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Il Pd di Renzi e la sconfitta della cultura della mediazione

Tutti quanti noi, popolo di sinistra, seguiamo con particolare apprensione e forte preoccupazione le vicende interne del PD e l'evolversi della situazione dagli sbocchi esiziali, per la minacciata e sul punto di realizzarsi scissione del partito da parte di una  minoranza

Tutti quanti noi, popolo di sinistra, seguiamo con particolare apprensione e forte preoccupazione le vicende interne del PD e l'evolversi della situazione dagli sbocchi esiziali, per la minacciata e sul punto di realizzarsi scissione del partito da parte di una  minoranza. Esiziale perché ogni divisione di campo favorisce i partiti che contendono la supremazia al PD, in quanto il "divide et impera" è un regalo fatto agli avversari ed in base ad una regola collaudata conduce diritto alla sconfitta chi ne subisce gli effetti. Così è stato con il primo governo Prodi, fatto cadere nel 1998 per l'insipienza di Bertinotti & C., così è avvenuto ogni volta che la sinistra si è presentata divisa nelle competizioni elettorali.  

In definitiva, la rottura in via di compiersi segnerebbe il fallimento di un'esperienza, maturata negli anni con l'impegno di moltitudini di militanti, dopo che con la nascita nel 2007 del PD si realizzò l'incontro e la collaborazione di forze di provenienza sia dalla tradizione politico culturale del PCI sia da quella cattolico sociale. Tale regressione, con il ritorno alle posizioni di partenza, oltre ad evidenziare l'incompatibilità tra forze con matrici culturali diverse, si tradurrebbe in un restringimento del campo democratico riformista, l'unico in grado di contrastare e battere la marea montante del populismo.

Intendiamoci, ogni separazione non è mai da imputarsi esclusivamente ad uno dei contendenti, in quanto le responsabilità vanno attribuite, anche se in misura diversa, a ciascuno dei protagonisti. Certo, la separazione da parte della minoranza riottosa si era consumata già da tempo, in particolare durante la campagna referendaria sulla riforma costituzionale, che aveva visto i principali esponenti di quella frazione, D'Alema in testa, nel ruolo a lui congeniale di guastatore delle opere altrui, attivamente impegnati nella campagna in favore del 'no', non tanto per opporsi alla riforma costituzionale del governo Renzi, della quale dopo la vittoria del 'no' nessuno più ne parla di riformarla, nonostante le promesse di provvedervi 'entro sei mesi' dall'esito referendario, quanto a mio avviso per mettere in difficoltà Renzi e provocarne, insieme a tutte le altre forze d'opposizione, la caduta.

Riusciti nell'intento, con la schiacciante vittoria del 'no', risultato che andava al di là del quesito referendario per investire l'insieme della politica governativa, bocciata, in particolare nel Mezzogiorno, da gran parte dei giovani, degli abitanti delle periferie cittadine e degli strati più poveri della  popolazione, la minoranza PD passava subito 'all'incasso', chiedendo al segretario di indire il congresso, di presentare le sue dimissioni anche da segretario del partito ed altro ancora. 

A prescindere che la sconfitta referendaria di quelle proporzioni produceva l'effetto immediato delle dimissioni di Renzi da presidente del Consiglio e la formazione di un nuovo esecutivo a guida Gentiloni, è chiaro che un partito consapevole se non vuol perdere il contatto con la realtà e condannarsi ad un irrimediabile declino deve riflettere sulle ragioni della grave sconfitta subita, apportando le necessarie modifiche alla politica fin qui svolta ed ai provvedimenti approvati per renderli più rispondenti alle esigenze degli esclusi e dei soggetti meno protetti. 

