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Sovrappopolazione, clima e un vecchio film di Marco Ferreri

Il comportamento di parte dell'umanità ricorda l'autodistruttiva parabola dei protagonisti de "La grande abbuffata"

In un vecchio e memorabile film del grande regista Marco Ferreri, che all'epoca (1973) suscitò grande scalpore nell'opinione pubblica internazionale, dal titolo emblematico, 'La grande bouffe', (La grande abbuffata), si narrava di quattro amici, con Marcello Mastroianni. Michel Piccoli, Philippe Noiret, Andrea Ferreol ed Ugo Tognazzi tra i protagonisti, che riuniti in una villa parigina si lasciavano andare in orge incessanti di cibo e di sesso fino a scoppiare per giungere al suicidio collettivo. 

In quel film l'autore voleva rappresentare in maniera grottesca e metaforica il disfacimento, l'autodistruzione dell'uomo nella società dei consumi, che porta ad uno stravolgimento dei valori veri dell'esistenza.  A distanza di circa mezzo secolo quel messaggio e quella previsione mantengono intatta l'attualità e validità, in quanto i comportamenti umani nel frattempo non sono migliorati, al contrario si sono avviati su una china che conduce al peggio. 

Il prodigioso sviluppo della scienza e della tecnica, che si è avuto negli ultimi secoli nei paesi avanzati, è avvenuto a servizio quasi esclusivo del capitale, che nella crescita abnorme dei consumi individuali e collettivi, incoraggiati da campagne pubblicitarie insistenti, ha trovato ampie possibilità di investimento e di profitto, a completo discapito del fattore ambientale.

Il pianeta Terra è stato considerato erroneamente e per troppo tempo un contenitore inesauribile, 'una pattumiera', 'un bidone della spazzatura’, dove poter scaricare senza conseguenze tutti i rifiuti prodotti dall'attività umana, quasi una massa inerte, in grado di assorbire i processi di degrado, che si andavano accumulando.                                            

E' stato calcolato che negli ultimi trent'anni siano stati immessi nell'atmosfera terrestre enormi quantità di CO2, principale responsabile dell'effetto serra, e, perciò, del riscaldamento globale e della crisi climatica, che affligge il pianeta, per un'entità pari a quella prodotta dall'inizio della Rivoluzione industriale. 

Ripetuti tentativi nel corso degli anni più recenti vi sono stati per diminuire le emissioni di CO2 nell'atmosfera con accordi tra gli Stati: ricordiamo il trattato di Kyoto nel 2000, la COP di Copenhagen del 2009, l'accordo di Parigi del 2015, ma non si è mai giunti a risultati apprezzabili e significativi a riguardo.    

In ultimo la Conferenza sul clima di Madrid, da poco conclusa, ha segnato un'ulteriore battuta d'arresto nel negoziato sul clima, provocando le reazioni indignate della giovane Greta Thunberg ("La scienza è chiara , ma viene ignorata"), e di Greenpeace ("Hanno prevalso gli interessi delle compagnie dei combustibili fossili").                                                               

In realtà, vi è una sostanziale sottovalutazione della questione ambientale, negandone la gravità, da parte dei paesi maggiormente responsabili dell'inquinamento, gli Usa in testa con la presidenza Trump: sia per proteggere gli interessi dell'industria petrolifera e delle altre che producono energia fossile, sia per la forte resistenza a modificare gli attuali modelli di vita, di produzione e di consumo.

Ciò al punto da etichettare come 'profeti di sventura', oscurantisti, catastrofisti, gli ambientalisti e le persone, sensibili al problema, come la combattiva Greta, giustamente e fortemente preoccupata di dover vivere in futuro, insieme ai coetanei, in un pianeta disastrato.

Il rischio, pertanto, se non si inverte l'attuale tendenza al degrado, con drastiche misure correttive, come si appresta a fare la Ue con il prossimo varo di un piano verde europeo da parte di Ursula von der Leyden, diventa quello di precipitare presto nel baratro e di fare la fine ingloriosa dei personaggi del film di Ferreri.                                

Altra emergenza che incombe e che rischia di diventare sempre più esplosiva con il passare degli anni è quella legata all'aumento della popolazione mondiale, in particolare nei paesi sottosviluppati.  Gli studi e le proiezioni indicano che a fine secolo il numero degli abitanti del pianeta terra dagli attuali 8 miliardi circa potrebbe arrivare a ben 11 miliardi di persone. 

Una flessione, variabile nell'entità, si manifesterà nei paesi europei, mentre la maggior crescita si concentrerà in Africa, dove la popolazione, subendo un'impennata, potrebbe raggiungere i 4 miliardi di unità nel 2100. Elevato tasso di natalità, soprattutto nelle nazioni dell'Africa sub-sahariana, scarso accesso ai metodi contraccettivi, diminuzione della mortalità per malattie, come ad esempio quella dovuta all'infezione da Hiv, sono le cause del forte incremento della popolazione nei paesi del terzo e quarto mondo.

Nei secoli scorsi, prima dei prodigiosi sviluppi in occidente delle ricerche in campo sanitario , si moriva nei paesi sottosviluppati senza possibilità di scampo, per le carestie ricorrenti, per le epidemie provocate dalla peste, colera, etc. che con tragica intermittenza intervenivano a decimare le popolazioni ed a ripristinare il labile equilibrio fra popolazioni e risorse.

Ora, non più, in quei paesi è rimasta la miseria, per contro si è allungata la vita media degli abitanti, grazie all'utilizzo più diffuso dei ritrovati della scienza medica. Da qui, il forte incremento della popolazione mondiale e le gravi ripercussioni che va producendo sullo sfruttamento delle risorse del pianeta, sui flussi migratori, sullo sviluppo socioeconomico e sulla sostenibilità ambientale. 

Scrivevo in un articolo del 17 agosto 2015 su BrindisiReport:  "Si ripete spesso che per ridurre la consistenza dei flussi migratori bisogna migliorare le condizioni di vita nei paesi di origine, ma al di là di promesse non mantenute e dell'impegno encomiabile svolto, pur nella ristrettezza dei mezzi, dalle numerose associazioni no-profit, Ong, missioni religiose, che operano nel campo della solidarietà internazionale, ben poco si è riusciti a fare a livello istituzionale."                                                                                              

In conclusione, non essendo illimitate le risorse disponibili del pianeta, se non vogliamo soccombere tutti insieme e rendere più vivibile l'esistenza su questa terra, è urgente intervenire con maggiore incisività a livello politico internazionale per fronteggiare le due emergenze sopraesposte.

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