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L’iniziativa francese sulla Libia: uno schiaffo o uno stimolo per l’Italia (e per la Ue)?

L’iniziativa di Macron di riunire in un vertice alle porte di Parigi i due leaders libici più accreditati, Fayez al Serray e Khalifa Haftar, allo scopo di “riavviare il processo di pacificazione della Libia, non poteva che generare uno strascico di polemiche che hanno coinvolto il nostro Paese

L’iniziativa di Macron di riunire in un vertice alle porte di Parigi i due leaders libici più accreditati, Fayez al Serray e Khalifa Haftar, allo scopo di “riavviare il processo di pacificazione della Libia, non poteva che generare uno strascico di polemiche che hanno coinvolto il nostro Paese. L’Italia, infatti, è stata prima sorpresa e poi irritata dall’iniziativa di Macron che, in qualche modo si è configurata come un affronto agli (pochi e timidi) sforzi fatti dai nostri Governi degli ultimi anni.

Prima di addentrarci nello specifico, tuttavia, non si può comprendere (e giudicare) una problematica, senza analizzarne – seppur sommariamente – le cause geo-strategiche, politiche ed economiche, che hanno determinato il suo insorgere. Per la Libia, le cause dell’attuale caos, sono state, essenzialmente, economiche.

L’Italia, infatti, o, per meglio dire, l’Eni – il nostro Ente Nazionale Idrocarburi fondato dal compianto Enrico Mattei – si era assicurato l’esclusiva sui pozzi petroliferi della Tripolitania, cosa questa, che si scontrava con gli interessi delle grosse Compagnie petrolifere britanniche e francesi.

Pertanto, quando nel febbraio 2011 sulla scorta dell’effetto domino delle primavere arabe negli altri Paesi del Maghreb, aiutata dalla cronica frammentazione tribale del Paese e dagli interessi occidentali, anche in Libia scoppiò una guerra civile; cosa che fu vista con favore soprattutto dall’allora Presidente francese Nicolas Sarkozy, ben presto, le forze ribelli di opposizione acquisirono il controllo delle città orientali del paese e di grossi centri della Tripolitania. Gheddafi reagì violentemente impiegando le sue Forze Governative e questo divenne il casus belli che l’occidente attendeva.

Ue e gli Stati Uniti, inizialmente, applicarono delle sanzioni economiche contro la Libia e contro gli interessi all'estero dello stesso Gheddafi e della sua famiglia, quindi, esercitarono forti pressioni sul Consiglio di Sicurezza dell'Onu, per l'apertura di un fronte di guerra a sostegno dei ribelli libici e per spodestare Gheddafi.

Il 19 marzo 2011, a seguito della Risoluzione Onu 1973, iniziava l’intervento militare in Libia, ufficialmente per tutelare l'incolumità della popolazione civile dai combattimenti tra le forze lealiste a Muhammar Gheddafi e le forze ribelli; in realtà, come detto in precedenza, almeno Francia e Gran Bretagna, non andavano in Libia a bombardare Gheddafi ma, in maniera indiretta, a bombardare il nostro Eni. La cosa più folle fu che il Governo italiano, in nome dell’appartenenza all’alleanza occidentale ed alla Nato, li aiutò.

Il regime di Gheddafi cadde, il Rais venne trucidato e la Libia cadde in preda al caos ed all’ingovernabilità essendo, le fazioni ribelli, incapaci di giungere ad un accordo per il governo della Libia.

Le varie fazioni, milizie e tribù, infatti, si divisero il territorio libico che diventò un vero mosaico al cui interno, oggi, si possono contare, due Parlamenti, due Governi, 120 Tribù e 230 Milizie armate, senza contare l’Isis e la malavita organizzata.

A febbraio del 2016, sotto l’egida delle Nazioni Unite, i vari rappresentati delle fazioni si sono riuniti a Skyrat, in Marocco per tentare di dare vita ad un Governo di Unità Nazionale. In larga teoria vi è stato un accordo che, sotto la guida del supposto nuovo Premier libico, Fayez al Sarraj, ha dato vita ad un Governo di Unità Nazionale.

Tuttavia, il Governo al Sarraj, sebbene sia sostenuto dalla comunità internazionale, non ha mai ricevuto la fiducia dei Parlamenti di Tripoli e di Tobruch e le conseguenze di ciò si traducono nell’ingovernabilità del Paese, come tutte le timide e fallimentari iniziative dei vari Governi italiani, per riportare la stabilità nel Paese, hanno dimostrato.

La Libia è divisa. A Tobruk, nell’est del paese, si riunisce il Parlamento, formato dai rappresentanti che hanno vinto le elezioni nel 2014, che riconosce, quale leader, il Generale Haftar, il Comandante dell’Esercito Nazionale Libico (Nla).

A Tripoli, invece, il precedente Parlamento (Congresso di Tripli), in cui vi era una forte presenza dei Fratelli Musulmani e che era appoggiato dai miliziani islamici della coalizione Alba libica, nel 2016 si scioglie e confluisce nel “Governo Nazionale” di al Serraj. Di questa confusione, inoltre, si giovano sia l’Isis - che presente nel Paese controlla, più o meno indisturbata,  una parte del territorio libico – che le varie Organizzazioni Criminali dedite al traffico dei migranti.

Venendo ai fatti di questa settimana – causa l’inefficacia delle iniziative degli ultimi Governi italiani nella riappacificazione e stabilizzazione della Libia – il neo Presidente francese Macron, sorprendendo tutti, ha convocato un incontro, a Parigi, con i due principali leaders libici – al Serraj e Haftar – e con il delegato dell’Onu, Ghassan Salamé . Questa mossa – che oltre ad irritare il Governo italiano, ha sorpreso, come accennato, anche i Governi Ue – era, tuttavia, necessaria e merita il sostegno di tutti, ancorché fatta per interessi economici e non umanitari  (la Total francese ha i suoi maggiori impianti in Cirenaica, controllata da Haftar). Soprattutto merita il sostegno dell’Italia, in quanto siamo noi, certamente, i più penalizzati (in termini della tratta dei migranti) da una Libia non retta da un Governo stabile ed autorevole, in grado di controllarne il territorio e le coste.

Come ci rammenta Suad Sbai, giornalista e politica italiana di origine marocchina, “I dittatori erano funzionali alla stabilità del Medio Oriente ed avevano rapporti consolidati con l’Europa”.

L’incontro di martedì sembrerebbe – il condizionale, data la situazione ed i precedenti incontri, è d’obbligo – aver avuto esiti positivi. I due leaders libici, infatti, sotto la supervisione del delegato delle Nu, avrebbero raggiunto un impegno per un “cessate il fuoco” ed ad astenersi da “qualsiasi uso della forza armata, per scopi diversi dalla lotta al terrorismo” e per la convocazione di elezioni politiche la prossima primavera, nel marzo 2018. La sfida sarebbe quella di costruire uno “Stato capace di rispondere ai bisogni fondamentali dei libici, dotato di un Esercito regolare unificato sotto l’autorità del potere civile”.  

Pur non essendo pessimisti, tuttavia, prima di gioire dovremmo aspettare che i fatti seguano alle dichiarazioni di intenti in quanto, già in passato, molti accordi tra le varie fazioni libiche, si sono rivelati “scritti sulla sabbia”. Non bisogna nascondere, infatti, che pesano sulla Libia, enormi interessi economici dell’Occidente ed anche, che sul suo territorio si combatte una guerra tutta interna all’Islam, come, la recente spaccatura tra Arabia Saudita ed il Qatar, ha messo in evidenza e che l’Occidente sembra rifiutarsi di vedere.   

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