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La forza per ribellarsi alle violenze c'è in ogni donna, basta ascoltarla

Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Questa data è stata scelta nel 1999 dall’Assemblea Generale della Nazioni Unite

Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Questa data è stata scelta nel 1999 dall’Assemblea Generale della Nazioni Unite per rievocare il giorno in cui, nell'anno 1981, un gruppo di attiviste si riunì nella difficile e pericolosa Bogotà, per commemorare l’assassinio delle sorelle Mirabal. Il delitto avvenne nel 1960, al fine di contrastare l’impegno rivoluzionario delle tre sorelle contro il regime di Rafael Leónidas Trujillo, dittatore che funestò la storia della Repubblica Dominicana per molti decenni.

Anche se le gesta coraggiose delle sorelle Mirabal possono sembrare lontane dalla nostra quiete civile, in realtà il tema della violenza contro le donne è estremamente attuale nella nostra cultura, nonostante molti passi avanti siano stati compiuti negli ultimi decenni.
I dati rivelano che più del 30% delle donne italiane, circa 7 milioni tra i 16 e i 70 anni, ha subito violenza fisica e/o sessuale in contesti perlopiù domestici.  Ulteriori dati suggeriscono, inoltre, che lo stupro è attuato dai conoscenti della vittima, piuttosto che da sconosciuti, il che ha forti rilevanze di natura culturale, a discapito delle teorie pulsionali. 

Ciò che è certo è che le donne che si imbattono in episodi di violenza, fisica e psicologica, ben presto perdono l’idea sana che una persona può provare di sé stessa. Il rapporto affettivo non è più quel luogo sicuro nel quale rifugiarsi nei momenti difficili, ma diventa la prigione da cui non si può fuggire, dove le sbarre non sono fisiche ma mentali, costituite da minacce e soprusi.

Nella pratica psicoterapica non è raro vedere il completo capovolgimento di prospettive: i diritti scontati tramutano in concessioni eccezionali dati dal partner ed il danno fisico o psicologico diviene il mezzo di comunicazione principale. Alla domanda: “Perché decidi di tollerare tutto ciò?”, le vittime spesso forniscono risposte che meritano grande sensibilità e comprensione, seppur prive di ogni fondamento logico.

Alcune volte si decide di andare incontro ad una vita segnata dalla violenza pur di mantenere l’identità della “famiglia” o per tutelare i figli, non comprendendo che dei figli sani difficilmente possono maturare in contesti familiari con una figura paterna così deviante. Infatti, la violenza è un comportamento che si apprende soprattutto da bambini, quando non si possiedono gli strumenti cognitivi per resistere allo sbaglio, e ciò che si osserva diventa un modello di comportamento che si ripresenterà probabilmente anche da adulti. 

Altre donne confidano in un cambiamento, falsamente promesso, che in realtà non avverrà e la speranza, unita al desiderio di condurre una vita normale, lentamente lascerà il posto alla rassegnazione e al diniego della propria dignità. Non tutte le donne hanno la forza di denunciare, la personalità gioca un ruolo fondamentale nell’accettazione delle condotte violente, ma è anche vero che il partner deviante inizialmente non è così riconoscibile ed è, quindi, facilmente avvicinabile da chiunque. 

In principio il rapporto è gratificante, positivo, ci sono attenzioni e momenti piacevoli. Solo successivamente il sistema si irrigidisce, si isola dal mondo esterno e la violenza, fisica e psicologica, diviene una stabile dinamica relazionale che si accetta quasi inconsciamente. Per fuggire da una condanna già scritta è necessario sapere a cosa si andrà incontro, senza alcuna costruzione d’illusione: la forza per dire a sé stessi che è necessario sollevarsi, cambiare e chiedere aiuto è sempre viva. Basta avere il coraggio di ascoltarla. 

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