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Il covid ci ha derubato anche dell'immaginario della nascita di un figlio

Il mio primo parto in tempo di pandemia, da un punto di vista di donna, neomamma e psicoterapeuta

Per me è stato come essere stata derubata di un immaginario che si è cominciato a costruire nella mia mente probabilmente ancora prima di decidere concretamente e consciamente di diventare mamma. Immaginario sicuramente influenzato dalle esperienze indirette perché direttamente connesso con una realtà concreta di quelle che fino a poco prima di oggi erano le pratiche più comuni di parto. Per quanto queste siano in realtà svariate, e ancora di più lo sono se vogliamo guardarle con una lente interculturale, sento di poter sostenere con una certa fermezza che nella maggior parte di queste, accanto alla partoriente, c’è sempre una figura di riferimento che per la donna svolge un ruolo cruciale di accompagnamento al parto, sia essa il/la compagno/a, l’ostetrica di fiducia, la mamma, la sorella o l’amica più cara ecc...

Questa “figura” ha il compito di sostenere la donna, non solo psicologicamente ma anche fisicamente, perché la donna che sta partorendo ha bisogno di sapere che non è sola in quel momento, ha bisogno di una persona di fiducia al proprio fianco che la sorvegli in quei momenti in cui essa non è più cosciente, nei momenti di dolore acuto e di sgomento totale ha bisogno di sapere che accanto a lei c’è quella persona a cui ha scelto di affidarsi e di affidare momentaneamente la propria coscienza. La donna per partorire ha bisogno di potersi “appoggiare” sia fisicamente che psicologicamente, se manca quel perno ella non può lasciarsi andare e di conseguenza, se non si fida di quel luogo, non lascerà andare il proprio bambino.

Durante il travaglio, la sofferenza e quindi l’alterazione dello stato di coscienza, permettono alla partoriente di contattare la parte più antica e più selvaggia della propria natura ed è proprio da lì che si sprigiona quella forza di cui la maggior parte di noi donne ignora l’esistenza finché non partorisce. Ed è per questa ragione che se la donna non si fida del luogo in cui si trova non lascerà andare il proprio cucciolo, perché il suo istinto più “animale” ha il dovere di proteggerlo e quindi di trattenerlo nel luogo più sicuro fino a quel momento, nonché il proprio grembo. Tuttavia, per quanto romantico e affascinante sia questo processo, il bambino che ha deciso di nascere in quel momento se “trattenuto” rischia di soffrire e quindi, non solo le ore di travaglio saranno più lunghe e più dolorose, ma in alcuni casi si può addirittura arrivare a soluzioni drastiche quali il cesareo di urgenza. 

Ho fatto questa breve digressione per cercare di spiegare quanto la presenza di quella persona di fiducia sia indispensabile per la tutela della salute fisica e psicologica della donna e anche del bambino che sta per nascere. Ho parlato di immaginario per cercare invece di far comprendere lo strappo che la donna subisce e quindi il duro lavoro di ricucitura che deve compiere nell’immediato post parto, ossia di recuperare lo scarto che si viene a creare tra quell’immagine che l’aveva accompagnata per tutta la gravidanza e anche prima e le circostanze in cui realmente il parto è avvenuto. Penso di poter racchiudere tutto ciò all’interno di una cornice chiamata  “trauma” e quindi sento di poter dire che il parto in quegli ospedali che durante la pandemia hanno scelto di far partorire la donna “da sola” possa essere un evento potenzialmente traumatico. Come per ogni evento traumatico dunque possiamo aspettarci di conseguenza i sintomi di un disturbo post traumatico da stress il che  non può fare altro che aumentare i fattori di rischio per una sindrome depressiva post partum. 

Dal giorno in cui è nato il mio bambino, ho pensato e ripensato spesso al mio parto e le sensazioni che mi hanno abitata sono state tante e ambivalenti, la rabbia e la frustrazione di non aver partorito come avevo immaginato ma anche la tenerezza e l’amore immenso per me stessa e per mio figlio che in quel momento si affacciava alla vita e infine la gratitudine alla natura che mi ha dato l’opportunità di riscoprire la mia parte più selvaggia, quella che mi ha dato la forza di partorire, dopo tutto, a qualunque costo e in qualsiasi situazione.In tutti questi mesi non ho fatto altro che raccogliere i cocci che questa esperienza ha causato in me e proprio a partire dalla riscoperta di questa forza molto grande che mi abita ho deciso di ricominciare e di ricucire tra di loro quei pezzi facendo in modo che da questa esperienza rinasca dentro di me qualcosa di ancora più prezioso. È questo il lavoro che auguro a ogni donna che come me è stata derubata del proprio immaginario.

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