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A cura di Blog Collettivo

Ospitiamo in questo Blog opinioni di alcuni cittadini Brindisini

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Vino e nuove imprese agricole: quando i saperi contano

La passione per il vino, trasformatasi in una moda, da sperare non passeggera, richiede l'impiego di capitali freschi e di energie nuove

Da alcuni anni va diffondendosi tra note personalità della moda (Cavalli, Rosso, Ferragamo), dello sport  (Pirlo, Trulli), della televisione  (Vespa), della finanza (Cragnotti), della politica  (D'Alema e l'epigono locale, Dipietrangelo) , fino a Sting, la passione per la vitivinicoltura. Tale passione, trasformatasi in una moda, da sperare non passeggera e tale da coinvolgere una moltitudine di soggetti, va salutata con favore, considerato che l'agricoltura ed anche la vitivinicoltura per poter progredire ed affermarsi con le tipicità nazionali, richiede l'impiego di capitali freschi e di energie nuove.

Vino: Tra mode e successo imprenditoriale

Sarà poi il mercato a tempo debito, dato che gli inizi sono sempre difficili per tutti, a fare una selezione ed a decretare le iniziative valide e quelle meno. In proposito, Ettore Livini in un articolo su "la Repubblica" del 22 ottobre 2017, dal titolo emblematico "Vino & Affari", evidenziava come "fare profitti con il vino non è semplice, in quanto di rosso in cantina non c'è solo il prodotto finale, ma pure il colore dei conti ed a far soldi è soltanto chi ha il bernoccolo degli affari". A riguardo, tra i pochi esempi positivi citava quello di Zonin, il più grosso produttore nazionale di vini, che ha accumulato circa cinque milioni di utili nell'anno 2016 e tra i "riciclati in vigna" l'animatore televisivo Bruno Vespa con circa settecento mila euro di utili nello stesso anno. 

Da sottolineare che Zonin, tra i vari possedimenti (circa 2000 ettari di vigneti) sparsi nelle diverse regioni italiane ed in Usa, ha effettuato un importante investimento circa vent'anni fa in territorio di Torre S. Susanna, ricadente insieme a quello di Erchie nel comprensorio della Doc Primitivo di Manduria, mentre Bruno Vespa ha scommesso di recente  sul vino salentino, acquistando una grossa tenuta a Manduria. Tanto a dimostrazione della felice combinazione di vitigno e territorio avutasi in quel comprensorio, dove si sono concentrati importanti investitori, decisivi per il decollo economico di quell'area.

Azienda agricola Masseria Masciullo (3)-2

Segnali di ripresa nel Salento

Sapere che in generale le case vinicole del Brindisino e del Salento godono ottima salute è motivo di soddisfazione, in quanto è dal successo commerciale dei prodotti delle nostre zone che dipende il ritorno e l'espansione su larga scala dei vigneti, dopo la decimazione degli impianti avutasi con la crisi vinicola della fine del secolo scorso, che determinò una forte caduta dell'occupazione nelle campagne, una riduzione della ricchezza prodotta e l'abbandono di ampie estensioni di terreno. 

Molti segnali positivi ed il moltiplicarsi di nuove iniziative segnalano la ripresa in atto,  che si svolge secondo criteri del tutto diversi rispetto al passato, attraverso il rinnovo dei metodi di coltivazione in campagna e di trasformazione del prodotto in cantina, e a tale mutamento di impostazione da parte dei nuovi protagonisti determinante è lo stimolo esercitato dal buon andamento del mercato dei vini di qualità del Salento e l'emulazione nei confronti dei precursori, di coloro che all'esercizio dell'attività imprenditoriale nel settore già da tempo si impegnano con professionalità, conseguendo risultati apprezzabili. 

Molta strada, tuttavia, v'è ancora da percorrere per la qualificazione dei vini del Salento, molti ritardi sono da colmare rispetto alle vicine realtà territoriali dove l'intero tragitto per il massimo riconoscimento qualitativo dei vini è stato da tempo compiuto.  Non è giustificabile, ad esempio, che il "Negroamaro" ed a seguire  gli altri vitigni autoctoni salentini, non vengano ancora prodotti come Doc, mentre in Puglia sui quattro vini Docg riconosciuti ben due fanno riferimento alla zona di produzione di Castel del Monte e ai vitigni di pregio di quell'area (Castel del Monte Bombino nero Docg  e Castel del Monte Nero di Troia riserva Docg ). 

Da qui la sollecitazione agli organi responsabili, politici, organizzazioni professionali e di categoria ed a tutti coloro interessati alla promozione del territorio, affinché si proceda con celerità alla revisione  della legislazione in materia di qualificazione dei vini di pregio del Salento per eliminare le incongruenze più volte evidenziate.

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Una filiera complessa e irta di difficoltà

Il processo di trasformazione in corso nella viticoltura brindisina sta avvenendo per gradi, in quanto non era da immaginarsi che il periodo di transizione fosse breve e che si passasse tutto d'un tratto alla fase attuale dopo quella precedente la crisi, quando lo stadio della coltivazione dei vigneti e quello della trasformazione delle uve in cantina generalmente faceva capo a soggetti diversi, senza che si andasse troppo per il sottile riguardo alla qualità del prodotto, dovendo esso essere utilizzato prevalentemente come materia prima anonima per "tagliare" i vini di altre regioni. 