La data del Congresso è stata fissata e sin dalla fase preparatoria il PD e tutti i militanti sono chiamati a compiere una riflessione approfondita su quanto accaduto per impegnarsi a ricomporre divisioni e presentarsi uniti a contrastare e battere l'aggressività degli avversari esterni. La figura di Renzi, sin dal suo apparire sulla scena politica, attirò attenzione e suscitò entusiasmi, dopo anni di opposizione stanca ed inconcludente ai governi di Berlusconi e lo stesso suo linguaggio sbrigativo e colorito, con il ricorso a parole forti come "rottamazione", fu interpretato come bisogno vero di ricambio di classi dirigenti, degli esponenti di spicco del PD, a lungo insediati nei posti di comando, per dare spazio, come è in gran parte avvenuto, a nuove leve di militanti e partire con rinnovata lena nell'attività politica per raggiungere più ambiziosi traguardi.

Senza soffermarmi sui risultati raggiunti da Renzi a livello di governo nei tre anni trascorsi, come presidente del Consiglio, dove a riguardo esistono opinioni divergenti, pur essendosi messo in evidenza come personalità di tutto rilievo, anche a livello internazionale, mi preme evidenziare  limiti ed insufficienze manifestate dalla direzione del partito. Molti commentatori, in relazione alla potenziale scissione, hanno evocato la ' vecchia DC' ed il timore che il PD di Renzi sia avviato a diventare la 'nuova DC', senza riflettere abbastanza sulle notevoli differenze che li distinguono. Soprattutto il modello organizzativo, in quanto la DC non è mai stata dominata da un 'capo', ma era un partito con una 'leadership diffusa' ed organizzato in correnti che coesistevano tra loro. 

Era quella la sua forza, che si basava sull' interclassismo, per cui, ad esempio, quel partito era contemporaneamente il riferimento degli agrari, dei 'coltivatori diretti', con la potente bonomiana,  ed anche dei lavoratori agricoli con le organizzazioni all'uopo sorte.  Le correnti, capeggiate da esponenti di rilievo, rappresentavano pezzi di società, così da coprire nell'insieme tutte le articolazione della società del paese: nessuno dei dirigenti ai massimi livelli si sognava a quei tempi di far fuori i componenti di un'altra corrente, della quale non condivideva le finalità, perché importante per tutti era fare un gioco di squadra, per poter mantenere il potere e guidare il paese, riuscendovi per una durata di circa cinquanta anni. Tutto ciò richiedeva da parte dei dirigenti notevoli capacità di mediazione, esercitata con perizia anche per tenere uniti gli alleati nei governi di coalizione, succedutisi nel tempo.

L'opposto si verifica nel PD odierno, dove a prevalere è la concezione del 'partito personale', il 'partito leaderistico', 'il partito del capo',  rivolto a realizzare, seguendo 'la vocazione maggioritaria', l'autosufficienza elettorale e politica, in base ai propositi di Renzi, inattuabili dopo la bocciatura dell'Italicum. In base a tale concezione monocratica del potere le correnti del partito, invece di essere viste come espressioni  di diverso pensiero, in grado di determinare  un arricchimento di posizioni rispetto al ''pensiero unico' dominante, sono mal sopportate ed osteggiate, fino alla richiesta di espulsione dei rappresentanti più attivi. 

Non si comprende che tali dirigenti sono il riferimento di strati consistenti del popolo di sinistra, come si è visto durante la campagna referendaria, quando una frazione non trascurabile di tradizionali elettori del PD si sono schierati per il 'no. E' una palese contraddizione, pertanto, che il PD , mentre è impegnato a recuperare i vecchi compagni ed elettori rifugiatisi nell'astensionismo, trascuri di trattenere nel proprio bacino elettorale quegli elettori disposti a seguire le sorti di quegli esponenti pronti ad uscire dal partito, per incompatibilità con i metodi di direzione in atto. Da qui l'esigenza, se si vogliono evitare danni irreparabili, che il PD ai massimi livelli adoperi capacità di ascolto, moderazione, duttilità, mediando per trovare punti di incontro con la pluralità di posizioni presenti all'interno del partito, seguendo l'esempio della vecchia DC.

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