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Una lunga salita attende Brindisi, ma la politica non pedala

Dal laboratorio Onu, alla Cittadella abbandonata, all'Università, alla crisi industriale, tra realtà e surreale

Il cammino della città di Brindisi anche nei prossimi anni sarà in salita. Una classe politica responsabile dovrebbe sollevarsi sui pedali e dare il massimo. E soprattutto non cedere agli strattoni dei portatori di interessi, ai quali invece sono stati lasciati il dibattito, il confronto e lo scontro. Una politica capace (pur nella sua diversificazione di gruppi, partiti, movimenti) di unirsi nei momenti cruciali, di essere al di sopra delle parti e di guidare e governare i processi, a Brindisi purtroppo non esiste.

Sono decenni che quel genere di uomini capace di garantire gli equilibri, pur nelle diversità e nelle contraddizioni anche profonde, è scomparso. Ne paghiamo le conseguenze, forse perché qui il processo di estinzione dei partiti come punti di riferimento e di formazione dei gruppi dirigenti è stato molto più veloce. I paragoni può farli ciascuna cittadina o ciascun cittadino attenti ai fatti della vita pubblica.

Brindisi, Torino e il laboratorio dell’Onu

Nelle interviste, nelle dichiarazioni rilasciate ai giornali, cogliamo tra le righe la preoccupazione per le proprie carriere, piuttosto che un pensiero profondo e l’impegno per guidare i passaggi, che saranno duri e forse drammatici, che attendono la città e il suo territorio nel prossimo futuro. Vogliamo partire dalla candidatura ad ospitare una sede dell’Until (United Nations Innovation Labs)?

Dopo l’annuncio, nei giorni scorsi di questa opportunità da condividere con Torino, nessuno ha approfondito il tema. Attendiamo la visita il 22 gennaio della ministra Paola Pisano (M5S, torinese, assessore all’Innovazione al Comune di Torino nella giunta di Chiara Appendino, dottorato di ricerca all’Università di Torino), e sia pur rifuggendo da dietrologie qualcuno in questa città dovrebbe cominciare a chiedersi e a chiedere che Brindisi non sia considerata una opzione di seconda linea, visto che ospitiamo da lungo tempo la più importante base logistica delle agenzie dell’Onu in Europa.

Le sconfitte sul fronte della ricerca e dell’università

La storia recente dovrebbe insegnarci che bisogna darsi da fare concretamente: abbiamo perso tanti anni fa ormai, il centro di ricerche del petrolchimico che altre società concentrarono al Nord, poi abbiamo salutato anche quello dell’Enel a Cerano; il progetto per il nuovo reattore sulla fusione fredda è stato assegnato a Frascati e siamo arrivati secondi; la Cittadella della Ricerca è di fatto abbandonata a se stessa e l’annunciato processo della concessione in comodato gratuito alla Regione Puglia (che dovrebbe rilanciarla) per 99 anni sembra tutt’altro che in moto.

Ma Brindisi merita di avere una Cittadella della Ricerca? Bisogna chiederselo, se questo complesso serve ormai solo per le campagne e le visite elettorali. Siamo costretti a ricordare che Cittadella non ha ancora una infrastruttura idrica e fognaria collegata alle reti dell’Acquedotto Pugliese, ma utilizza acqua non potabile prelevata dalla falda e un depuratore interno. Quale istituto scolastico potrebbe mai insediarsi in queste condizioni? Si è sempre detto e dichiarato che basta poco per risolvere il problema. Ma allora si faccia.

E l’Università? Se ricerca, industrializzazione dei progetti e alta formazione sono il futuro, perché ogni anno abbiamo bisogno di rassicurazioni da Unisalento circa la permanenza a Brindisi del corso di laurea triennale in Ingegneria industriale, e della magistrale in Ingegneria aerospaziale (le notizie che circolano tra gli studenti non sono del tutto rassicuranti)? E perché si afferma, a proposito dell’ubicazione del polo universitario brindisino, che l’errore è stato non partire dalla città? Vogliamo spostare gli studenti da un luogo dove hanno una mensa, parcheggi gratuiti, collegamenti su strada e ferroviari (Cittadella ha una fermata Trenitalia) in un centro urbano già al collasso per i servizi?

L’industria, il lavoro e la logistica

Ma sul tavolo ci sono anche altri temi su cui Brindisi gioca il proprio futuro. Quando la centrale termoelettrica Enel di Cerano sarà riconvertita a ciclo combinato a metano, il bacino di offerta di lavoro si ridurrà al 15 per cento dei livelli attuali, indotto (porto, logistica e trasporti) incluso. Sembra poco? È roba da fare tremare i polsi. La nostra provincia sta già pagando, dal punto di vista occupazionale, la crisi dell’acciaieria di Taranto dove tanti operai, tecnici e piccole imprese del Brindisino ricavano i propri redditi familiari e aziendali. Ma chi ne parla, progettando nel contempo quel famoso modello di sviluppo in grado di tutelare l’ambiente ma anche le capacità industriali e l’occupazione di questo territorio?

I traffici marittimi sono una delle opportunità, tuttavia perchè a Brindisi i progetti dell’Autorità di sistema portuale procedono a velocità nettamente inferiore rispetto a Bari? Colpa del fatto che il porto ricade in zona Sin? Colpa dei baresi? No, non è quello il problema principale. La colpa è soprattutto nostra: lo hanno spiegato molto bene le decine di imprese e agenzie portuali che sono giunte alla minaccia di sciopero.

Da quanto tempo le amministrazioni locali non trattano con i grandi gruppi presenti in questo territorio sul futuro della chimica e dell’energia? Trattative serie, incalzanti, alla ricerca di nuove opportunità. Che ne sarà delle imprese metalmeccaniche che vivevano dell’indotto delle manutenzioni e delle costruzioni del petrolchimico e del sito di Cerano? Ma ci accorgiamo di ciò che accade ogni giorno, della perdita progressiva di pezzi del nostro patrimonio industriale?

Paragonando questa realtà, queste prospettive future ai temi che oggi tengono occupata la politica locale (e con cui la politica locale tenta costantemente di “occupare” le pagine dei giornali), si rende esattamente il quadro che abbiamo tratteggiato all’inizio dell’articolo. Giusto per introdurre qualche virus di consapevolezza nell’incombente campagna elettorale per le elezioni regionali della primavera prossima in Puglia, preannunciata dalle solite passerelle e dai soliti convegni senza esiti. Il surreale non deve appartenerci, il compito dei giornali è un altro.

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