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Disturbi alimentari: cause e possibili cure 

Sentirsi belli o brutti, grassi o magri, troppo alti o troppo bassi. C’è sempre un sentimento di inadeguatezza rispetto al proprio aspetto fisico

Sentirsi belli o brutti, grassi o magri, troppo alti o troppo bassi. C’è sempre un sentimento di inadeguatezza rispetto al proprio aspetto fisico. Questo stato d’animo sembra caratterizzare adolescenti ed adulti e si traduce in disturbi alimentari, come anoressia, bulimia e disordini alimentari. 
I sintomi primari sono preoccupazione verso il cibo ed il corpo, collezione ossessiva di ricette e libri di cucina, inusuali abitudini alimentari, incremento del consumo di caffe, spezie, tè. A ciò si sommano modificazioni emotive e sociali come depressione, ansia, irritabilità, labilità, episodi psicotici, cambiamenti di personalità evidenziati da test psicologici, isolamento sociale. Ma anche calo della concentrazione, delle capacità di pensiero astratto, apatia (modificazioni cognitive). Infine si accentuano disturbi del sonno, debolezza, disturbi gastrointestinali, ipersensibilità al rumore e alla luce, ipotermia, parestesie, calo metabolismo basale, meno interesse sessuale (modificazioni fisiche). 

Secondo il DSM-5 i Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione sono caratterizzati “da un persistente disturbo dell’alimentazione oppure da comportamenti inerenti l’alimentazione che hanno come risultato un alterato consumo o assorbimento di cibo e che compromettono significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale”. Tutti i disordini alimentari (pica, anoressia, bulimia, disturbo dell’alimentazione incontrollata, disturbo da evitamento della nutrizione) sono malattie complesse che riguardano la psiche e il corpo.

Esse sono caratterizzate da un rapporto inadeguato con il proprio corpo e con il cibo, forte desiderio di magrezza, preoccupazione per il cibo, dieta, peso e taglia dei vestiti, disagio a tavola con gli altri (evitamento), ricerca di approvazione, forte bisogno di controllare le emozioni, distorsione dell'immagine corporea (il corpo  “non piace”). In particolar modo l’anoressia si caratterizza per evitamento di particolari cibi; restrizioni alimentari con calo di peso; comportamenti compensatori inappropriati (vomito autoindotto, abuso lassativi e/o diuretici, digiuno, attività fisica eccessiva, abbuffate), dieta ferrea. La bulimia si caratterizza per un forte grado di impulso verso le abbuffate compulsive, ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso; abbuffate e condotte compensatorie inappropriate si verificano una volta alla settimana per 3 mesi.

All’anoressia e bulimia sembrano concorrere fattori di rischio: sesso femminile, paesi industrializzati (abbondanza di cibo); mass-media che valorizzano l’immagine di donne magrissime, l’età adolescenziale; personalità evitante, dipendente, basso livello di stabilità  emotiva; genitori eccessivamente invadenti, poco presenti affettivamente ed emotivamente; momento del pasto opprimente e non di condivisione. Le rotture affettive, forti delusioni che non hanno avuto tempi adeguati di elaborazione provocano sensi di colpa, bassa autostima e distorsione dell’immagine corporea ai quali susseguono comportamenti di compensazione riversati nel cibo. 

Occorre valutare tempestivamente i rischi organici e richiedere un trattamento multidimensionale che riguardi il fisico (medico, nutrizionista), la psiche (psicologo), le persone che  ruotano intorno al paziente (intervento famigliare).  Nel trattamento vengono proposte modificazioni profonde dello stile di vita che da un lato scatenano forti ansie, ma sembra una via di uscita dal circolo vizioso in cui la persona si trova. Non va dimenticato che la patologia alimentare non è il problema originario, ma una soluzione che è stata trovata ad un problema precedente, per rimanere in un equilibrio apparentemente funzionale o per sentirsi ancora importanti, amati, ammirati.

È un percorso difficile da iniziare sia per i pazienti che per i caregiver, ma è altrettanto fondamentale camminare insieme con fiducia avendo gli stessi obiettivi. È importante che i parenti che collaborano riconoscano le positività dello sforzo del paziente per migliorarsi, mostrando che è la modalità ricercata per la soluzione del problema a essere inadeguata e inefficace, e non lui stesso.

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