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A cura di Blog Collettivo

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I pm, la sindrome - Ilva, la politica e i sindacati in Puglia

Se consideriamo l’Arpa un’agenzia che ha come missione quella della tutela ambientale e della salute, e quindi l’interesse pubblico, anche dei lavoratori delle fabbriche che inquinano e che impongono un prezzo pesante ai territori in cui operano, danno lavoro ma realizzano anche i loro profitti, dobbiamo riflettere sui dati contenuti dall’ultimo rapporto sull’ambiente nella regione che chiunque può acquisire e leggere semplicemente accedendo al sito web della stessa Arpa Puglia.

Se consideriamo l'Arpa un'agenzia che ha come missione quella della tutela ambientale e della salute, e quindi l'interesse pubblico, anche dei lavoratori delle fabbriche che inquinano e che impongono un prezzo pesante ai territori in cui operano, danno lavoro ma realizzano anche i loro profitti, dobbiamo riflettere sui dati contenuti dall'ultimo rapporto sull'ambiente nella regione che chiunque può acquisire e leggere semplicemente accedendo al sito web della stessa Arpa Puglia.

Ciò che emerge dalla parte della Relazione sullo stato dell'ambiente in Puglia relativo al 2010, settore qualità dell'aria, ampiamente ripreso da un servizio di BrindisiReport.it del 19 dicembre 2011, sottolinea una situazione tutt'altro che rassicurante, pur sottolineando che sono stati avviati alcuni importanti processi di miglioramento dovuti all'applicazione delle nuove normative regionali e agli investimenti di alcune aziende.

Testualmente, nell'ultimo paragrafo del settore del rapporto dedicato alle emissioni in atmosfera, si legge: "Emerge che la Regione Puglia pur avendo avviato un importante processo di miglioramento della qualità dell'aria, in particolare per quel che concerne le riduzioni delle emissioni industriali, in collaborazione con le principali aziende locali, risulta ancora la regione con le maggiori emissioni in atmosfera di carattere industriale per varie sostanze inquinanti (PCDD+PCDF, PM10, CO ed NOx) a livello nazionale".

Se la Puglia ha emissioni nettamente superiori a quelle di Lombardia e Piemonte, che ospitano alcune delle più significative concentrazioni industriali europee, vuol dire che qui molte imprese non hanno applicato le cosiddette best practices, o hanno avviato in ritardo tali processi. Oggi il fatto che sul problema di un rapporto coerente, avanzato e moderno tra sviluppo e ambiente non ci sia un diffuso e concreto confronto tra politica, impresa e sindacati nei territori maggiormente interessati come Taranto e Brindisi, rischia addirittura di fare apparire il percorso coraggioso intrapreso dalla Regione Puglia come una scelta isolata di un governatore ambientalista e della sua giunta.

Il gioco cui assistiamo di fronte al punto critico Ilva è piuttosto quello allo smarcamento, anche da parte di enti e amministratori che avrebbero dovuto sostenere giorno per giorno quei percorsi di applicazione delle leggi nazionali e regionali in difesa della salute e dell'ambiente nelle città da essi amministrate, e che oggi balbettano di fronte ad una "furia operaia" che potrebbe disarcionarli e disarcionare sindacati che nell'Ilva, a parte le attività di rito in occasione delle decine e decine di infortuni, non sono mai stati il motore di una vertenza per alleviare il peso di un impatto ambientale terribile sulla loro città.

Nessuno ha il diritto di dire che pur di lavorare si deve accettare il rischio di morire di cancro, e di imporre tale rischio anche agli altri cittadini. Tutto ciò non può essere presentato come cultura del lavoro. Mi permetto di ricordare come fossero molto più avanzate le rivendicazioni sindacali della seconda metà degli anni Settanta nel petrolchimico di Brindisi per la salute in fabbrica, che le inerzie di questi ultimi anni, in cui i sindacati per primi aggirano il nodo della soluzione più difficile, ma anche più giusta: quella di avere livelli di sicurezza e di ambientalizzazioni più alti conservando posti di lavoro e possibilità di ulteriore crescita.

Se questi processi si sono affermati e si vanno affermando nelle regioni italiane più industrializzate, tra le eccezioni del presente e i traumi del passato (Icmesa di Seveso, Acna di Cengio, Marghera, Fincantieri Trieste, Eternit di Casale Monferrato), ciò è dovuto anche ad una azione consapevole e diffusa delle organizzazioni sindacali che difendono operai e territori insieme. Questi processi non trovano ancora riscontro pieno dalle nostre parti, ma con le debite eccezioni.

Prima ancora che a Taranto, è utile ricordare che la magistratura è intervenuta per quattro volte a Brindisi dalla fine del 2010: sottoponendo a sequestro preventivo, in ordine cronologico, il sistema delle torce di sicurezza di Polimeri Europa e di Basell, quindi linee di produzione di Sanofi Aventis, di Sfir, e in ultimo di Peritas, in alcuni casi seguiti da rimozione dei sigilli a fronte della realizzazione degli interventi richiesti. Il primo intervento in ordine di tempo attuato dalla procura di Brindisi risale al 2005, quando fu sequestrato il carbonile a servizio della centrale Edipower. La procura ha inoltre in piedi indagini sulle dispersioni di polveri di carbone da parte di Enel, e sulla contaminazione dei terreni agricoli e della falda a Cerano. Non da ultimo, va ricordato il sequestro nel febbraio 2007 del cantiere di Brindisi Lng a Capo Bianco, seguito da confisca nei mesi scorsi con sentenza di primo grado del tribunale.

In tutte queste circostanze non si è mai giunti a fermate delle fabbriche interessate, pur se tale eventualità è stata fatta balenare come ipotesi dalle stesse aziende. Non si è mai giunti a scioperi contro i provvedimenti del magistrato. Le aziende hanno battuto la strada dei ricorsi alla giustizia amministrativa nel caso dei provvedimenti assunti dall'Arpa o da enti locali, senza mai giungere a serrate. Enel, anzi, ha avviato da tempo un processo di investimenti in ambientalizzazioni culminata al momento nella cantierizzazione di due carbonili coperti presso la centrale di Cerano.

Nessuna azienda a Brindisi, va detto, ha mai sottovalutato la situazione o rifiutato ostinatamente di attuare gli adeguamenti richiesti, e i sindacati se da un lato hanno mostrato preoccupazione per gli interventi del pm o del gip, dall'altro non si sono schierati dalla parte delle aziende, sollecitando invece gli adempimenti necessari. E' chiaro, però, che le soluzioni non possono arrivare dai palazzi di giustizia. La questione della ricerca di equilibri avanzati nel rapporto tra lavoro, ambiente e salute deve diventare una specializzazione della politica e del sindacato a Brindisi e Taranto. Riedizioni delle "marce dei quarantamila", la nascita di una sindrome - Ilva tra gli operai meridionali, non indicano vie di sviluppo nuove e moderne, ma solo impotenza e precarietà, e inadeguatezza dei governi locali.

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