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Martedì, 25 Giugno 2024
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A cura di Blog Collettivo

La guerra in Ucraina, il concetto di confine e come interrompere una pericolosa deriva

Le riflessioni dell'avvocato Gianluca Palazzo sul conflitto e sul rischio di una escalation che "sarebbe la fine di tutto"

La questione è un'altra. Si contano i feriti, i morti, si resta sospesi nella attesa di una escalation nucleare che potrebbe annientare ogni cosa, ogni cosa. Ma la questione è un'altra, e non ha a che vedere con la follia di un dittatore sanguinario o con ipotetici accordi tra potenze straniere che forse hanno già pianificato ogni evoluzione in danno dell'Europa o dell'Ucraina o dello stesso futuro. Non è insomma l'idea di follia che contrapposta all'idea di bene consentirà di comprendere il senso ultimo di quello che accade, a un passo dalla distruzione dell'uomo. 

L'idea che si applichino modelli di comportamento umani per leggere e decifrare le condotte politiche che muovono le decisioni di Stati determina un sostanziale annebbiamento ed una inadeguatezza per raggiungere quel livello di autocoscienza che oggi potrebbe portare a stimolare soluzioni politiche tali da salvare l'uomo dalla sua incapacità, dalla sua fragilità. Le regole che disciplinano l'interazione tra Stati sono essenziali, brutali, primitive; il concetto di democrazia vale solo all’interno di ogni paese, laddove essa ha attecchito, ma nella relazione tra paesi essa non è praticabile. L’idea della sua operatività nelle relazioni tra Stati è inutile, tanto sterile quanto improduttiva e foriera di aspettative prive di sostanza. Tra Stati vige la regola del più forte, di quello maggiormente armato, tecnologicamente più evoluto, maggiormente in grado di far affidamento alle sue fonti primarie senza dipendere da altri per il proprio fabbisogno, quello in grado di determinare gli accordi economici a sé più vantaggiosi. Non esistono diritti certi né costituzioni che possano creare principi di riferimento né tantomeno accordi che ci diano il senso del concetto di regola che aleggia e disciplina le interazioni umane. 

Uno Stato è una entità assoluta, indissolubile, tutto dipende dalla sua forza e dalla sua capacità di poter affermare e difendere se stesso rispetto agli altri Stati; potremmo definire l’interazione tra Stati come la più aderente manifestazione dell’impulso primordiale di dominio che gli animali esercitano sulle altre specie; ogni accordo è vano dinanzi al bisogno del più forte. La questione, dunque, è davvero un'altra. Ed è tutta qui, offuscata dalle immagini dei feriti e delle bombe che dilaniano la nostra coscienza, ma essa consiste nella idea di confine, nel concetto di barriera geopolitica in cui uno Stato può esplicare il proprio potere ed il proprio dominio. 

Il confine, quello straordinario e impalpabile concetto di limite che nessuno riesce a vedere guardando al suo spirito. Dal latino finis (fine) con il suffisso con la parola viene usata per indicare il limite, la fine di qualcosa. Ma in latino il confinis era il vicino, colui che abitava il fondo adiacente, così indicandosi qualcuno di prossimo, di contiguo, quindi di congiunto a noi dal concetto di territorio. L'evoluzione della parola ha portato a caricarla del significato del limite, della chiusura; gli uomini vengono confinati, posti là dove non potranno incontrare altri uomini. Ma se guardiamo ai nostri vent'anni allora ricorderemo come il confine era qualcosa da superare, da buttare giù con una ferrovia, con un volo, con un traghetto... per non avere confini, per abbracciare il mondo ed aprirsi a tutto quello che non si conosceva. 