Ora la situazione è più complessa e per seguire le diverse fasi della filiera vitivinicola, da quella di campagna a quella di conservazione ed affinamento in cantina del prodotto di pregio fino alla vendita del vino imbottigliato ed etichettato, uno stesso ed unico soggetto per affermarsi sui mercati deve possedere capacità imprenditoriali non comuni, un notevole bagaglio di cognizioni tecniche e soprattutto disporre di cospicui capitali, per dotarsi delle attrezzature necessarie nei diversi passaggi di fase e per sostenere le spese di gestione, dovendo attendere fino alla collocazione sul mercato del prodotto finale, prima di introitare le prime somme di danaro.

Questa è la ragione per cui oltre al moltiplicarsi di nuove iniziative nel campo della trasformazione ed all'incremento della produzione di vino di qualità in bottiglia, che è quello che assicura notorietà e prestigio al territorio, viene effettuata parallelamente, da parte di soggetti ancora sprovvisti di attrezzature di trasformazione, la vendita di uve da vino, destinate in prevalenza a case vinicole salentine.

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L'esempio di Masseria Masciullo

Per seguire da vicino come procede la transizione verso un nuovo metodo di praticare vitivinicoltura, al fine di ottenere vini di gran pregio, ho contattato un imprenditore di spicco, il mesagnese Luciano Zullo, vecchia conoscenza dell'agricoltura non solo brindisina, attualmente coadiuvato nella gestione aziendale dalla figlia, Maria Rita.  Uscito indenne dalle varie crisi che si sono susseguite nel tempo, soprattutto nel territorio del capoluogo nella vana ricerca di diversificare l'apparato produttivo, quella dell'uva da tavola, ormai scomparsa, e quella ciclica del carciofo, culture queste introdotte dai "baresi" a metà del secolo scorso, poi quella dei pomodori da industria e delle pesche, avviate ingloriosamente alla distruzione annuale nei centri di raccolta Aima, ed infine la crisi vitivinicola di fine secolo, mi ha meravigliato come sin dai primi anni 2000 l'imprenditore Zullo avesse deciso di impiantare vigneti su buona parte della proprietà, a quel tempo sprovvista.

"Ho presto intuito, dopo la 'tabula rasa' prodotta dalla crisi, che bisognasse risollevarsi e "rimboccarsi le maniche" per procedere con una nuova lena e mentalità ad affrontare le sfide di mercato dei vini di qualità", egli mi precisa.  Classica figura di "self made man", partito da zero, egli ha acquistato circa venti anni fa in agro di Brindisi, contrada "Masciullo", una grossa azienda agricola, dotata di antico fabbricato, attualmente estesa, con i successivi ampliamenti, su circa 120 ettari, dei quali 45 ettari a vigneti in produzione. La caratteristica di tali vigneti, allevati a cordone speronato al sesto di m.2,20 x n.1,00, è che sono tutti coltivati con metodi biologici, utilizzando fertilizzanti naturali, e comprendono, gli impianti, varietà autoctone e di altra provenienza.  

Domando: “Come mai  siete partiti in quarta, impiantando una superficie così rilevante di vigneti, senza dotare contemporaneamente l'azienda di impianti adeguati di trasformazione delle uve? ".   Mi risponde la figlia, Maria Rita: "Noi siamo innanzitutto viticultori e poi trasformatori: certo il nostro obiettivo è riuscire a trasformare solo le uve aziendali di alto pregio, aumentando gradualmente negli anni la quantità di vino prodotta. Ponendoci questo traguardo siamo partiti tre anni fa con un moderno impianto per la trasformazione di una frazione delle uve aziendali, prodotte in regime di agricoltura biologica, raccolte rigorosamente a mano, dotandoci di piccoli silos in acciaio per la conservazione e  l'invecchiamento del prodotto, parte affinata in botti di legno (tonneaux)”. 

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“Abbiamo usufruito di finanziamenti regionali per l'acquisto delle attrezzature ( 40% a fondo perduto in base ai PSR 2007-2013) e, prima di incrementare notevolmente la frazione trasformata in azienda, stiamo verificando il gradimento, finora ottimo, del nostro prodotto imbottigliato, che utilizza i canali di distribuzione diretti alla ristorazione ed al catering per il pronto consumo. Non abbiamo problemi nella collocazione e vendita della frazione prevalente delle uve, in quanto si tratta di prodotto ben curato, ottimo, utilizzato con soddisfazione da stabilimenti vinicoli della provincia di Brindisi e qualcuno del Tarantino.”

Ho riflettuto su quell'incontro, interrogandomi sulle ragioni del successo dell'imprenditore Zullo Luciano, trovando le risposte nelle giuste scelte dallo stesso compiute nei diversi momenti della gestione aziendale, potendo contare sull'alta qualità dei prodotti , sull'abilità nel selezionare gli acquirenti della merce, stabilendo con essi utili collaborazioni e rifiutando quelli occasionali e l'esosa intermediazione, sulla capacità di aggiornamento tecnico, fiutando l'orientamento dei mercati, ed, infine, sulla bravura come agricoltore, frutto di lunga esperienza nei campi.  Non si spiega diversamente come mai, nonostante le crisi ricorrenti nel settore frutticolo, il prodotto di circa sei ettari di meleti e di circa 30 ettari di pescheti, con maturazione scalare da giugno a settembre, prenda la strada con regolarità, a condizioni vantaggiose, verso i mercati del Nord Italia, e che il prodotto di 15 ettari coltivati a carciofeto e cinque ad ortaggi vari venga collocato agevolmente in ambito regionale.

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