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Martedì, 18 Giugno 2024
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A cura di Blog Collettivo

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Da Marlboro City a Megawatt City. Ma la vera moneta corrente è la monnezza

La partita del riassetto del polo energetico brindisino si continua a giocare in maniera asfittica e frammentata, sulla base di modelli ormai cronologicamente obsoleti (le famose convenzioni enti locali società elettriche, ridotte ad un luogo comune e agitate come feticci), senza cognizione dello stato del mercato nazionale dei megawatt e tanto meno del futuro. Questo è accaduto anche oggi nella capitale italiana delle centrali termoelettriche, Brindisi.

La partita del riassetto del polo energetico brindisino si continua a giocare in maniera asfittica e frammentata, sulla base di modelli ormai cronologicamente obsoleti (le famose convenzioni enti locali società elettriche, ridotte ad un luogo comune e agitate come feticci), senza cognizione dello stato del mercato nazionale dei megawatt e tanto meno del futuro. Questo è accaduto anche oggi 16 ottobre nella capitale italiana delle centrali termoelettriche, Brindisi, molto ben piazzata anche nel fotovoltaico e ambita da un nugolo di investitori in progetti e progettini di centrali a biomasse, ultima in ordine di arrivo Termomeccanica. Nuovo vertice infatti in prefettura, per verificare lo stato dell’arte del progetto di revamping della termoelettrica Edipower di Brindisi Nord – Costa Morena, una storia infinita.

L’impressione è che si discuta sempre stimolati dal pungolo del centinaio di posti di lavoro che, come si è visto oggi, in realtà l’azienda non garantisce affatto contrariamente a quanto affermato più volte. A2A, la multiutility italiana che ha acquisito la proprietà di Edipower dopo lo spezzatino del gruppo Edison, dice in un comunicato diramato nel pomeriggio alla luce dell’incontro responsabilmente convocato dal prefetto Nicola Prete, alcune cose che fanno e dovrebbero far riflettere i sindacati per primi, ed altre cose – come rileva il sindaco Consales – non le precisa e non le approfondisce.

Intanto la questione dei tempi, sempre secondo quando sostiene l’azienda. La centrale di Brindisi Nord è ferma oramai dal 26 dicembre scorso, la più lunga pausa produttiva dalla sua nascita. Al netto dei tempi per l’eventuale integrazione dell’Autorizzazione integrata ambientale (presentazione, pareri, istruttoria, autorizzazione e prescrizioni varie) tutt’altro che fulminei, bisogna mettere nel conto, calcola A2A, almeno 24-30 mesi per le riconversioni, che comportano oltre all’installazione di denitrificatori di ultima generazione (ma non di desolforatori), l’abbandono di tre dei quattro gruppi, dei quali solo uno potrebbe essere posto in stand-by del quarto gruppo, l’unico da sfruttare, depotenziandolo a 300 megawatt di potenza installata, da alimentare a carbone a basso tenore di zolfo in miscela con un 10 per cento di un combustibile ricavato da un trattamento di triturazione fine del Css, derivato dai rifiuti solidi urbani.

“Così le emissioni saranno ridotte del 50 per cento”, dice A2A, “e daremo un contributo consistente alla chiusura del ciclo dei rifiuti in Puglia”. Vale a dire, che in un impianto di trasformazione apposito da realizzare non molto lontano da Brindisi, potrebbe finire il Css di numerosi Aro della regione. Il problema al momento, però, non è tanto questo, ma quanto il fatto che nella migliore delle ipotesi la centrale non ripartirebbe prima di quattro - cinque anni. Le domande principali sono due: come sarà cambiata la domanda del mercato nazionale dell’energia tra quattro o cinque anni? Il nuovo impianto di Brindisi sarà conveniente per A2A o un altro eventuale proprietario? L’altro quesito è se può considerarsi sostenibile, date le difficoltà attuali e si presume future del fondo nazionale per gli ammortizzatori sociali, il ricorso massiccio a questi ultimi che l’azienda oggi ha ipotizzato nel corso dell’incontro in prefettura.

Non sono questi i punti che il sindaco Mimmo Consales ha posto sempre oggi nel suo commento all’incontro (c’erano anche, oltre a sindaco, prefetto ed A2A, i sindacati, Confindustria ed un sub commissario della Provincia) ma nei fatti ad essi si giunge quando sottolinea che le risposte dell’azienda ad i suoi quesiti sono state vaghe o assenti: perché nel frattempo non si smantellano e bonificano i due gruppi fermi dal 2005 (si potrebbe impiegare in questi interventi il personale della centrale, invece di metterlo in cassa integrazione)? Nessun riscontro. E poi ancora: Edipower pagherà le tonnellate di Css che saranno conferite all’impianto di trasformazione dagli Aro, oppure dovranno essere gli Aro a pagare A2A? Ma, è meglio ribadirlo ancora una volta, c’è la grande incognita degli assetti del mercato dell’energia nel 2017 o nel 2018.

Senza tenere conto che nel 2019, se non andiamo errati (cosa possibilissima), Enel dovrebbe aver raggiunto il punto di ammortamento dell’investimento per costruire la centrale di Cerano. Non si è mai parlato di rinuncia di Enel al suo impianto più grande in Italia, però tutti hanno capito dal regime di marcia della centrale e dalla forte concorrenza dei megawatt prodotti dalle fonti rinnovabili, che per il maggiore produttore italiano di elettricità non sono tutte rose e fiori. Ma a Brindisi si continua a parlare con scarsa cognizione degli accadimenti reali e delle prospettive.

Si continuano a perdere persino treni su treni per migliorare la città e le sue infrastrutture con il programma della Smart Cities e dei porti verdi, al contrario di Bari e Lecce. Brindisi avrebbe dovuto chiedere ed ottenere prima di tutti le colonnine per la carica delle auto elettriche, l’illuminazione intelligente di interi quartieri e le forniture in banchina a costi di convenienza per le navi in sosta. In un modo o nell’altro invece si finisce col parlare della stessa cosa: dei soldi che qualcuno può fare con i rifiuti. Il vero business non dichiarato di una città che fu Marlboro City, che adesso è una Megawatt City un pò decaduta, è quello di qualcuno che da tempo sta cercando di farla diventare (il riferimento non è ad A2A)  Monnezza City.

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