo più probabilità di aver contratto il virus fanno registrare un elevato tasso di positività. Viceversa, più tamponi sono fatti e più si allarga l’indagine a chi, pur essendo entrato in contatto con la fonte del contagio, non manifesta sintomi e, quindi, ha maggiori probabilità di non essere stato contagiato, il che comporta un tasso di positività minore. In altre parole testando più casi, si esauriscono i sintomatici e si coinvolge nel tracciamento un maggior numero di persone che non ha subito il contagio. Questo fa diminuire la percentuali di positivi riscontrata. 

Così sino al 15 gennaio (data entro la quale i tamponi diagnostici non potevano che essere molecolari) maggiore era l’apporto dei tamponi diagnostici e minore era il tasso di positività accertato, e viceversa. Lo si nota con chiarezza il 2 e l’8 gennaio dove, a un massimo relativo delle percentuale dei tamponi corrisponde un minimo relativo nel tasso di positività; al contrario, il 3, il 6 ed il 13 gennaio ad un minimo relativo dei tamponi corrisponde un massimo relativo del tasso di positività.

Dopo il 15 gennaio la questione è meno evidente, probabilmente a causa dell’apertura ai tamponi rapidi, i quali, offrendo minore affidabilità di quelli molecolari, modificano in parte le cose, soprattutto se non sono di terza generazione e in definitiva poco attendibili. 

L’andamento della curva dei tamponi ci fa anche notare come l’apporto di quelli diagnostici sia andato diminuendo tra metà gennaio e metà febbraio e solo adesso sta tornando ai livelli usuali.

Occorre inoltre rilevare che sino a dicembre il contributo dei tamponi diagnostici in Puglia era pari al 62,34 per cento del totale dei tamponi utilizzati (dato nazionale, 55,85 per cento); con l’introduzione dei “colori” l’apporto si è abbassato di circa 20 punti percentuali (41,59 per cento), e in maniera analoga nel resto del Paese (34,86 per cento).

Il grafico n. 2 ribadisce - sempre che ve ne fosse bisogno - come un aumento in valore assoluto dei tamponi diagnostici non comporti un aumento percentualmente simile nel numero dei nuovi positivi. La cosa risulta particolarmente evidente a partire dalla metà febbraio.

grafico 2-2-4

Morale della favola: occorrerebbe aumentare le attività di diagnosi che, invece, da mesi risultano quasi sempre al di sotto dei livelli di capacità espressamente dichiarate dal commissario straordinario uscente. 

In attesa che la campagna vaccinale finalmente decolli, il tampone è l’unico strumento di cui disponiamo per combattere il virus, insieme al sequenziamento ed alla riconosciuta competenza del nostro settore sanitario.

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