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Comunità islamiche e convivenza: il caso della Germania

Prendendo spunto dagli ultimi fatti di criminalità terroristica, accaduti in Germania, facevo notare ad un amico tedesco come nel suo paese in meno di un secolo si sia passati da un eccesso all'altro

Prendendo spunto dagli ultimi fatti di criminalità terroristica, accaduti in Germania, facevo notare ad un amico tedesco come nel suo paese in meno di un secolo si sia passati da un eccesso all'altro: dall'assillo della purezza della razza e dalla chiusura rigida nei confronti dei diversi ed i non ariani, con il genocidio perpetrato dal nazismo del popolo ebraico, perfettamente integrato e da sempre componente fondamentale della storia e cultura tedesca, alle successive politiche di apertura e di generosa accoglienza di popolazioni tanto diverse sul piano culturale e di difficile integrazione. 

Alla mia osservazione l'amico rispondeva che le due situazioni andavano esaminate in correlazione, in quanto proprio per attenuare i sensi di colpa derivati dagli orrori commessi dal nazismo con le eliminazioni fisiche delle minoranze etniche, la popolazione tedesca, in risposta soprattutto alle esigenze di manodopera dell'apparato industriale in rapida espansione, non solo adottava, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, politiche liberali di accoglienza verso le correnti migratorie provenienti dalla Turchia, la minoranza etnica più numerosa, circa 3,5 milioni , e da altri paesi di religione islamica, ma favoriva  il loro insediamento, venendo incontro alle richieste espresse in fatto di culto e di mantenimento delle tradizioni dei paesi d'origine. 

Concludeva, citando il caloroso benvenuto al milione di profughi siriani fatto nei luoghi d'arrivo l'anno scorso dai cittadini tedeschi, per esprimere solidarietà per  le loro sofferenze, forse in memoria delle dolorose esperienze vissute in passato dai loro connazionali in una Germania uscita annientata e frazionata dal secondo conflitto mondiale. Tuttavia, alcuni episodi, accaduti di recente, insieme ad altre situazioni di conflittualità non risolte, segnalano che si sia oltrepassato in molti casi il limite della comprensione e tolleranza, mentre le capacità di accoglienza in territorio tedesco di altri profughi da paesi in guerra vanno man mano esaurendosi

Quello che è avvenuto a Colonia la notte di S. Silvestro, quando mille-duemila uomini magrebini e mediorientali aggredirono in branco, secondo un disegno preordinato, moltissime donne, costringendole a subire molestie sessuali senza che le forze dell'ordine intervenissero efficacemente, come attestato dall'esiguo numero di persone arrestate, meno di sessanta, a fronte di più di mille denunce da parte di donne aggredite, è indicativo del clima di sopraffazione venutosi a creare in maniera eclatante in quella circostanza  anche altrove, risultato della specificità culturale e religiosa degli aggressori, accomunati da una concezione della donna , semplice oggetto sessuale, e dall'ostilità verso le libertà di quelle occidentali, considerate tutte depravate, in quanto estranee e non inquadrate nella rigida disciplina dell'islam patriarcale. 

Quando si arriva a teorizzare l'inferiorità della donna e la sua totale soggezione all'uomo ed a giustificare da parte delle frange estremistiche ogni prepotenza compiuta nei loro confronti, fino allo stupro praticato in massa nel cosiddetto stato islamico (IS), le esplosioni di violenza contro le donne, come quelle descritte, diventano eventi concreti e prevedibili nelle nostre società aperte e secolarizzate. A preoccupare gli analisti, gelosi custodi della laicità dello stato e strenui difensori della parità dei sessi di fronte alla legge e della netta distinzione tra stato e religione, norma base delle costituzioni dei paesi europei, è la presenza e sviluppo in Germania come altrove, con diverse modalità, di vere e proprie società parallele, favorite da un malinteso relativismo e multiculturalismo e dal timore di essere accusati di islamofobia in caso di interventi limitativi delle pretese integraliste.

