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Colite: solo predisposizione?

L’amore fa battere il cuore. La paura fa tremare. L’ansia fa sudare. Questi esempi mostrano come corpo, emozioni e pensieri siano strettamente legati tra loro

L’amore fa battere il cuore. La paura fa tremare. L’ansia fa sudare. Questi esempi mostrano come corpo, emozioni e pensieri siano strettamente legati tra loro.  I disturbi psicosomatici, che si manifestano in sintomi fisici, suggeriscono l’esistenza di una difficoltà organica, non riconducibile a una condizione medica generale, a effetti di una sostanza, o ad altro disturbo mentale. Stress, ansia, paura solitamente attivano il sistema nervoso autonomo, che a sua volta risponde con reazioni vegetative attraverso nausea, dissenteria, colite, gastrite, intolleranza ai cibi (apparato gastrointestinale); aritmia, ipertensione, tachicardia (apparato cardiocircolatorio); cefalea, crampi, torcicollo, artrite (apparato muscolare). 

In particolare i segnali di un sospetto di colite, disturbo psicosomatico per eccellenza, in fase acuta sono gonfiore e dolore addominale con crampi, alitosi, dissenteria alternata a stitichezza, cefalea, digestione lenta.  Tendenza all’ansia, forti stress, poca flessibilità, “mania” del controllo sono fattori predisponenti che rendono terreno fertile per la manifestazione di disfunzioni a carico del tubo digerente. La colite è una vera e propria spia di modi d’essere non ascoltati che si esprimono in una parte centrale dell’organismo: la pancia. È qui, infatti, che vengono “pensate” le emozioni viscerali, è qui che decidiamo se viverle o no. La colite segnala che non le stiamo vivendo nel modo giusto e l’addome è rigido. 

Davanti ad evento che accade la svalutazione si sé e degli altri (distorsione cognitiva), una risposta emotiva intensa (distress emozionale) porta a disturbi psicosomatici e comportamenti disadattivi. La nostra propensione delle relazioni sociali è funzionale alla nostra necessità di regolare, attraverso gli scambi e il contatto, i nostri parametri fisici e psicologici. Le interazioni quindi ci forniscono intimità, affetti positivi e sicurezza svolgendo una funzione emotiva e di regolazione del nostro sistema fisico mediato attraverso le risposte vagali.

Se però le relazioni sociali diventano fonte di stress si attiva il sistema di attacco/fuga e le emozioni negative attivano una reazione di allarme. Così il nervo vago che parte dal tronco encefalico e si porta verso il basso del torace e nell’addome, stimolando la produzione dell’acido gastrico e regolando i movimenti compiuti nello stomaco e nell’intestino durante la digestione, s’infiamma. Ecco che compaiono nausea, acidità di stomaco, vertigini, giramenti di testa, vomito, dolore al collo. 

Può aiutare una dieta leggera senza alimenti acidi, insaccati, raffinati e bevande gasate, insieme a esercizi di rilassamento: tocchi delicati sciolgono la tensione e la paura trattenuta, favorendo la respirazione diaframmatica e ripristinando in modo naturale le normali funzioni intestinali. 

Sembra che la colite non sia generata solo da una predisposizione genetica (fattore predisponente), quanto anche e non secondario il modo di porci alle situazioni e ragionare su di esse (metacognizione) attivando modelli alternativi di pensiero più funzionali. In tal modo si stimola la convinzione che le situazioni possono essere modificate grazie all’ausilio di strategie adeguate, di maggiore impegno, di controllo delle azioni. Strategie di coping attivo ad esempio sono controllo emotivo (pensiero positivo) e sul problema (assumere una decisione e intraprendere un’azione diretta); coping di fuga invece riguardano sforzi cognitivi per sopprimere i pensieri sulla situazione stressante (aumento ansia). 

Lavorare sul proprio funzionamento cognitivo ed emotivo generale, per esempio sui processi di attribuzione di causa, sulle strategie di coping, sulle convinzioni circa le capacità personali, sul controllo degli eventi, sui processi di regolazione delle emozioni, sul problem-solving (ricerca delle alternative) può aiutare ad alleggerire il carico emotivo a discapito dell’apparato digerente. Non è infatti ciò che ci accade, ma cosa ne facciamo dell’evento e quanto lo assorbiamo; quanto riteniamo che la risoluzione o l’insuccesso dipenda solo dalle nostre capacità o colpe. Non siamo onnipotenti!

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