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A cura di Blog Collettivo

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Il blocco del laureato: diario di un ritorno a casa

Avete mai provato la sensazione di essere bloccati? Di non avere la possibilità di andare da nessuna parte, né avanti, né indietro? Di non vivere la vostra vita o di aver sbagliato strada, trovandovi in quella via in cui il semaforo sembra essere sempre rosso? A me sì, troppe volte da quando mi sono laureata

Avete mai provato la sensazione di essere bloccati? Di non avere la possibilità di andare da nessuna parte, né avanti, né indietro? Di non vivere la vostra vita o di aver sbagliato strada, trovandovi in quella via in cui il semaforo sembra essere sempre rosso? A me sì, troppe volte da quando mi sono laureata. Ecco, la laurea. Qualcuno ti dovrebbe preparare a quel momento.

Vivi dall’età di sei anni con quell’unico obiettivo reale e, quando arriva, sistemi la corona d’alloro sulla tua testa con lo stesso vigore con cui Armstrong ed Aldrin piazzarono la bandiera americana sulla superficie lunare, vivi quel momento con immensa soddisfazione, sfoggiando il sorriso e il vestito più bello che hai. I genitori ti pagano la festa, qualche regalo e qualche bicchiere di troppo.

E dopo? Nessuno parla mai del seguito. Mai una parola sulla mattina dopo, quando della sbronza è rimasto solo il voltastomaco. Beh, ve lo dico io cosa succede dopo la conquista dell’agognato pezzo di carta: niente. Niente più studio, niente più esami da dare, ma soprattutto niente lavoro, niente impegni, niente di niente. Le giornate sono vuote come non lo erano mai state e tu ti senti privo di utilità.

A che servi laureato? Chi sei senza un libro tra le mani? Il tuo bel voto, di cui vai tanto fiero, cosa significa ora? Dopo qualche giorno di intontimento, in cui queste domande spuntano lente e timide, coscienti che sarebbero troppo crudeli nel rendersi vivide prima ancora che l’alloro della corona ingiallisca, inizi ad avvertire il leggero disagio, che non ti abbandonerà fin quando non avrai trovato l’agognato impiego.

Gradualmente inizi a renderti conto che sei tornato a casa dei tuoi. Non per le vacanze estive o per quelle natalizie. Sei tornato. E basta. Dormi di nuovo nel tuo vecchio letto, nelle tue vecchie coperte. Nulla è cambiato. Anche il tuo posto a tavola è rimasto lo stesso, i sughi di tua madre sono tornati ad avere il sapore dell’ “appena fatto” e non più dello “scongelato”.

Ma, a me, il sapore che gli conferiva il vasetto, piaceva: sapeva di impegni, di spazio, di indipendenza, di pranzi di studio con i colleghi di corso, di piatti di plastica perché “dai, non ho mica il tempo di lavare, mi aspetta il libro di Contemporanea”, di turni per pulire il bagno e di annesse imprecazioni per i capelli lasciati nel lavandino. Era odore e sapore di crescita, di movimento, di obiettivi.

Tornare a casa con i tuoi scatoloni, invece, è terribile. Non me ne voglia la mia famiglia, ma ti senti come se quello che hai fatto per tre anni o più, non sia mai successo. Sei di nuovo una brufolosa diciassettenne di ventitre anni, senza un lavoro, senza niente da fare se non ricominciare a chiedere umilmente la paghetta. Ti alzi la mattina con la voglia di piangere, ma ti ripeti come un mantra: “Ora mi alzo, stampo qualche curriculum, li lascio in giro e qualcuno mi offrirà un lavoretto”.

Come siamo teneri, non trovate? Nel fiore degli anni, belli come non saremo più e ingenui da far paura. Così, con quel pacco di curriculum, dove la foto è la migliore che ci abbiano mai scattata e il voto della laurea è in bella vista perché “suvvia, dovrà pur significare qualcosa”, ci avventuriamo per le strade della nostra città con l’aria di Cappuccetto Rosso, Bambi e Heidi in comitiva.

