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Isis: l'analisi dei video del terrore

Video ben curati, con sofisticati effetti speciali. Audio ben strutturato e coniugato con un altissima qualità nelle definizioni delle immagini. Il tutto confezionato con dei software all’ avanguardia. No, non stiamo parlando dell’ultimo capolavoro cinematografico della Warner Bros

Video ben curati, con sofisticati effetti speciali. Audio ben strutturato e coniugato con un altissima qualità nelle definizioni delle immagini. Il tutto confezionato con dei software all’ avanguardia. No, non stiamo parlando dell’ultimo capolavoro cinematografico della Warner Bros. Queste poche righe servono per rendere bene l’idea di come i filmati divulgati dall’ Isis siano prodotti da veri professionisti informatici, esperti di propaganda ai massimi livelli.

Sono passati ormai tre anni da quando venne divulgato in rete il video della decapitazione del giornalista americano James Foley. Quelle orrende sequenze dense di terrore e di morte fecero il giro del globo ed ottennero l’effetto mediatico che l’Isis voleva ottenere: inorridire il mondo. “Jihadi John”, il boia, l’uomo nero con il viso coperto, divenne presto l’emblema ed il simbolo indiscusso della violenza incarnata dalla fazione terroristica di Al Baghdadi. Da allora di video cosi terribili ne sono stati concepiti e diffusi molti altri ma, per ovvie ragioni non solo deontologiche ma anche di chiarissima opportunità, i media occidentali hanno deciso di non darne più notizia.

Eppure, sino a pochi mesi fa, era ancora possibile reperire questi filmati su internet, su un sito che ha da poco deciso di non pubblicarli più. Nonostante questo, soprattutto per le “volpi” del web, è ancora possibile trovare questo materiale, sparso qua e la per la rete. Ma come vengono elaborati esattamente questi prodotti? La cura, quasi maniacale, nel loro assemblaggio è lampante subito dopo i primi secondi di visione.

Innanzitutto viene indicato il luogo dove esso viene girato. Inutile sottolineare che la maggior parte di essi provengono da Raqqa e Mosul, ma ve ne sono tanti altri che sono stati creati in Afghanistan, Indonesia, Tunisia, Libia ed Egitto. Quello che riesce a coinvolgere maggiormente lo spettatore, in maniera alquanto inquietante, è la musica di sottofondo. Flebili voci maschili che inneggiano alla “jihad” ed alla “lotta agli infedeli” per proteggere la “terra dell’Islam” nel nome del “messaggio di Dio”. Il tutto condito con una cantilena che potrebbe essere scambiata come la recita di una sorta di rosario.  

Poi si inizia con le vittime, rigorosamente vestite con una tuta arancione, le stesse usate dagli americani per vestire i prigionieri del carcere iracheno di Abu Ghraib che furono atrocemente torturati. Torture e tormenti che vennero impresse in alcune foto che vennero viste dal mondo intero.  Non è affatto un caso che le vittime siamo vestite in quel modo, perché Abu Mas Al Zarqawi, il fondatore della fazione islamista Tawhid Wal Jihad (la stessa che ha generato poi l’Isis) ha fatto della vendetta per quelle torture uno dei capisaldi della propria ideologia fondamentalista.

I malcapitati hanno le mani legate, anche se a volte vengono ripresi a mani libere mentre sono seduti su una sedia o appoggiati ad un piccolo tavolino. E sono poi costretti ad ammettere le proprie colpe, quasi come in un rito di assoluzione per i carnefici, che hanno cosi la coscienza pulita nel condannare a morte un “reo-confesso”. E alla fine abbiamo l’esecuzione, dove le barbare uccisioni vengono compiute mediate decapitazioni, colpi di pistola alla testa, annegamenti e con ogni altra sorta di macabra crudeltà.

Non può mancare quasi mai nell’ angolo a destra il simbolo di Amaq, l’agenzia di stampa ufficiale dell’Isis. Per tutto il 2015 ed il 2016 di questi terrificanti video ne sono stati prodotti a bizzeffe, ma se si guardano bene le date è possibile capire che nel 2017 vi è stata una notevole flessione nella loro generazione. Segno tangibile che l’Isis è ora in difficoltà, sta perdendo fette considerevoli di territorio ed ha quindi notevoli problemi nel gestire la sua macchina della propaganda.

Ma bisogna fare attenzione. L’abominio compiuto in quelle immagini resta ancora il segno tangibile dell’odio profondo con cui i “miliziani neri” sono stati nutriti sino ad oggi. Un odio cieco, becero ed incontrollato, fondato su un interpretazione distorta della religione islamica, che può colpire ovunque e chiunque.  Un odio che ha reso loro non dei “fedeli a Dio”, ma solo delle belve criminali.

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