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A cura di Blog Collettivo

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Borghi del Sud: perchè non siamo felici, e neppure più tanto belli

Non c'è neppure un comune del Sud tra i 176 "Borghi più felici d'Italia" individuati dal Centro studi Sintesi sulla base di un calcolo che tiene conto dei servizi, dell'ambiente e dell'economia. L'esito del nuovo rilevamento della qualità della vita nella provincia italiana è stato pubblicato ieri dal Il Sole 24 Ore, ed è spietato

Non c’è neppure un comune del Sud tra i 176 “Borghi più felici d’Italia” individuati dal Centro studi Sintesi sulla base di un calcolo che tiene conto dei servizi, dell’ambiente e dell’economia. L’esito del nuovo rilevamento della qualità della vita nella provincia italiana è stato pubblicato ieri dal Il Sole 24 Ore, ed è spietato nel raffronto, implicito, non solo tra il grado di benessere tra il Nord del Paese ed il Mezzogiorno, ma tra due livelli medi molto distanti di gestione delle amministrazioni locali, e quindi di capacità, cultura e dedizione al compito di chi si propone alla guida delle proprie comunità.

A volte, nei confronti periodici con gli editori di questo giornale, si discute della necessità di porre maggiormente in evidenza gli aspetti positivi prodotti dal lavoro, dalla ricerca, dalla scuola, dall’impresa nel nostro territorio. Io penso che questo sforzo – per quanto ci riguarda - si stia facendo, ma anche che ciò si possa fare certamente meglio e quindi ben vengano le sollecitazioni dirette al sottoscritto e alla redazione che dirigo. Ma non possiamo, nel contempo, mollare di un solo centimetro l’azione di osservazione e di critica nei confronti della classe politica, della gestione degli enti pubblici, dei problemi ambientali, della tutela del bene comune.

Mentre in quei 176 comuni, che sono la crème della crème di aree certamente colpite dalla crisi ma dotate di livelli di qualità della vita mediamente molto più alti dei nostri, le amministrazioni locali sono il motore del benessere e del welfare, producendo servizi efficienti, informazione, accompagnamento alle imprese e ai cittadini, trasformando i beni ambientali e culturali in fatturato costantemente in crescita, qui capita di ascoltare o leggere teorie sconcertanti sugli effetti della sagra dell’anguria sulla promozione dell’immagine della città e sulla crescita delle presenze turistiche.

Il punto è che dal confronto sociale e politico sono stati rimossi alcuni concetti e punti di riferimento: la verifica dei risultati delle azioni politiche e amministrative, ma anche di quelle private, delle associazioni e degli enti economici; i dati reali dell’economia e del mercato del lavoro; lo stato effettivo della popolazione (livelli culturali, salute, bisogni). Senza l’obbligo di ancorare al rigore della realtà ciò che si dichiara, si crea un sistema in cui si può proclamare il successo della propria azione amministrativa senza produrre numeri che lo dimostrino; oppure dichiarare grandi risultati di gestione di enti ma senza fornirne i dati reali; o anche dichiarare il successo di una manifestazione senza mostrarne bilanci e fatturati.

Ci muoviamo in un mondo di finzioni che vive in maniera parassitaria grazie al fatto che a sostenere gli equilibri vitali del territorio provvedono grandi gruppi industriali, i quali però impongono costi ambientali e gestioni dei rapporti con le imprese locali a volte vessatori (lo dicono da tempo i sindacati), e grazie alle nuove dinamiche di settori produttivi avanzati, al lavoro di imprese che hanno scelto di aderirvi, agli investimenti di alcuni operatori turistici, all’intraprendenza di alcuni dirigenti scolastici, e persino al successo di alcuni protagonisti del mondo dello sport.

Ecco perché un territorio che secondo alcuni giornali avrebbe tutto il necessario per aspirare all’immortalità turistica (sole, vento, mare, pizzica, eccetera) è invece lontano molte leghe dalla classifica dei “Borghi più felici d’Italia”. I Piani urbanisti bloccati da resistenze, interessi particolaristici e trabocchetti, sono l’emblema dei freni posti dalla cattiva politica. Come si può qualificare il senso civico di chi si è reso responsabile di tutto ciò negli anni?

Non basta essere belli, bisogna essere anche bravi, efficienti, ecologicamente avanzati, avere uffici e servizi pubblici che funzionano, azzerare la litigiosità di parte e trasformarla in lavoro per le comunità. Bisogna essere anche felici, dice lo studio di Sintesi. Ma c’è ancora un punto di partenza possibile? Certo, l’Europa, la nuova programmazione comunitaria, le risorse per le regioni del Programma obiettivo, le unioni tra Comuni. Penso che da qui al 2020 per il Sud squilli già la campanella dell’ultimo giro. Bisogna arrivare sino in fondo: poi gli alibi saranno davvero finiti.

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