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Domenica, 16 Gennaio 2022
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A cura di Blog Collettivo

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L'attentato di Ottawa: anatomia del nuovo terrorismo

Probabilmente non ci si è resi ancora conto della gravità dell’attentato avvenuto il 22 ottobre ad Ottawa, in Canada, dove risiede il parlamento dello stato nord americano

Probabilmente non ci si è resi ancora conto della gravità dell’attentato avvenuto il 22 ottobre ad Ottawa, in Canada, dove risiede il parlamento dello stato nord americano. Sarà perché la situazione è ancora tutta chiarire, sarà perché il numero delle vittime conta “solo” due decessi, ma la notizia benché sia su tutti i notiziari, non ha richiamato l’attenzione che merita. Certo, non è nello stile del civilissimo Canada riscaldare gli animi, risente dell’aplomb anglosassone che ha portato questo paese a ricercare un’integrazione pacifica tra le varie differenze culturali dell’eterogenea popolazione che lo compone. Anche per questo, agli occhi di tutto il mondo, è ritenuto uno dei paesi più sicuri dell’occidente.

Eppure, probabilmente una scheggia impazzita o forse un commando ben organizzato, sono riusciti ad arrivare nel cuore dello democrazia del paese, costringendo parlamentari e dipendenti del parlamento a barricarsi dentro le loro stanze, accatastando decine di sedie come se fossero la trincea che delimita lo spartiacque tra la vita e la morte, tra la scontata sicurezza spazzata in pochi secondi, e la follia di qualcosa di sconosciuto. Le indagini chiariranno cosa sia effettivamente accaduto nella distante Ottawa, però la lontananza della capitale canadese non impedisce di interrogarci sulle ragioni profonde di quanto accaduto e, soprattutto, se questi atti siano destinati a rimanere lontani dalle nostre realtà.

Che ci sia la follia dietro l’attentatore Michael Zehaf Bibeau, è scontato. La sua è una conversione recente, di quelle difficilmente tracciabili e controllabili, ma che portava in sé gli elementi distruttivi che hanno contraddistinto le gesta del trentaduenne canadese.  Dietro la follia della violenza vi è sempre qualcosa di eversivo che distanzia il disappunto dalla civile protesta, riversandosi nell’esecuzione di atti criminali. Sicuramente vi è la forte motivazione ad agire in qualunque modo per contrastare un senso d’impotenza appreso. Da ciò conseguono azioni eclatanti, che ritengono necessario il sacrificio di vite umane.

Successivamente entrano in scena le dottrine che costituiscono lo strato su cui può scorrere tutto il disagio esistenziale di individui psicologicamente deboli. Qui si miscelano irrazionalità pura e odio verso qualcosa che viene simbolicamente rivestito come causa del proprio disagio. Gli effetti dell’auto indottrinamento, se non possono esser praticati nelle zone calde dei conflitti, come il Medio Oriente, trovano il loro sfogo naturale nei grossolani attacchi all’interno del proprio paese. Qual è la soluzione a questo circolo vizioso di sofferenza e odio?

Difficilmente l’esclusività dello scenario militare può risolvere il conflitto tra l’Occidente e le frange estremiste islamiche. Se nel 2001 il nemico era il fondamentalista Osama Bin Laden, adesso la nuova minaccia si chiama Isis con a capo Abu Mus'ab al-Zarqawi, domani chissà. E’ un fuoco che si autoalimenta utilizzando il pretesto dello scontro religioso, proprio come avveniva nella nostra Europa qualche secolo addietro. Bisogna rendersi conto che il nuovo “Stato Islamico” (ripudiato dagli stessi islamici moderati) trova la propria linfa vitale nei soldi provenienti dal petrolio che noi consumiamo, e che vi è l’inaccettabile ambiguità di nazioni come l’Arabia Saudita, del Bahrein o del Qatar, paesi da cui dipende l’economia occidentale basata sull’oro nero.

Anche i violenti scontri avvenuti a Mosul, città irachena a pochi metri dal confine turco, o quelli in atto nella siriana Kobane, richiedono urgenti chiarimenti sull’immobilità della stessa Turchia (paese europeo nevralgico nello scacchiere medio-orientale) cosi restia ad aiutare l’eroica resistenza dell’avversata popolazione curda. Questi scontri hanno mietuto qualcosa come 700 bambini uccisi o mutilati in Iraq dall’inizio dell’anno, anche con esecuzioni sommarie dall’Isis, 8.500 morti iracheni in dieci mesi e 130.000  curdi fuggiti dalla minaccia dell’Isis in Siria e rifugiatisi in Turchia. A queste vittime, che crescono col passare dei minuti, vi è da aggiungere anche la guardia italo-canadese uccisa ieri in Canada.

Sì, davanti alle potenziali minacce a cui tutti potremmo esser esposti, ciò che possiamo fare è ricercare ad ogni costo la verità sull’origine di questi eventi odierni comprendendo che l’economia globalizzata si riflette anche sulla globalizzazione dei conflitti, davanti cui non possiamo erigerci a passivi spettatori/consumatori o superficiali giudicatori.

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