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Perchè non affiderei mai a Matteo Renzi la riforma della Costituzione

Sono ragioni di forma, che diventano poi di solida sostanza, quelle che mi porteranno il 4 dicembre prossimo a scegliere il No al referendum sulle riforme costituzionali volute dal governo di Matteo Renzi

Sono ragioni di forma, che diventano poi di solida sostanza, quelle che mi porteranno il 4 dicembre prossimo a scegliere il No al referendum sulle riforme costituzionali volute dal governo di Matteo Renzi. Un eccesso di decisionismo, quello del presidente del Consiglio, degno di miglior causa, non certamente quella della riforma delle regole dello stare insieme. D’altra parte lo confermano unanimemente tutti i sondaggi di opinione: la riforma della Costituzione è l’ultima cosa che assilla gli italiani. Sono ben altri i provvedimenti che la politica dovrebbe adottare per far uscire il Paese dal pantano.

Buona regola della politica, ma anche del buon senso, avrebbe voluto che quando si tratta di leggi costituzionali, quelle cioè che tengono insieme un popolo e regolano la vita di tutti, a prescindere dalle ideologie, dai credi religiosi, e oggi dobbiamo dire anche dal colore della pelle, perché siamo già un paese multirazziale, ci deve essere l’accordo di tutti, o almeno della maggior parte degli interlocutori. Invece Renzi ha voluto fare tutto da solo, attribuendo alle modifiche della Costituzione un carico di drammaticità da ultima spiaggia sul futuro del nostro Paese, come se una loro bocciatura rappresenti un disastro.

Sia chiaro invece, come fu all’epoca del referendum sul divorzio  o sulla scala mobile, se vince il No non succede niente, al massimo Renzi, visto che non è parlamentare, torna al lavoro nelle aziende del padre, se vince il Sì, invece, di cose ne accadranno, e pure tante e gravi. Visto che la proposta Renzi-Boschi, scritta con i piedi ed in politichese, riforma ben 47 articoli della Costituzione a cominciare dal colpo mortale inferto alle autonomie locali, creando le condizioni per un contenzioso senza limiti tra Stato ed enti locali.

Se passasse il referendum del 4 dicembre, altro che opposizione avremmo potuto fare al rigassificatore che gli inglesi volevano costruire sotto il culo dei brindisini! Renzi dopo il disimpegno di Berlusconi per la rottura del “Patto del Nazareno”, avrebbe dovuto fermarsi e cercare un consenso più ampio in Parlamento, tanto più che –come abbiamo già detto- la riforma della Costituzione non è al primo posto dei problemi che assillano il Paese.

Invece ha voluto andare avanti militarizzando il suo partito (è arrivato persino a far dimettere insieme 11 commissari del Pd della Commissione costituzionale che avevano osato avere dubbi) e spaccandolo. Con il risultato di far convincere buona parte dell’opinione pubblica che tutto questo casino, questa drammatica divisione del Paese, è solo l’effetto delle spaccature interne al suo partito.

E poi è innaturale che sia un governo a proporre (e imporre, con i voti di fiducia) le regole costituzionali. Significa che c’è qualche retro pensiero. Che l’idea di un  governo forte, di tipo oligarchico, dentro un sistema parlamentare sta nelle menti di qualcuno che non ha il coraggio di uscire manifestamente allo scoperto proponendo una repubblica presidenziale. No, i governi devono solo proporre leggi ordinarie, anche leggi elettorali, ma mai in “combinato composto” con leggi costituzionali, come sta tentando di fare Matteo Renzi.

Un’arma, se gestita dissennatamente, ad alto rischio per la nostra democrazia. Senza che l’accostamento suoni offensivo per il valore della posta in palio, sarebbe come se la Juventus, dominatrice incontrastata del campionato di calcio, imponesse da sola o con l’avallo dei suoi soli tifosi le nuove regole di gioco. Il sospetto che voglia vincere sempre lei diventa certezza. Senza considerare che, mentre in tutte le democrazie occidentali di più antica e solida tradizione, le Costituzioni durano da sempre (al limite se ne aggiorna l’interpretazione adeguandola ai tempi), in Italia sarebbe un solo partito, accreditato appena intorno al 30%, si arroga il diritto di farlo.

Con la certezza che arroganza chiama arroganza: un prossimo governo (magari dietro l’angolo), forte di un’altra semplice maggioranza parlamentare, faccia la stessa cosa, proponendo la sua costituzione. Così la Costituzione cambia ad ogni cambio di maggioranza. Quant’è vicino il Sud America degli anni ’70! E poi del Matteo Renzi dello “statti sereno” ad Enrico Letta, degli annunci e delle promesse solenni in questi due anni e passa di governo sulla certezza che saremmo usciti dalla crisi, il Paese è oggettivamente stanco.

A dircelo non solo soltanto i sondaggi di Pagnoncelli, ma soprattutto le cifre drammatiche sull’occupazione, quella giovanile in particolare, sulla sbandierata “buona scuola” che non solo crolla a pezzi priva di manutenzione, ma che invece è solo un girone dantesco. Senza parlare dell’emigrazione all’estero che sta raggiungendo le caratteristiche di un autentico esodo di massa. Soltanto che una volta i nostri emigranti se ne andavano con le valigie di cartone, ora se ne vanno con i cervelli arricchiti da una formazione che si sono fatta nelle università a nostro carico.

E cosa fa invece Renzi? Pensa al ponte sullo stretto di Messina, alle magagne elettorali con gli 80 euro e le mance ai pensionati, utili solo ad assicurarsi consenso a buon mercato. A Brindisi diremmo che Renzi è a metà strada tra un “venditore di percalla” e un padellaro (non suoni offesa per una categoria che per anni ha dato di che campare a tanti brindisini, anzi). Ad uno così si può affidare la stesura della legge fondamentale dello Stato? Il No quindi diventa –ed è stato lo stesso Renzi a crearne le condizioni- una chiara espressione di volontà politica.   

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