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Il caso Regeni e i panni sporchi dei servizi segreti egiziani

Sono passati ormai otto mesi dalla morte del ricercatore italiano Giulio Regeni, ucciso in Egitto lo scorso mese di gennaio. Un omicidio su cui le autorità egiziane non hanno ancora fatto chiarezza. Tutta l’Italia e i genitori di Giulio hanno atteso invano

Sono passati ormai otto mesi dalla morte del ricercatore italiano Giulio Regeni, ucciso in Egitto lo scorso mese di gennaio. Un omicidio su cui le autorità egiziane non hanno ancora fatto chiarezza. Tutta l’Italia e i genitori di Giulio hanno atteso invano l’arrivo di une verità che, ormai, sembra ancora lontana dall’ essere ben definita. Di sicuro le versioni dell’ accaduto, tutte differenti e discordanti tra loro, che ci sono state rifilate dalle autorità egiziane in tutti questi mesi hanno fatto comprendere bene, in maniera lapalissiana, che l’Egitto ha la coscienza sporca su quanto accaduto in questo orrendo omicidio.

Non dimentichiamo che, come giustamente ha detto recentemente la madre di Giulio, il suo corpo è stato usato “come una lavagna” perché qualcuno ha disegnato, addirittura, delle lettere sul suo petto. Regeni è stato barbaramente seviziato e torturato prima di essere ucciso dai suo aguzzini. Che quelle lettere fossero, quindi, un messaggio a “qualcuno”? La verità sul perché il regime di Al Sisi resta in assoluto silenzio sui fatti è da ricercare anche nella faida che è in atto, da anni, nei servizi di sicurezza egiziani.

Da sempre nella terra dei Faraoni non vi è stato mai “buon sangue” tra la polizia ordinaria, controllata dalla National Security, ed i servizi di intelligence, il famigerato Mukabarat. Arrivare ad occupare un posto nei servizi segreti è stata sempre una delle grandi ambizioni di chi, invece, è arruolato nella polizia ordinaria. Non solo per il prestigio che questo comporta (chi lavora nel Mukabarat è vicino non solo al presidente ma anche al cuore del potere egiziano), ma anche perché i poliziotti ordinari sono letteralmente sottopagati. Basta pensare che un agente semplice riceve uno stipendio pari a circa 18 euro al mese, nulla a che vedere con le retribuzioni dorate che ricevono gli agenti del Mukabarat.

E’ quindi molto probabile che chi aveva arrestato Giulio, convinto di aver intrappolato non un giovane ricercatore ma chissà quale occulta spia internazionale, fosse convinto di poter sfruttare la situazione a suo favore. Ma forse, dopo, gli è scoppiata la bomba tra le mani, dato che Giulio non era al servizio di nessun servizio segreto straniero. Un errore che qualcuno, forse, non ha perdonato a lui ed è poi costato la vita al giovane italiano.

Insomma, mettere a nudo la verità significherebbe mettere in evidenza i panni sporchi dell’organizzazione interna ai servizi di sicurezza nazionali dell’ Egitto. Cosa che il generale Al Sisi non si può, in alcun modo, assolutamente permettere. Una verità che in una nazione che da oltre 60 anni è stata da sempre nella mani dei militari (da Nasser sino a Mubarak per arrivare oggi ad Al Sisi, tranne la beve parentesi di Morsi) è totalmente inconfessabile. Cosa è successo davvero a Giulio Regeni? Chissà se davvero lo sapremo mai.

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