Lunedì, 18 Ottobre 2021
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A cura di Blog Collettivo

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Riforma costituzionale, battaglia navale in atto

"Perenni divisioni interne al Pd: ora è scontro fra Massimo D'Alema e Matteo Renzi. Da parte dell' ex leader maximo, che ha annunciato il suo "no" , non mancano le bordate colme di critiche verso il Presidente del Consiglio"

Continua senza soste la battaglia navale sul referendum della riforma costituzionale targata Boschi, in programma per il tardo autunno. Ufficialmente schierato per il “ si” è chiaramente tutto il Partito Democratico, anche se al suo interno non mancano le perenni divisioni, soprattutto per quello che sta accadendo tra Massimo D’Alema e Matteo Renzi. Da parte dell’ ex leader maximo, che ha annunciato il suo “no” , non mancano le bordate colme di critiche verso il Presidente del Consiglio. Un conflitto interno che continua e non accenna a smorzarsi minimamente.

 Per il “ no” sono anche schierate in maniera trasversale tutte le opposizioni: dai 5 Stelle alla Lega, da Forza Italia ed anche alla neonata Sinistra Italiana. A riguardo, però,  in molti credono che dopo il voto referendario sarà comunque necessario andare al voto. Ma sarà vero? Nel caso di vittoria del “ no” resterebbe invariata la Carta Costituzionale entrata in vigore il 1 gennaio 1948 e l’Italia manterrebbe in piedi il cosiddetto sistema del “bicameralismo perfetto” che è stato adottato dal dopoguerra ad oggi (con 630 deputati alla Camera e 315 senatori al Senato). Il “ no” sarebbe una sconfitta certa per Renzi, il quale ha già annunciato con cristalline parole che , in ogni caso, non intende dimettersi in caso di esito sfavorevole del voto sulla riforma da lui tanto voluta.

Sarebbe questa una brutta gatta da pelare per i suoi oppositori, che dovrebbero quindi fare lo stesso i  conti con l’ex sindaco di Firenze in quanto egli manterrebbe, comunque, anche la carica di segretario politico del Pd ( anche in vista del prossimo congresso di partito previsto per fine anno). Da ricordare che, sempre il fronte del “no”, manca un coordinamento concreto di tutte le opposizioni, in quanto ognuna di esse sta agendo con logiche proprie e con interessi politici differenti. In ogni caso anche se l’esito del referendum fosse negativo le elezioni non sarebbero affatto imminenti.

Sull’ altro fronte, la vittoria del “ Si” porterebbe all’ elezione diretta degli elettori i soli 630 deputati della Camera, che sarebbero gli unici anche a votare in futuro la fiducia al governo. Il Senato  passerebbe invece da 315 a 100 senatori, composto da 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 senatori scelti per 7 anni dal Presidente della Repubblica. Anche in questo caso, però,  bisognerebbe dare tempo al governo di mettere in piedi il nuovo ordinamento costituzionale, codificando le leggi e la nuova carta costituzionale ( lasso di tempo non affatto breve). Se teniamo conto che la naturale scadenza della legislatura è la primavera del 2018, circa 18 mesi, ci possiamo facilmente rendere conto che con ogni probabilità, aldilà dell’ esito del referendum, nel 2017 gli italiani non andranno a votare. Per ora resta sull’ uscio della porta il vento dell’ “ autunno caldo” in vista della consultazione referendaria , che di sicuro farà salire di non poco le tensioni politiche in tutto il Paese. Chi vincerà? La parola agli italiani.

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