Nessuno ignora che in Germania e negli altri paesi europei operino e siano attive, con la condiscendenza dei paesi ospitanti, associazioni islamiche perlopiù politiche, ortodosse ed anche islamiste, in cui i precetti della "sharia",  la legge islamica,  sono gli unici riferimenti comportamentali ammessi, anche se in contrasto con i principi dello stato democratico.  Ne consegue, ad esempio,  che in virtù della osservata disparità dei sessi, molte  famiglie musulmane vietino alle figlie di fare ginnastica a scuola, di partecipare a corsi di nuoto o alle gite scolastiche, imponendo loro fin da bambine il velo, secondo una concezione che considera la donna corruttrice dell'uomo, il quale per non cadere in tentazione pretende che il corpo della donna venga nascosto il più possibile.  E' sul terreno del diritto di famiglia che è andato via via crescendo un sistema giudiziario parallelo ed indipendente, al quale i membri delle comunità musulmane si rivolgono per dirimere controversie in caso di divorzi, eredità, violenze domestiche, mentre  i matrimoni forzati, cui sono costrette, in particolare, le giovani appartenenti alle comunità turche, sono una pratica abbastanza diffusa.

Tali associazioni, che gestiscono le moschee e promuovono la costruzione di altre, dipendono dai finanziamenti provenienti dai paesi produttori di petrolio (Arabia Saudita ) e dai governi, quello turco, per il quale è attiva la propaganda in favore dell'Akp, il partito del presidente Erdogan, che in più occasioni ha proclamato che "l'assimilazione è un crimine" e che i turchi che vivono in Germania, non devono dimenticare di essere turchi e musulmani. Dichiarazioni queste perfettamente compatibili con il personaggio e con la svolta autoritaria ed antidemocratica impressa al suo paese, dove è in atto il processo di islamizzazione della società turca, con riferimento in particolare al ruolo delle donne, relegate a svolgere solo funzioni procreatrici  di quanti più figli possibile.

Per un utile approfondimento delle questioni, qui accennate, si consiglia la lettura degli ultimi fascicoli delle riviste specializzate, dove insigni studiosi analizzano da diversi punti di vista la realtà tedesca, in relazione alla presenza di consistenti popolazioni islamiche, evidenziando il difficile rapporto venutosi a creare tra religione, laicità e democrazia.  Qui basta accennare a come la Turchia sia diventato un alleato infido per l'Europa, nel momento in cui il presidente Erdogan ha di nuovo sollevato strumentalmente il problema dei profughi di guerra, minacciando di ammassarli lungo la frontiera balcanica, secondo un doloroso copione già sperimentato di recente, se la UE non subirà il ricatto di lasciare liberi i cittadini turchi di transitare e risiedere nei diversi paesi europei, Germania in primis.

Quanto alla capacità di accogliere altri profughi, che fuggono da paesi in conflitto, in Germania si va registrando la saturazione, non tanto nella prima fase, quella della sistemazione dei nuovi arrivi nei centri di accoglienza, organizzati con la solita efficienza e grande dispiegamento di mezzi dal popolo tedesco, quanto nelle fasi successive, quelle della integrazione di popolazioni provenienti da  contesti culturali tanto diversi - per ultimo la grande ondata di profughi siriani -  dominati da culture repressive soprattutto nei confronti delle donne. Tale situazione di disagio alimenta lo scontento, che serpeggia fra larghi strati della popolazione, scontento che si indirizza in particolare verso Angela Merkel, in calo di popolarità, per essersi apprestata con precipitazione ad accogliere un numero così elevato e non selettivo di profughi e  viene sfruttata dall'estrema destra, relativamente diffusa nella Germania dell'Est, con frequenti attacchi ai centri di accoglienza profughi.

Con la conseguenza che se lo stato di difficoltà dovesse protrarsi e peggiorare si pensa di ricorrere, come 'extrema ratio', alla chiusura delle frontiere, analogamente a quanto fatto dai paesi confinanti Polonia ed Ungheria, determinando in tal modo la messa in discussione e superamento del  trattato di Schengen.

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