Mamme, papà, dovete sapere che quella non è una passeggiata, è una via crucis che cambierà per sempre la percezione che i vostri figli hanno di se stessi, quindi, durante la nostra assenza, posizionate nella nostra camera beni di conforto vari come fazzoletti, nutella e caramelle mou, ma in maniera casuale, così da non farci capire che in nostro fallimento era già scritto nelle stelle. 

Chiudiamo il portone di casa armati delle nostre esperienze scritte sul un modello formato europeo, pensando di avere un’aria rispettabile e di presentarci in giro avvalendoci del nostro nuovo-nuovo-mai-usato titolo di Dottore. Torneremo sentendoci quegli operatori di volantinaggio fastidiosi, scacciati come mosche, con la schiena curva per frasi del tipo: “Ah, ma c’hai la laurea…” il cui significato un po’ ci sfugge, ma ci arriva appieno il concetto che, dalla persona che formula questa affermazione, il nostro pezzo di carta (straccia) non è visto come una cosa buona.

Chissà quale giorno l’individuo il quale si azzarderà a formulare questo strano accostamento di parole, si troverà morto sul colpo, fulminato dallo sguardo di anni di studio, di bestemmie gnoseologiche originate sugli scritti costosi, ma soprattutto incomprensibili, dei cari professori e di estati sacrificate per rifare quel maledetto esame passato con un voto basso, giusto per non rovinare la media da fare invidia.

Apriamo la porta di casa con le nostre chiavi, per non suonare annunciando con le trombe il nostro drammatico ritiro, ci mettiamo una maschera di serenità davanti ai nostri genitori e poi ci chiudiamo in camera, dove anche il letto è diventato scomodo e il cuscino non è più capace di asciugare le lacrime che escono corrosive, bruciando le guance sulle quali scorrono.

Solo in quella giornata abbiamo realizzato che la televisione non mente, che la disoccupazione non è uno scherzo. Così su quel letto di pietra ci chiediamo se ce la faremo mai, se saremo mai nella condizione di permetterci una nostra casa, una nostra famiglia, o se dovremo restare a casa di mamma e papà nei secoli dei secoli amen.

Da quel pianto in poi saremo più rabbiosi, ci verrà da urlare ogni qual volta sentiremo dire al politico di turno che si stanno occupando di noi, quando, in realtà, nessuno alza davvero il culo, nessuno ci libera da quella gabbia di richieste che ci vengono fatte per ottenere anche solo un contratto di collaborazione a tempo determinato.

Vogliono: la laurea con il massimo dei voti, il master, l’esperienza nel settore non inferiore ai due anni, conoscenza di tre lingue, patente europea del computer, conoscenza mnemonica di tutte le ricette di Benedetta Parodi, capacità di recitare la Divina Commedia al contrario con la stessa intensità recitativa di Benigni e tutto questo massimo all’età di 26 anni, senza trascurare la bella presenza (anche per fare la lavacessi, non importa).

Ditelo che quel posto non esiste, ditelo che quell’annuncio è una supercazzola il cui unico candidato possibile è un vampiro uscito dalla penna di Stephenie Meyer, di quelli che non bevono sangue umano, perché no, di quelli non ne volete, “che poi il clima lavorativo ne risente”. Credo di poter parlare a nome di tutti  i neolaureati quando dico che non ci arrenderemo, che lotteremo per ottenere la vita che ci spetta.

Aggiungo: io non me ne andrò. L’Italia è il mio Paese, un Paese che amo nonostante il suo presente e grazie al suo passato, il Paese di cui voglio vedere la resurrezione da vicino, tanto da bruciarmi.

Vi avviso solo: la prossima volta che mi farete una proposta di lavoro come quella precedentemente commentata, vi rispondo male, giuro.

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