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Il Partito democratico come lo vuole Renzi non ha più futuro

Non ha ancora compiuto un anno sulla seggiola più importante di Palazzo Chigi che in molti premono per un primo esame consuntivo. In molti cercano risposte ed indicazioni sulle traiettorie disegnate dal Presidente del Consiglio ma l'incertezza regna sovrana

Non ha ancora compiuto un anno sulla seggiola più importante di Palazzo Chigi che in molti premono per un primo esame consuntivo. In molti cercano risposte ed indicazioni sulle traiettorie disegnate dal Presidente del Consiglio ma l'incertezza regna sovrana. L'avvento di Matteo Renzi sulla scena politica italiana ha coinciso con il più un grande scossone sul piano delle politiche nazionali, delle scelte e della fisionomia dei partiti. Renzi, con la sua aria di giovane chierichetto vispo ed intelligente, è riuscito a cambiare solo qualcosa in una situazione difficilissima contrassegnata dalla crisi economica e dalla necessità di dover sottostare agli impegni assunti con l'Europa.

Matteo Renzi si è presentato sulla scena politica nazionale, dopo aver impallinato l'on. Enrico Letta, annunciando a nome del Pd, partito di maggioranza relativa quasi bulgara, una stagione di grandi riforme da realizzarsi in brevissimo tempo come "conditio sine qua non", per poter superare il pericolo della stagnazione ed avviare la stagione della ripresa. Ipotesi di riforme certamente concrete che avrebbero potuto cambiare l'impianto amministrativo e politico dello Stato.

Abolizione delle Province, trasformazione del Senato della Repubblica in assemblea non più elettiva e non più autorizzata ad esprimere il voto di fiducia e quello sull'approvazione della legge di Bilancio, forte ridimensionamento numerico della Camera dei Deputati eliminazione degli enti inutili e quelli ad essi assimilati comprese Camere di Commercio e Cnel, accorpamento dei piccoli comuni, nuova riforma della Giustizia, riforma del mercato del lavoro con “in primis” quell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, unica palla al piede, secondo Renzi, “perché gli imprenditori stranieri potessero tornare ad investire nel nostro Paese”. Il tutto condito con la solita lotta all'evasione fiscale ed una politica attenta ai bisogni dei più poveri e dei meno abbienti.

Ma con chi fare queste cose? Con chi cambiare, con quale veste, con quali alleanze? Prima di tutto a Renzi occorreva un Partito nuovo, un partito che discutesse poco, che non elaborasse progetti e riforme ma approvasse senza troppe storie ciò che proponeva il “capo”. Ed allora il Partito Democratico, nato da un'idea e da una giusta intuizione di Walter Veltroni, nel volgere di un congresso, cambia pelle. Non è più un partito con una storia alle spalle, una storia bella o brutta ma una storia. La rottamazione di Renzi fa sparire l'intera classe dirigente di quel giovane Pd e la sostituisce con giovani di belle speranze capaci di stare molto bene in televisione ma poco capaci di governare quei processi di cambiamento che Renzi aveva annunciato.

Il Pd cambia pelle ed inverte il processo di formazione delle scelte politiche. Non più dal basso verso l'alto ma dall'alto verso il basso. Il concetto è quello del “questa è la minestra,... se vi piace” . Se non vi piace la porta d'uscita è sempre aperta e chi non è d'accordo è un “gufo che gufa”.  Visto che le scelte le determina il “capo” assieme a  qualche suo amico allora si può scegliere l'avvicinamento con Forza Italia attraverso un patto, forse di ferro, con il suo leader Silvio Berlusconi. Per fare cosa? Una politica un po' più di centro-destra e forse la ricerca di un riesame della posizione giudiziaria dell'ex Cavaliere finalizzata alla sua   ri-discesa in campo magari in direzione del Colle più alto della Capitale.

“A pensare male si fa peccato ma molto spesso ci si azzecca”. Così diceva il sen. Andreotti che in politica c'è stato per 60 anni. Renzi dice di sapere che di tempo non ne ha tanto. La crisi economica e lo stato depressivo del Paese riduce i tempi per operare. Riduce anche le possibilità di ricercare vie nuove ed impossibili se non a costi sociali altissimi. Della nuova veste istituzionale non si è ancora intravisto nulla. Esempio: sono state “abolite” le Province ma sono in corso i rinnovi dei consigli provinciali non più eletti ma nominati con centri di spesa molto spesso più costosi di quelli precedenti.

Sul piano della lotta all'evasione, poco si è fatto rispetto a ciò che invece si sarebbe potuto fare soprattutto in riferimento alla grande evasione. Sul piano della riduzione dei “costi della politica” Renzi è ancora lontanissimo da ciò che si era prefissato di fare. Il governo Renzi si è scoperto molto più in sintonia con le posizioni di Marchionne che con quelle di Landini e forse questo può essere una cosa normale e legittima, ma non è normale sbeffeggiare i lavoratori in generale e le loro organizzazioni sindacali. Non è stato un peccato mortale fare alleanze anche con il Ncd di Alfano, ma quando è troppo è troppo: Angelino Alfano quando viene scoperto a dire bugie e fandonie come ha fatto in Parlamento sulle cariche della Polizia a danno dei lavoratori, non crede che occorrerebbe utilizzare l'istituto delle dimissioni, magari solo per questione di dignità?

I cosiddetti volti nuovi del Pd di Renzi assomigliano molto ai volti delle ministre di  Berlusconi.   Serracchiani, Picerno, Moretti come Carfagna, Santachè, Gelmini?  I conti pare che siano a posto, anche a detta della Commissione Europea,  ma la disoccupazione tocca record negativi, i dati economici riguardanti il Pil sono da prefisso telefonico. Per i giovani non c'è posto, per gli anziani i tempi sono davvero grami. Il Pd,  che ha rappresentato per me  la novità politica positiva della seconda o terza Repubblica, è cambiato in maniera negativa. Non è più un luogo, una sede dove esprimere un'idea, costruire un progetto, contribuire alla determinazione di un gruppo dirigente.

Un partito che divora in termini di spazi e di scelte una classe dirigente, quella rottamata, è un partito che ripudia il confronto ed a questo punto la minoranza Pd  rappresenta la classica “foglia di fico” di un Pd asservito ai voleri di un segretario-Presidente del Consiglio che non può essere disturbato da alcuna minoranza politica interna o esterna. Se Renzi deve fare un accordo con Berlusconi e Verdini, se con loro si deve confrontare, non servono né pareri di altri, né passaggi preventivi dai gruppi dirigenti. Il Pd non più un partito con le prerogative che la Costituzione assegna ai partiti, ma un formidabile, dinamico, nuovo apparato elettorale fondato solo sull'appartenenza al club del “capo”.

Così credo che il Pd  a cui viene attribuito una percentuale di suffragi che si avvicina oramai al 45%, possa non avere lungo futuro. Può sembrare una contraddizione ma la storia politica degli anni ‘80 e ‘90 di questo Paese lo insegna adeguatamente.

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