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Il debito pubblico e l'assai poco rivoluzionaria "manovra del popolo"

Cosa giustificherebbe il ricorso all'indebitamento e cosa può diventare un boomerang per la nostra economia

La  vicenda del Documento di Economia e Finanza del Governo fa emergere degli interrogativi che, al momento, non hanno ricevuto risposte comprensibili e verosimili. Rileggiamo l’articolo 81 della Costituzione: “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico…”.

Pare di capire che il ricorso all’indebitamento dovrebbe essere circoscritto alle spese non ricorrenti e a quelle, opere infrastrutturali o di altra natura, che vengono valutate dal Parlamento come particolarmente incisive per migliorare l’andamento dei cicli economici insoddisfacenti. Probabilmente la pensava così il ministro Tria quando ha promesso alle istituzioni europee che il rapporto tra deficit annuale e PIL si sarebbe aggirato intorno al 1,6%.  

Esaminiamo ora i due principali elementi di lievitazione della spesa previsti nel DEF: il reddito di cittadinanza e le pensioni. Si tratta di spesa corrente che riveste palesemente un carattere strutturale, perché è impensabile che, una volta deliberata, possa essere revocata in un periodo breve. Anche ammettendo un qualche contributo al miglioramento del ciclo economico, è quindi fondamentale che questo tipo di spese abbiano una copertura di bilancio certa e pluriennale.

Su questo punto non dovrebbero esserci dubbi, perché esso coincide anche con l’interesse dei promotori di una determinata politica pubblica ad avere certezza e prevedibilità delle risorse. Nel caso del sussidio impropriamente chiamato Reddito di Cittadinanza, in Germania, paese a cui ci si vuole ispirare, vi è uno stanziamento nel bilancio statale ordinario di circa 36 miliardi.

Lo stesso Movimento 5Stelle aveva elaborato nel 2013 una proposta di legge che conteneva alcune ipotesi, più o meno discutibili, di copertura finanziaria ordinaria. Perché non si ritorna su questa strada maestra? Ancora più complesso è il caso delle pensioni. Qui troviamo alcuni provvedimenti, come l’aumento delle pensioni minime, che implicano un incremento dello stanziamento di bilancio per le politiche previdenziali, che nel consuntivo 2017 era di 92 miliardi.

Vale per questo il discorso precedente sulle coperture contabili. Ma troviamo anche ipotesi, come quella di modifica delle regole pensionistiche della riforma Fornero, che hanno un impatto sia sull’incremento di spesa nel breve periodo che sulla sostenibilità della spesa previdenziale nel futuro.

La criticità di questo ultimo scenario deriva dal fatto che esso incide anche sul livello della contribuzione previdenziale dei lavoratori più giovani, peraltro destinati ad ottenere prestazioni più basse per l’applicazione integrale del sistema contributivo mentre i beneficiari dell’intervento proposto, secondo i calcoli dell’INPS, saranno  in misura significativa persone che godranno di un trattamento pensionistico più elevato della media italiana.

Lo stesso DEF riporta a pagina 61 una proiezione secondo cui, a legislazione vigente, il debito pensionistico dovrebbe diventare sempre più sostenibile nei prossimi decenni. È stato osservato ironicamente che la relativa tabella sembra un paradossale elogio della legge Fornero. La domande senza risposta diventano a questo punto più numerose: sono state elaborate le simulazioni a seguito delle modifiche auspicate dalla Lega? Si condivide la stima di Boeri sull’incremento di spesa previdenziale pari a 100 miliardi?

Non sarebbero auspicabili modifiche più mirate a chi svolge determinati lavori invece di penalizzare giovani e donne? Si ha la consapevolezza che il cosiddetto cambiamento in questo caso risulta semplicemente una copia delle abitudini in materia previdenziale della vituperata Prima Repubblica, quando si nascondeva il ‘debito implicito’ nelle misure previdenziali?  

Del resto abbiamo già sperimentato che, in caso di confusione sulle scelte di bilancio, gli investitori reagiscono in modo da provocare una crescita degli interessi da corrispondere sul debito pubblico, bruciando così una buona parte delle risorse utilizzabili per la spesa.

Esaminiamo infine le diagnosi prevalenti sui ritardi della nostra economia. Tutti parlano di cause come i limiti dimensionali delle aziende, gli scarsi investimenti in ricerca e innovazione, la caduta costante degli investimenti pubblici, che al Sud è addirittura drammatica. Sono temi che meriterebbero certamente il ricorso temporaneo all’indebitamento così come prevede anche la Costituzione della Repubblica. E che oggi occupano uno spazio marginale nei piani del governo. Qualcuno ci sta pensando in vista del dibattito parlamentare?

In fondo i Parlamenti sono nati per rappresentare la “intelligenza media” della Nazione sul rapporto auspicabile tra i benefici associati alla spesa e la ‘pena’ associata alle imposte. Ad incrementare   la spesa in deficit, peraltro in modo da contravvenire agli insegnamenti di Keynes, saremmo bravi tutti. E chi vuole cambiare le cose non dovrebbe usare l’argomento che certe cose le hanno fatte anche “quelli di prima”, che suona molto conservatore e poco rivoluzionario. O no?

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