menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay
la foto è di Vito Massagli

la foto è di Vito Massagli

Brindisi "colonizzata" perchè non ha cultura territoriale

Leggere l’articolo di Vittorio Bruno Stamerra pubblicato qualche giorno fa mi ha fatto tornare in mente alcune riflessioni sulla brindisinità che avevo affidato alla carta tempo addietro

Leggere l’articolo di Vittorio Bruno Stamerra pubblicato qualche giorno fa mi ha fatto tornare in mente alcune riflessioni sulla brindisinità che avevo affidato alla carta tempo addietro. Era il 2008. Quasi 10 anni fa. Fra le parole di Vittorio, che come poche altre hanno il potere di rimettere in moto il cervello, ho ritrovato cose rimaste nella penna e che ora provo a mettere insieme in questa mia riflessione, composta nel tempo, in giorni diversi e difficili ma anche in altri, tanti, fortunatamente più facili. Non è cambiato molto…

Penso di essere brindisina non solo per nascita ma anche per scelta esattamente da quando nel 1994 torno a casa, per restarci. Brindisi l’ho vissuta attraverso la mia famiglia, nei primi miei anni di vita, da studentessa universitaria, da lavoratrice e cittadina “attiva” o quantomeno consapevole poi. E dal piccolo del mio punto di vista mi permetto di dire a Vittorio che prima ancora che di una solida e competente classe politica e dirigente la nostra città avrebbe avuto e avrebbe bisogno urgente e disperato di una “cultura territoriale”.

Perché? Perché ogni risultato (buono o cattivo) è frutto di comportamenti; i comportamenti sono frutto della testa delle persone e delle caratteristiche condizionanti del contesto in cui vivono;  ed è la cultura che forma i comportamenti individuali e collettivi. La cultura di un territorio, in cui riconoscersi e a cui sentirsi appartenenti, è un insieme di identità, valori, conoscenze disponibili  e competenze possedute, a livello generale ed individuale. E’ l’eredità del passato ma anche la visione del futuro.

Gestire la cultura significa incidere sui comportamenti e quindi sui risultati che si possono raggiungere. Lavorare sulle cause. Altrimenti si è destinati costantemente a tamponare gli effetti dei comportamenti sbagliati, frutto a loro volta di una cultura sbagliata. Sbagliato, anche se quasi non lo si dice più,  è lo scarso rigore etico diffuso. Sbagliati sono i privilegi, il clientelismo, gli opportunisti e alcune volte la corruzione che ci hanno visto protagonisti in questi anni. 

E sbagliata è l’incoerenza nella scala delle priorità più volte messa su dalle classi dirigenti del nostro territorio. La salute è una priorità. L’istruzione è una priorità. Il lavoro è una priorità. Valorizzare le eccellenze e le potenzialità di un territorio è la priorità. La bellezza, anche di una città, è la priorità. Costruire percorsi virtuosi, a catena, dal perseguimento di questi obiettivi è una priorità.

Come sbagliato è parlare sempre e solo di diritti e mai di doveri; porre l’accento sempre e solo sulle responsabilità altrui anziché sulle proprie. Sbagliato è seguire sempre e solo il  rituale di parlare per indicare cosa altri dovrebbero fare o non hanno fatto anziché render conto del proprio operato, di ciò che non è stato fatto e perché, di ciò che ci si impegna a fare, come e quando, limitando i riferimenti ad altri solo a quanto strumentale per le proprie responsabilità.

Profondamente sbagliato e fuorviante è fare finta che non sia cambiato il mondo e che non sia cambiato il lavoro quale paradigma di ogni sviluppo economico. Il mondo oggi è complesso, globale e altamente competitivo, ed ogni territorio è mondo. Il cambiamento è costante, veloce e pervasivo. Il modello di lavoro è diverso, sono diversi i lavori e le competenze che questi lavori richiedono.

Lo sviluppo economico di un territorio è la somma di svariate e non sempre coerenti o lineari componenti. Una classe dirigente dovrebbe guidarci nella lettura di tale complessità e proporci “soluzioni” di armonizzazione di questi diversi componenti. Cos’è che non ha funzionato, cosa non funziona? Ci siamo lasciati colonizzare dallo straniero di turno, senza sviluppare una prospettiva autonoma ed endogena di sviluppo, una nostra cultura territoriale.

Ci ha fatto comodo credere alle realtà illusorie che altri hanno di volta in volta dipinto per noi, vendendoci la loro capacità di controllo come merce rara. Ci siamo messi uno contro l’altro (industria vs turismo, agricoltura vs servizi ecc. ecc.) quando per affrontare un mondo sempre più complesso e competitivo bisogna essere preparati, competenti, innovatori anche nell’individuazioni di soluzioni (che non possono che essere evidentemente che percorsi complessi) e soprattutto uniti.

Tocca a noi? ci siamo allontananti dalla cosa comune? Abbiamo perso il senso di appartenenza? Vero. Anzi di più. Non riconosciamo alcuna comunità, non quella abitata da capi popolo, “serial killer “ del protagonismo a tutti i costi, santoni e guaritori, re nudi e dame di corte; non quella priva di una qualche immagine di futuro.

Eppure ogni giorno ancora decidiamo di rimanere a Brindisi, sapendo di doverci confrontare e scontrare più e più volte con queste difficoltà, con questa amarezza,  con il senso latente di sconfitta. Non siamo pochi ma siamo scomodi ai più, a chi lavora contro una sana cultura del territorio. Non ci facciamo sentire abbastanza. Non siamo classe dirigente. Qualcun altro sta continuando a decidere per noi.

Ma un punto di partenza credo ci sia e che possa esser una brindisinità consapevole: Brindisi bisogna sceglierla e una volta scelta bisogna resisterle, non lasciarsi sopraffare dal senso di impotenza che ne invade le strade e dipinge i volti dei suoi abitanti. Con coraggio passione e determinazione. Provando a riscrivere ognuno nel proprio piccolo le priorità.


 

Argomenti
Condividi
In Evidenza
Ultime di Oggi
Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

BrindisiReport è in caricamento