Il mondo era lì, racchiuso in un mappamondo da far girare sulle dita per sentirlo piccolo e nostro; era l'idea del viaggio che animava desideri e passioni, l'idea di fratellanza, di uguaglianza che ci ha permesso di vivere nella illusione di una armonia che dopo la seconda guerra mondiale i nostri nonni non ci avrebbero saputo raccontare. Il confine ha rappresentato solo il tempo per un visto e per un adempimento burocratico, ma null'altro. Nemmeno gli orrori balcanici in quella assurda guerra tra bosniaci, serbi e croati ci ha smossi dalle nostre convinzioni e ci ha fatto vacillare nell'idea di confine. Ma il senso non cambia e le azioni nemmeno e oggi, dinanzi alla prospettiva di una distruzione nucleare, la nostra coscienza è chiamata ad una riflessione che mai sino ad oggi aveva mostrato tutta la sua essenzialità: quale confine dobbiamo preservare, quale limite, quale territorio potrà mai essere tanto prezioso da valere il sacrificio dei nostri sogni e dei nostri desideri? 

Nella consapevolezza della nostra fragilità e di un uomo nuovo che deve ancora arrivare dobbiamo allora accettare la legge del più forte, del più pericoloso, perché oggi la guerra è la conseguenza naturale del concetto di confine e di territorio; la guerra va oltre l'idea di torto o ragione, di giusto o sbagliato. È una modalità di funzionamento tra Stati, asservita ad una logica utilitaristica ove le regole sono sottratte al giudizio morale. Oggi occorre valutare la soluzione più efficace e prospettica per interrompere una deriva senza ritorno. Occorre pacificare le parti, consentire alla Ucraina una ricostruzione rapida con risorse tali da rimettere in piedi quanto prima la sua economia piegata da una guerra ormai lunga e risarcirla di quanto patito; occorre accettare il volere della Russia in una logica di pacificazione e di regolamentazione concordata con la Nato, pur consapevoli che il mancato rispetto di un accordo da parte di uno Stato leader non si risolve con le sanzioni. Occorre creare accordi di cooperazione economica tra Russia e Ucraina e se la questione della vicinanza della Nato costituisce un fattore destabilizzante nei rapporti tra Russia Ucraina Europa e America allora occorrerà preservare un equilibrio fatto di confini e neutralità politica tra i paesi oggi in conflitto. Se mai dovesse iniziare una escalation nucleare sarebbe la fine di tutto, la terra verrebbe inghiottita da una risposta climatica senza precedenti. Sarebbe davvero la fine.

La Germania, l'Italia e il Giappone dopo la seconda guerra mondiale uscirono con le ossa rotte ridefinendo i propri confini a seguito degli accordi siglati nei trattati di Parigi del 1947; dopo la fine della guerra gli Stati sconfitti intesserono però tra loro e con i vincitori degli accordi e delle relazioni tali da avere oggi costituito delle alleanze economiche e politiche inimmaginabili all'epoca della fine della seconda guerra mondiale. Impensabile se lo si dovesse spiegare in una logica relazionale tra uomini; alle volte le ferite nelle relazioni interpersonali sono così profonde che una vita non basta per farci comprendere il senso del perdono. Ed è questo che ci annebbia e confonde, l'idea di giustizia, di verità di bene... idee che se restano connesse al concetto di confine non potranno mai generare quell'uomo nuovo in grado di costruire la non violenza. 

In Europa abbiamo creato qualcosa di imponente per il pensiero occidentale, abbiamo deciso di eliminare il confine per unirci nell'idea di Europa, un territorio fluido che si espande e che fagocita l'idea di sovranità territoriale degli Stati che vi partecipano. E l'Italia, come la Francia, per guardare ai confini più prossimi, sono sempre lì, ma se si viaggia in macchina da un paese all'altro non si incontrano né valichi né cavalli di fresia volti a tracciare alcun limite. Il sistema europeo, con gli accordi economici e politici raggiunti, ha creato qualcosa che nella storia non esisteva, un nuovo soggetto giuridico che si compone della forza e del valore di tutti i paesi che ne fanno parte, che assume potere grazie al potere di ogni singolo Stato senza modificarne l'identità, la cultura, la essenza di ciascuno, e che ha saputo ridisegnare ed al contempo sgretolare il senso ultimo della parola confine.


 

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