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A cura di Blog Collettivo

Le proteste in Iran e gli interessi geopolitici degli Usa: un film già visto

Sui media nazionali ed internazionali viene dedicato ampio spazio a quello che sta accadendo in Iran in questi ultimi giorni. Il problema, tuttavia, è che, come, purtroppo, spesso accade con i Media commerciali, i video-ascoltatori vengono inondati di notizie, senza che venga fatta un’analisi seria

Sui media nazionali ed internazionali viene dedicato ampio spazio a quello che sta accadendo in Iran in questi ultimi giorni. Il problema, tuttavia, è che, come, purtroppo, spesso accade con i media commerciali, i video-ascoltatori vengono inondati di notizie, senza che venga fatta un’analisi seria su quali siano i motivi per cui certi fatti accadono.

Certo, specialmente per le televisioni commerciali, i tempi di trasmissione non sempre consentono questi approfondimenti nel corso dei videogiornali; ma, non sono nemmeno sicuro che questo sia il motivo del mancato approfondimento, credo, piuttosto, che, semplicemente, approfondire quali siano le ragioni per cui certi fatti accadono, interessi a pochissime persone e, pertanto, non vale la pena dedicarvi tempo e risorse.

Quella che si sta combattendo in Iran, in effetti, è una guerra che si sviluppa su più fronti e che vi vede impegnati molteplici attori, ognuno con differenti interessi personali e geo-strategici.

Il fronte interno

Il primo fronte della guerra è certamente interno. Ma, prima di addentrarci nella sua, seppur sommaria, analisi, dobbiamo capire come funzioni il governo dell’Iran. Dopo la caduta dello Scià di Persia, Mohammad Reza Palhavi, avvenuta nel 1979, in seguito ad una insurrezione popolare di milioni di iraniani, che portò al potere l’Ayatollah Khomeini e che avrebbe trasformato il Paese in una teocrazia integralista in cui le libertà individuali erano, se non soppresse, fortemente limitate, la legge in vigore divenne la legge coranica, la Sharia.

Sebbene in Iran vi siano un parlamento ed un presidente della Repubblica eletti dal popolo ed una magistratura indipendente, vi è, al di sopra dell’autorità civile, un’autorità ecclesiastica, l’Ayatollah, la Guida suprema del clero sciita, a cui spetta l’ultima parola sulle decisioni del Governo. 

Negli anni, negli ultimi anni in particolare,  da quando nel 2013 venne eletto presidente della Repubblica Hassan Rouhani (poi rieletto anche nel 2017), un moderato che, da subito cercò di risollevare l’economia del Paese, vessata dalle sanzioni internazionali e che ha sempre cercato di portare profondi cambiamenti alle relazioni dell'Iran con il resto del mondo, severamente compromesse dal suo predecessore conservatore e populista Ahmadinejad, soprattutto offrendo più trasparenza nel programma nucleare iraniano.

Su quest’ultimo punto, in particolare, nel 2015 è stato capace di negoziare con Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia (i 5 Paesi che hanno diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu) e Germania uno storico accordo sul nucleare iraniano che ha impegnato le Nazioni a sollevare le sanzioni di cui l’Iran era stato oggetto.

La crisi economica

Tuttavia, anche a causa del calo del prezzo del petrolio – principale fonte di entrate per l’Iran – questa apertura dell’Iran non è stata sufficiente a risollevare la disastrata economia del Paese, anche perché, l’America di Trump, ha mantenuto in vigore le sanzioni finanziarie contro l’Iran. Ciò ha fatto sì che la maggior parte delle banche sia rimasta diffidente nei confronti di denaro proveniente dall’Iran o di concedere prestiti alle sua aziende, pertanto, gran parte dei benefici economici promessi, non si sono mai realizzati.

Queste “aperture riformiste” nei confronti dell’Occidente, inoltre, non sono piaciute alla componente più conservatrice del Paese, che non ha mai gradito la vittoria alle presidenziali del 2013 di Rouhani su Ahmadinejad e che, prontamente, cavalca qualunque possibilità di mettere in cattiva luce – se non di ribaltare – il governo “moderato” in carica. L’Iran, inoltre, a causa della sua politica estera, connotata in chiave anti-israeliana ed anti-Usa, è fortemente inviso sia a Trump – che non perde occasione per criticare gli accordi con l’Iran del presidente Obama – che a Netanyahu, per il supporto che l’Iran offre agli Hezbollah libanesi.

La storia si ripete

Infine, in quanto casa madre dei Musulmani Sciiti, da circa 1400 anni è in guerra con i Musulmani Sunniti, il cui principale rappresentante e l’Arabia Saudita. Ed è attraverso questa lente di ingrandimento che devono essere letti i fatti di questi giorni in Iran. È una cosa che, nel recente passato abbiamo già visto almeno in tre occasioni, nel 2003 con l’Irak di Saddam Hussein, nel 2011 con la Libia di Gheddafi e nel 2013 con la Siria di Bashar al Assad.

Un modus operandi standardizzato che si ripete: prima si fomenta un moto popolare di protesta; poi si attendono la reazioni del Governo in carica, reazioni che generano vittime ed arresti; quindi si accusa il governo che ha reagito alle proteste interne, di essere anti-democratico; il passo successivo è quello di una risoluzione dell’Onu tesa a proteggere la popolazione minacciata; infine, forti del mandato Onu, si destabilizza il Paese o lo si invade, imponendogli un governo fantoccio (caso dell’Irak) o si lascia il paese nel caos più profondo (caso della Libia).

Le mire di Trump

Adesso, senza voler minimizzare le 23 vittime iraniane (tra cui un bambino ed un poliziotto), con quale faccia di bronzo il presidente Trump può scagliarsi contro il governo iraniano, lui che è a capo di un Paese, gli Usa, in cui la polizia ha ucciso 1.145 persone nel 2015 e 1093, nel 2016 (una media di oltre 3 vittime al giorno)?? È evidente che la democrazia, come spesso succede, non c’entri nulla – tanto più che il primo alleato degli Usa in Medioriente, l’Arabia Saudita, è una teocrazia assoluta in cui non esistono né partiti politici né un parlamento e nemmeno una costituzione; dove la sola autorità è il re e dove la sola legge è la Sharia islamica.

È chiaro come gli Usa, in questa partita cerchino di realizzare il classico “due piccioni, con una fava”, dove la fava è il sacrificabile Iran ed i due piccioni sono togliere l’unico vero antagonista della politica israeliana nell’area e pagare una “marchetta” all’Arabia Saudita che, non dimentichiamolo,  meno di un anno fa, ha acquistato armi dagli Usa per 110 miliardi di dollari. Adesso non rimane che chiederci quale sarà l’atteggiamento delle Nazioni dell’Unione Europea in questa contesa: saranno, come quasi sempre hanno fatto, osservatrici attente a non dispiacere “l’alleato” d’oltreoceano oppure, questa volta l’Ue prenderà posizioni più ferme??

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