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Tempo di esami di maturità: cos'è l'ansia e come superarla

Mani sudate. Cuore in gola. Pugni stretti. Notti insonni. Viso fermo, impaurito. Sembra questa l‘immagine di uno studente alle prese con gli esami di fine ciclo scolastico. La prima prova è italiano, uguale per tutti; seconda e terza cambia in base alla scuola. Infine l’orale. Potremo pensare ad una esecuzione, una partita al tirassegno, ai birilli del bowling

Mani sudate. Cuore in gola. Pugni stretti. Notti insonni. Viso fermo, impaurito. Sembra questa l‘immagine di uno studente alle prese con gli esami di fine ciclo scolastico. La prima prova è italiano, uguale per tutti; seconda e terza cambia in base alla scuola. Infine l’orale. Potremo pensare ad una esecuzione, una partita al tirassegno, ai birilli del bowling. Uno dopo l’altro vengono fatti fuori prima gli scritti e poi gli orali. E l’ansia non si placa nel frattempo. Uno dopo l’altro gli alunni si presentano alla commissione: sembra la resa dei conti. L’ansia cresce quanto più si avvicina l’ora x.

Quando ci troviamo ad affrontare un fattore di stress, il corpo rilascia un ormone che fa battere più velocemente il cuore per fornire ai muscoli ossigeno, aumenta la pressione sanguigna e il corpo suda per prevenire il surriscaldamento dovuto all’aumento del metabolismo. Questo evolutivamente è vantaggio perché ci tiene in una condizione di allarme in caso di fuga, ma non lo è se si tratta di un esame, in questo caso il panico può creare un vuoto di memoria, mettendo a rischio l’esito dell’esame a cui magari ci si è preparati faticosamente.

Se da una parte l’ansia ci aiuta a stare allerta e trovare strategie per prepararci impeccabilmente, dall’altro può in realtà nuocere all’esame stesso e noi. Sembra che gli adolescenti soffrono di stress da esame per quattro motivi: le conseguenze connesse con l’esito della prova; l’autostima connessa alla prestazione (voti più alti uguale maggiore autostima); giudizi da parte di amici e genitori; paura di deludere gli insegnanti (M. Denscombe). Sembra che il fallimento di scopi esterni diventi fallimento di scopi interni: se va male l’esame (scopo reale esterno) non sono un buon perseguitore di scopi (scopo su di sé).

Tutto questo appare regolato dallo scopo di essere felici. Questi traguardi sembrano agire come moltiplicatori degli effetti emotivi del raggiungimento o del fallimento di uno scopo. Si gioisce (o si è tristi) prima per il risultato, poi per essere stati bravi (o non bravi) nel raggiungerlo ed infine per la propria gioia (o delusione). E’ frequentissimo veder combattere studenti: diventa più importante “il vincere” che l’oggetto stesso della vincita. Forse non si sono ancora attribuiti un valore stabile e sono alla continua ricerca di misurare il sé perdendo di vista gli obiettivi esterni. Inoltre, se abbiamo vissuto già una prova come molto stressante o con esito negativo è possibile che a quelle successive si attiverà l’aspettativa, costruita sull’esperienza precedente, di una situazione stressante e da temere.

Cosa si può fare? Sembra banale, ma quando il cervello appare vuoto è bene bere acqua e respirare profondamente e lentamente in modo che il corpo si reidrati e fermi gli effetti della risposta allo stress. Il pensiero che predomina all’ansia da prestazione è il giudizio dell’altro che mina il proprio valore: se non vado bene deludo l’altro e quindi il mio valore è legato solo alla carriera scolastica. Occorre cercare l’aiuto e il supporto della famiglia per discutere in termini realistici le conseguenze di un esame andato male, sfatando il mito che solo voti eccellenti possono assicurare una carriera professionale soddisfacente.

Una credenza che forse è stata ritenuta evolutivamente vantaggiosa nell’attivare l’impegno ma che può essere anche causa di sofferenza è che agendo con preparazione e responsabilità “si possono e si debbono controllare gli eventi evitando così quelli sgraditi” (Sassaroli, Lorenzini, Ruggiero 2006). Indubbiamente questo spinge a fare il massimo e a ritenersi incapaci se le cose non vanno come si era previsto. L’esito dell’esame sembra giocare il ruolo primario al diritto di esistere, sembra che molti lo debbano conquistare continuamente, esaminandosi, dandosi voti e in genere la soddisfazione definitiva non arriva mai.

Tentare di essere flessibili, capaci di rinunciare al pieno raggiungimento dello scopo come valore di me, comprendere che un esame non fa la persona né l’intero iter scolastico. Ci sono altre parti di me che fanno me stesso. Convincersi accettando che non si può controllare tutto e che in qualche modo quel po’ d’ansia provata fa parte del pacchetto “esami”. L’esito della prova non è l’essere accettati dall’altro per bontà, bravura, bellezza, spigliatezza, forza, decisione, competenza.

Ognuno si presenta per quello che è,  coraggioso, consapevole del fatto di ammirarsi e amarsi a prescindere da quell’esito. Lo sforzo di studiare non può garantire un esito necessariamente felice, ma si fa qualcosa perché si crede fortemente in sé, nel gesto, nel destino, nella fortuna o sfortuna che regola le nostre esperienze. Abbiamo il dovere e diritto di pretendere il massimo da noi mettendocela tutta, consapevoli che comunque vada non ho rimpianti. (rita.verardi@libero.it)

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